C’è un momento, all’inizio dello spettacolo, in cui tutto si ferma. Daniele Russo cammina in silenzio e ripercorre, passo dopo passo, il profilo una sagoma disegnata sul pavimento.

È la figura di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico precipitato dalla finestra del quarto piano della questura di Milano nel dicembre del 1969. 

Naturalmente, in maniera ‘accidentale’. È la versione ufficiale, dopotutto.

La sagoma posta al centro della platea, che funge da palco, non è solo una scelta scenografica: è un atto di memoria, è il buco nero attorno al quale ruota l’intera messa in scena di Morte accidentale di un anarchico, capolavoro di Dario Fo riproposto al Teatro Bellini per la regia di Antonio Latella.

Ecco dove nasce la vertigine di questo spettacolo: in un equilibrio costante tra farsa e tragedia, tra la comicità paradossa del “Matto” e il peso insopportabile della Storia che, per quanto si tenti di esorcizzarla, non smette di ardere nella carne viva del Paese.

Ieri sono stato al Teatro Bellini per assistere a una delle repliche di “Morte accidentale di un anarchico”. Se non ci conoscessimo, sono Corrado Parlati e questo è MentiSommerse.it, un magazine ribelle, un rifugio virtuale dove ti racconto le storie più belle legate al mondo della cultura.

Una commedia che sfida il potere con la risata

“Morte accidentale di un anarchico” non è solo uno degli spettacoli italiani più rappresentati al mondo, ma è anche uno dei testi più pericolosi mai scritti per un palcoscenico. Non a caso valse a Dario Fo circa quaranta processi penali tra il 1970 e il 1973.

Eppure, in quell’atto continuo di denuncia e derisione del potere, risiede tutta la forza del teatro di Fo: la risata come strumento sovversivo, il paradosso come metodo d’indagine, il caos come via per la verità.

Questa nuova versione restituisce l’opera nella sua nudità politica e teatrale. Antonio Latella, alla regia, concentra la sua lettura sull’essenziale: il corpo degli attori, il ritmo della parola, il dubbio.

La sua riflessione si concentra su quel personaggio mostruosamente magnetico che è il “Matto”, affidato a un Daniele Russo monumentale, che ne fa un giocoliere della verità, un anarchico della logica, un clown tragico capace di incarnare la stessa sostanza grottesca del nostro tempo.

Il Matto: un giullare che inciampa nella Storia

Nel testo originale, il Matto è il motore dell’azione, un trasformista che mette in crisi l’autorità impersonando figure sempre nuove: il giudice, il perito, il funzionario. Nella regia di Latella, il Matto diventa anche e soprattutto la voce interiore di una coscienza disturbata, che si muove tra i personaggi e li infetta di una lucida follia.

Russo costruisce un personaggio frenetico e irrequieto, erede diretto delle figure di Jennifer e Lia — che potremmo quasi considerare due archetipi teatrali del tormento, tratte rispettivamente da “Le cinque rise di Jennifer” e “Dignità autonome di prostituzione”, che sembrano affiorare nella costruzione drammaturgica di questo “nuovo” Matto.

La sua recitazione è un fiume in piena che lungo il suo corso raccoglie parole, accelerazioni, improvvise impennate, frasi che rimbalzano tra verità e menzogna, proprio come la ricostruzione ufficiale della morte di Pinelli.

Perché il cuore di questo spettacolo, alla fine, è proprio lì: nella volontà di non dimenticare, nel bisogno feroce di tornare sul luogo del delitto non per condannare, ma per capire.

Antonio Latella e la regia come atto anarchico

Nel suo intervento sul programma di sala, Antonio Latella afferma: “Fo non era mai altro da sé, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico”. E in effetti questa regia sembra inseguire proprio quell’essenza: un teatro non addomesticabile, che rompe la quarta parete, che non rassicura mai.

Latella costruisce uno spazio scenico essenziale e simbolico. La scenografia non cerca di replicare una questura ma pone al centro la sagoma di Pinelli in procinto di scontrarsi col suolo, che lo rende una reliquia laica. Le luci prima calde e poi fredde, i movimenti spezzati degli attori, i loro dialoghi che si intrecciano e si inseguono senza tregua: tutto concorre a generare uno stato d’instabilità, un’incertezza che diventa lo specchio deformato della nostra realtà.

In questo contesto, il testo di Dario Fo risuona come un poema grottesco e lucidissimo, capace di alternare battute dissacranti e riflessioni devastanti. La battuta “Perdio, siamo immersi nella merda fino al collo, ma è per questo che noi italiani camminiamo a testa alta” resta, ancora oggi, un chiodo piantato nella carne del nostro immaginario nazionale. 

Il Teatro Bellini: un laboratorio politico e poetico

Il Bellini, negli ultimi anni, ha dimostrato di essere molto più di un semplice contenitore di spettacoli: è uno spazio di resistenza culturale, di confronto critico, di sperimentazione. Portare in scena un testo come Morte accidentale di un anarchico significa non temere il confronto con la complessità del presente. Perché la morte di Pinelli diventa un modo per riflettere sulle migliaia di morti definite troppo frettolosamente “accidentali” per evitare di portare alla luce la verità. 

E se il pubblico – soprattutto quello giovane – continua ad affollare la platea, è perché sente, in queste parole, qualcosa che gli appartiene. Forse perché la Storia raccontata da Fo non è così lontana. Forse perché le “morti accidentali” continuano ad accadere, con dinamiche che sanno di copione già scritto. E il teatro, allora, torna a essere uno strumento per non dimenticare, per guardare in faccia l’assurdo e riderne, senza smettere di indignarsi.

In questo solco si inserisce la scelta di Daniele Russo di indossare, sul finale, una maglietta che riporta dati agghiaccianti: 584 giorni di conflitto, oltre 70mila morti “accidentali”, per non dimenticare quanto sta accadendo a Gaza. 

In un’epoca in cui la memoria finisce spesso per fondersi con le operazioni nostalgia, Morte accidentale di un anarchico dimostra che il teatro può ancora parlare con forza al nostro tempo. È un tentativo, serio e vitale, di riscoprire l’anarchia come forma di pensiero critico, come esigenza di verità in un mondo che vede gli esseri umani ridotti a ultras che tifano per una delle due parti in gioco.

Ph: Flavia Tartaglia

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