Un thriller psicologico teso come una corda sul punto di spezzarsi. Una giungla di simboli e memorie distorte, dove il dolore si trasfigura in poesia e la violenza diventa purificazione. Così si presenta Improvvisamente l’estate scorsa, capolavoro disturbante di Tennessee Williams, riletto dal regista Stefano Cordella, alla sua prima regia al LAC che debutta al Teatro Carcano di Milano.

Il dramma – tra i più intimi e autobiografici del grande drammaturgo statunitense – affonda le radici in una tragedia familiare: la lobotomia subita dalla sorella Rose con il consenso della madre.

Un evento che Williams metabolizza attraverso la scrittura, dando forma a un testo feroce, visionario, sconvolgente.

Nel cuore del racconto, la figura di Sebastian: morto in circostanze misteriose, è un’assenza che invade ogni spazio scenico, mentre due donne – Violet, sua madre, e Catherine, la cugina – si scontrano per imporre la propria versione dei fatti. Intorno, un giardino tropicale che è anche giungla mentale, luogo onirico dove realtà, menzogna e desiderio si mescolano in un allestimento ipnotico.

Ne ho parlato con Stefano Cordella, che ci guida dentro verso il cuore di questo inferno simbolico, tra echi autobiografici, memoria frammentata e tensione scenica.

Improvvisamente l’estate scorsa: intervista a Stefano Cordella

“Improvvisamente l’estate scorsa” è una discesa onirica nella psiche umana, dove verità e memoria si confondono come in un sogno disturbato. Quando ha incontrato per la prima volta questo testo, quali sono state le principali riflessioni e/o sensazioni che hanno innescato la necessità di rileggerlo e portarlo in scena?

La scioccante scarica di violenza presente in questo testo sembra un atto purificatorio, quasi curativo. Liberare i mostri della mente, anche quelli più indicibili, attraverso la scrittura, e rielaborare un grande dolore che ossessionava l’autore. Ho subito amato come Williams ha scelto di mettersi a nudo, con grande onestà e raffinatezza.

Il testo è attraversato dal tema della creazione, ma anche della distruzione come unica via verso una possibile catarsi. Cosa significa, per lei, “creare” nel contesto di questa messa in scena?

“Creare” significa mettermi in dialogo con il mondo interiore dell’autore e sentire cosa risuona in me e nel cast, lasciar fluire le immagini senza aver fretta di trovare una forma. È un pr ocesso prima di tutto irrazionale che ha a che fare con il ricordo e con il linguaggio.

Nel testo di Williams, i gesti d’affetto si trasformano in strumenti di manipolazione: servono per ottenere denaro, sesso o per nascondere la verità. Il mondo che descrive è desolante, crudo, sospeso sull’orlo della pazzia. L’essere umano appare a tratti schizoide, e persino concetti come arte e fede sembrano svuotarsi, perdere senso. Quanto le sembra attuale questa visione del mondo?

Vivere in una società che fa della violenza la sua principale arma di conquista è sempre più attuale, al punto da diventare tristemente scontato, una condizione esistenziale. “Usarci a vicenda è quello che definiamo amore, non essere capaci di usarci a vicenda è quello che chiamiamo odio”, dice Catherine al Dottor Sugar.

Questa lettura strumentale dell’amore risuona terribilmente ai giorni nostri, condiziona la fiducia nell’altro e la speranza verso il futuro. Ma la grandezza di Williams sta proprio nel riuscire a mostrare barlumi di tenerezza in questo quadro desolante.

La figura di Sebastian aleggia ovunque: la sua morte è un’assenza che diventa presenza ossessiva. Come ha lavorato con gli attori per rendere questa tensione invisibile ma palpabile, questa verità sospesa tra le pieghe del non detto?

Sebastian, alter ego dell’autore, è il motore narrativo della vicenda e torna ossessivamente nelle parole e nelle azioni di tutti i personaggi.

È come se lo spettacolo stesso fosse una celebrazione macabra della sua vita e della sua morte. I segni della sua presenza, “i pezzi di lui strappati” descritti nella visione finale di Catherine, sono ovunque: nella scenografia, nei costumi, negli echi sonori, negli effetti di luce ma anche nei corpi stessi dei personaggi.

La scena, nel suo allestimento, è definita come uno spazio della memoria. Cosa resta, secondo lei, quando la memoria si frammenta? E può il teatro, oggi, ricomporre una verità emotiva anche quando quella oggettiva è andata perduta?

Restano le macerie del trauma, spesso sommerse, rimosse ma ancora vive e dolorose. Il teatro, attraverso la scrittura prima e la creazione spettacolare poi, può diventare uno spazio di riconnessione con quei traumi – non solo analitico ma irrazionale, simbolico, catartico.

Può curare le ferite attraverso l’immaginazione e le visioni. Può dare spazio ad alternative che la vita reale non ha contemplato.

A Stefano Cordella e Cristiana Ferrari va un sentito ringraziamento.

“Improvvisamente l’estate scorsa” debutterà al Teatro Carcano di Milano. Di seguito le informazioni chiave

SPETTACOLI
7-8-9 maggio h. 19:30 / 10 maggio h. 20:30 / 11 maggio h. 16:30
BIGLIETTI 
www.teatrocarcano.com
Poltronissima Euro 38,00 / ridotto Euro 27,00
Poltrona / Balconata Euro 30,00 / ridotto Euro 24,50

About The Author