“Non saranno canzoni d’amore, ma canzoni per imparare ad amare sé stesse.”

Così si potrebbero sintetizzare le emozioni che hanno attraversato lo Spazio Muse del Casale di Teverolaccio, in occasione del concerto delle Seventeen Fahrenheit. Un live che rappresenta un concept, pensato e costruito per raccontare un percorso: quello di quattro giovani donne cresciute nell’hinterland napoletano, che hanno scelto la via più difficile ma più vera — quella dell’autenticità.

Hanno cominciato a suonare in un contest dell’ACR di Grumo Nevano, alternandosi alla batteria. Poi arriva il gruppo, le prime canzoni nate in cameretta, lo scioglimento. Ora hanno riunito le proprie strade e il loro percorso, con l’uscita di “Freak” riparte dal Casale di Teverolaccio.

Gasping for Breath: l’urlo necessario per (ri)cominciare

La serata si apre con un pezzo che è tutto fuorché casuale. Gasping for Breath è il primo singolo del progetto, ma soprattutto è una dichiarazione d’intenti. Una canzone nata tra le pareti di una cameretta, che oggi diventa simbolo della volontà di emergere e respirare, letteralmente, fuori dagli schemi. Non cerca consensi: è un urlo ruvido, necessario. Escape from depressive judgement, appunto.

C’è una coerenza narrativa forte nella scaletta: si parte dai brani più diretti e istintivi, scritti tra le mura di una cameretta negli anni dell’adolescenza, si passa attraverso momenti di vulnerabilità profonda (Everything Left is Lost, Bloody Rain), e si arriva a una nuova maturità creativa che guarda avanti, con un assaggio di quello che verrà nel prossimo disco. Perché il concerto di ieri sera, al pari dell’intero “Freak”, rappresenta un bellissimo punto di partenza.

Proprio i brani più complessi, con cambi di ritmo e soluzioni melodiche non convenzionali, risultano quelli che meglio rendono dal vivo. Boovie è uno dei pezzi più apprezzati: come hanno raccontato nell’intervista che abbiamo realizzato pochi giorni prima del live, “quando si è pronte a non avere rimpianti allora anche tutto ciò che viene di nuovo si plasma con maggiore vigore e decisione“.

Nel cuore della provincia napoletana, le Seventeen Fahrenheit trasformano il palco in un luogo di resistenza emotiva.

Non a caso, la keyword che ricorre più volte nel corso della serata è Freak. Non solo il titolo dell’album, ma il manifesto esistenziale della band. Freak come la percezione del diverso, come la necessità di costruire un proprio mondo valoriale al di là delle aspettative e delle pressioni sociali, come l’urgenza di raccontarsi anche quando non ci sono le parole.

Il brano Freak, proposto quasi sul finale, segna idealmente la chiusura di un primo capitolo e l’apertura verso un futuro tutto da scrivere. È un inno alla libertà interiore.

Apple Apple Banana and Coffee, con la sua vena onirica e dadaista, chiude il bis tra pogo e sorrisi sospesi: è il momento in cui si percepisce che, sì, questa band sta davvero costruendo un linguaggio tutto suo.

Il concerto delle Seventeen Fahrenheit, di pari passo con il disco, è la dimostrazione che fare rock — fare punk, fare metal, farlo in inglese — e con una formazione esclusivamente al femminile è possibile anche partendo da Grumo Nevano e dalla provincia napoletana, dove se dici ai tuoi amici “suono in una band punk e canto in inglese” la risposta è “what?!”.

Adriana, Eloise, Enza e Annamaria portano nel loro rock il magma che ribolle nel cuore più profondo del Vesuvio e la volontà di dare una svolta alla propria vita tipica della provincia, dando al loro suono una linea melodica chiara.

Punk italiano? No, rock globale con radici nel Vesuvio

Le Seventeen Fahrenheit sono una band profondamente radicata nel territorio — lo dicono le storie, gli accenti, la cazzimma — ma con un’attitudine sonora e visiva che guarda al di fuori.

Cantano esclusivamente in inglese, probabilmente il loro immaginario nasce e si nutre di influenze internazionali: dalle Runaways (a cui rendono omaggio con una cover potente di Cherry Bomb) alle suggestioni metal e grunge. Eppure, c’è qualcosa di profondamente napoletano nel modo in cui affrontano il palco: la loro è una rivoluzione estetica e culturale che parte dal basso, e che non chiede permessi a nessuno.

A fine concerto, mentre le luci si abbassano e inizia il deejay set, l’atmosfera è quella sospesa e fumosa di certi club londinesi. Ma non siamo a Camden Town: siamo a Succivo, tra Napoli e Caserta, in uno dei pochi spazi ancora autenticamente underground del sud Italia.

Lo Spazio Muse, ospitato all’interno del Casale di Teverolaccio, diventa il club perfetto per accogliere questa band rinata. Dopo otto anni di silenzio, le Seventeen Fahrenheit hanno trovato non solo la propria voce, ma anche un contesto produttivo finalmente adeguato: merito di Gennaro Sagristano (alias Jex) e della label Sound Inside, che ha creduto in loro quando sembravano ferme ai box.

Il loro concerto al Casale di Teverolaccio è stato molto più di un ritorno: è stato un nuovo inizio. D’altronde, a Seventeen Fahrenheit l’acqua è vicina al congelamento. Ma qui, sotto il palco, la temperatura sale, i bpm si alzano, il suono delle chitarre torna potente.

SEVENTEEN FAHRENHEIT: LE DATE DAL VIVO

Energia, anima rock e suono deciso: sono le Seventeen Fahrenheit. Dopo otto anni di strade diverse incontrano il produttore discografico Jex Sagristano che ha prodotto il primo album “Freak”, uscito l’11 Aprile e stampato su vinile e cd in edizione limitata e numerata.

Gli appuntamenti live:
17.04 Showcase Disclan – Salerno 
19.04 Detune – Milano
09.05 Dissonanze (listening Party) h16  
09.05 Alibi –  Milano 
29.05 Kill Joy – Roma

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