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Quello al Teatro Cimarosa di Aversa è stato un concerto speciale per Raiz, che nella città della musica ha le proprie radici: suo nonno, Gennaro Della Volpe, nacque ad Aversa nel 1899, combatté sul Carso nel 1917 e trascorse il resto della sua vita sui treni delle Ferrovie dello Stato. Inoltre, la città dista una manciata di chilometri da Villaricca, luogo dove Sergio Bruni è nato.

È alla memoria di questi due uomini che è dedicato l’evento del 23 aprile. Ad accompagnare Raiz in questo viaggio sono Giuseppe De Trizio e Adolfo La Volpe dei Radicanto.

Cantare Sergio Bruni, per Raiz – al secolo Gennaro Della Volpe – vuol dire fare un tuffo nei ricordi della propria infanzia quartierana, durante la quale il cantautore proveniente da Villaricca ha accompagnato con la propria musica la famiglia Della Volpe in ogni occasione di rilievo.

Il viaggio nel canzoniere bruniano ad Aversa inizia con ” ‘na bruna” e la spiritualità del segno della Croce resa ancor più forte dalla mano bagnata dall’acqua di mare della donna.

Al centro di tutto, inevitabilmente, c’è Napoli, perché Sergio Bruni è stato la voce di una città docemara, dalle mille ferite. Un palcoscenico, come lo definiva anche Eduardo De Filippo, sul quale ognuno recita la propria parte nella maniera più verace possibile.

Il titolo del progetto – “Si l’ammore è ‘o cuntrario d”a morte” – deriva da uno dei versi di Carmela, che ha rappresentato uno spartiacque nella storia della canzone napoletana: uscì nel 1976, nello stesso anno in cui un giovanissimo cantautore di Santa Chiara scriveva “Napule è”.

Entrambe hanno rappresentato un modo di raccontare la propria città da un punto di vista diverso, lontano dagli stereotipi, inizialmente non del tutto accettato dall’élite intellettuale napoletana, spesso restia alle innovazioni.

Come ammesso dallo stesso Raiz, artista coraggioso, sperimentatore, che al tempo stesso conserva un forte legame, quasi di sangue, con la tradizione, Carmela ha rappresentato una delle massime influenze: senza di essa, infatti, non ci sarebbe stata “Nun te scurda’”, che probabilmente è il testo scritto in napoletano più intenso e profondo degli ultimi trent’anni.

“Che miracolo stammatina”, scritta dal poeta Salvatore Palomba, è il pezzo che conserva intatta più di tutti la sua attualità: “Ll’anema mia, st’anema mia, ha miso vela, ha miso scelle, e d’ ‘o cielo ‘e chistu mumento tutt’ ‘o mmale luntano sta”, al pari dell’amore visto come forza uguale e contraria alla morte in Carmela, diventa preghiera laica in un mondo ferito da guerre, fame e povertà.

Non manca un’altra piccola incursione nel repertorio personale di Raiz, con “Fa’ ammore cu ‘mme” e “Rosa”, che nell’amore verso la figlia rappresenta il punto d’incontro tra Raiz e Don Salvatore Ricci, a cui il frontman degli Almamegretta dà vita nella serie Mare Fuori.

È una serata speciale, dicevamo, e sul finale Raiz riceve una targa in omaggio dalla Città di Aversa, in attesa di una istituzionalizzazione che lo renda cittadino onorario a tutti gli effetti.

Ciò che rende unico l’omaggio di Raiz a Sergio Bruni è la particolarità degli arrangiamenti e delle interpretazioni vocali: partono da Napoli per abbracciare i suoni del mondo, facendosi un po’ figlie di Annibale, come nel caso di “Palcoscenico”.

Le radici sono ben piantate nel terreno della tradizione, mentre lo sguardo rimane costantemente aperto verso il mondo.

Corrado Parlati

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