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“Mixed by Erry” è una storia fortemente napoletana, che ha trovato il tributo più giusto e veritiero nel libro scritto da Simona Frasca e pubblicato da ad est dell’equatore (a questo indirizzo puoi trovare la scheda e acquistarlo).

Per presentare il libro e ripercorrere la vicenda dei fratelli Frattasio, ho scambiato due chiacchiere con l’autrice.

Intanto, se non ci conoscessimo ancora, mi presento: sono Corrado Parlati e ti do il mio più caloroso benvenuto a bordo.

Sulle pagine della rubrica “Discovering Naples”, ti racconto alcune delle storie più belle della mia città, un luogo ricco di suoni, vicissitudini, magia.

Com’è nato il libro “Mixed by Erry”

Ogni storia è giusto che venga raccontata dall’inizio: qual è il primo ricordo di Simona Frasca, nei panni di ascoltatrice, legato a “Mixed by Erry”?

Se penso ai primi incontri mi viene in mente Casoria, un comune subito fuori Napoli dove organizzavo le prime interviste con Peppe, il maggiore dei fratelli Frattasio.

Ricordo la preparazione prima di incontrare lui e poi gli altri fratelli, meticolosa e concentrata perché era tale e tanta la quantità di indizi da tenere sono controllo che non potevo concedermi distrazioni, era tutto estremamente carico di significato ma allo stesso tempo evanescente, le loro parole, gli sguardi, i corpi, i luoghi, gli odori…

Nelle pagine iniziali del libro, racconti come per un periodo guardassi Napoli in un’accezione negativa, quasi insofferente. Dopo aver affrontato il processo di scrittura legato alla stesura di “Mixed by Erry”, com’è cambiato il tuo rapporto con la città e cosa rappresenta per te Napoli ora?

Semplicemente mi sono accorta di essere legata a questa città in una maniera che non immaginavo e soprattutto mi sono accorta di capirla, o almeno che mi piace provarci.

Quando poggi lo sguardo su cose che non comprendi completamente, sei incerto, una sorta di turbamento culturale proprio come quello di cui parlava Malinowski, poi ti accorgi che è proprio il modo in cui guardi che dà forma e sostanza alle cose che sono lì inerti, in attesa che qualcuno le faccia parlare. Mi è capitato un po’ questo nel raccontare questa storia che inizialmente non aveva né capo né coda.

Una matassa che mi sono messa lì a dipanare nel corso di mesi, anzi anni con l’obiettivo di raccontare ciò che è difficile raccontare.

Mixed by Erry: una storia tutta napoletana

Quella di Mixed by Erry è una storia fortemente napoletana. Come può essere inquadrato, da un punto di vista socio-culturale, il fenomeno che ha visto protagonisti i fratelli Frattasio?

Ho scritto il libro con lo sguardo rivolto anche a questo punto che è certamente fondamentale. Dunque, a parte invitare a leggerlo, direi – semplificando al massimo – che questa storia è una risposta altamente creativa concepita in un contesto di grande emarginazione.

Napoli continua ad essere un terribile rompicapo. È come costruire attorno a una moltitudine di fenomeni senza senso o in aperto contrasto un muro per contenere e nascondere quello che c’è dentro e poi vederselo crollare di continuo perché è tale la pressione dall’interno che alla fine il muro rovina.

Seguire i Frattasio che fino al 1997 confezionano e vendono cassette in mezza Italia e presso gli Italiani emigrati ci restituisce il passato di Napoli, per molti aspetti ancorato alla sua storia post-unitaria e post-bellica. In definitiva, questo libro per me resta una riflessione sul lavoro assente o precario, sulla capacità di rispondere in maniera spontanea e a-legale all’impulso alla sopravvivenza con una buona dose di fantasia e di eccesso.

Da “Mixed by Erry” è stato tratto anche un film che su Netflix è diventato un successo enorme. Da autrice del libro, ci sono dei passaggi che nel film sono stati sottovalutati e che avresti voluto ricevessero maggior risalto?

Sono due cose molto diverse, il film di Sibilia è una pop comedy divertente che esalta il lato rocambolesco della storia di Mixed by Erry, il libro è in chiave più grezza, hardcore per usare un termine musicale, una ricostruzione di una parte della nostra città dimenticata o consegnata alle pagine della cronaca della stampa locale, una tranche de vie in linea con quello che Napoli è stata a partire dal dopoguerra.

Al film manca la prospettiva internazionale che secondo me è primaria nella comprensione della vicenda, senza questa prospettiva non ci spiegheremmo i viaggi in Cina, in Brasile e Bulgaria dei fratelli nel tentativo di allargare gli affari e l’arresto scattato in seguito alla denuncia e per volontà legittima dei marchi discografici di fermare il fenomeno della pirateria audio/visiva che dilagava in tutto il mondo.

Il film dà una visione un po’ pittoresca delle cose, tirando per la giacca anche un eccesso di colore malavitoso che non guasta mai. Per come la vedo io, ogni storia è interessante se diventa una metafora per comprendere altro.

La musica nella vita di un ascoltatore

La storia di Mixed By Erry mette anche in risalto una cosa: il diverso valore che aveva la musica per la vita di ognuno di noi. Com’è cambiata, nel corso degli anni, la percezione della musica e il ruolo di quest’ultima nella vita di un ascoltatore?

Domandone! La musica resta una questione estremamente personale, è un’esigenza interiore, di raccoglimento così come di condivisione ma risponde sempre a un bisogno soggettivo e individuale, secondo me, con buona pace dell’industria più o meno mainstream che in tutti i modi impone tendenze, gusti e ascolti.

È una dinamica continua di negoziazione tra le aspettative dell’ascoltatore, l’impulso del musicista e il beneficio del produttore inteso qui come marchio discografico. Questo mi pare che non sia cambiato molto, potrebbe essere cambiato invece il valore sociale che noi attribuiamo alla musica. Se vedi film documentari di qualche decennio fa, non so Rude Boy che vide la partecipazione dei Clash ed è il racconto del loro impegno politico, ecco lì ti rendi conto del potere sociale esplosivo della musica.

Oggi non mi pare di ravvisare più quella forza detonante, però spero di sbagliarmi. Difficile tenere sotto controllo ciò che accade nel mondo intero. Potrei dirti che i centri propulsivi si sono ampliati da tempo e per fortuna. Per esempio in Africa se ascolti la musica tuareg elettrificata dei Tinariwen ti accorgi che lì sono accadute delle cose molto interessanti, ma è pur sempre tutto veicolato dall’industria e dunque è tutto davvero relativo.

Gli spazi di libertà sono sacrosanti ma complicati da individuare, ma noi abbiamo il vantaggio di affacciare sul Mediterraneo che continua a essere un luogo di confronto culturale, la storia dei suoi suoni ci viene restituita continuamente anche se non vogliamo ascoltarli.

Leggendo Mixed by Erry, mi ha colpito una frase ironica ma forse a tratti veritiera di Peppe: “a Napoli tutti sono cantanti, i peggiori lo fanno per mestiere”. Ci sono degli artisti a Napoli che, secondo Lei, sono rimasti nell’ombra e avrebbero meritato maggior successo?

No, non penso, almeno non me ne viene in mente nessuno, chi meritava è andato avanti alla grande e forse anche chi non meritava (ride, ndr). Ho ragionato molto su quella frase e penso che Peppe intendesse dire che molti fanno i cantanti senza curare i passaggi necessari affinchè un prodotto estemporaneo come molta musica neomelodica degli anni Novanta – il periodo al quale fa riferimento Peppe – potesse diventare un prodotto ben confezionato, corredato di una buona produzione, musicisti dotati di gusto oltre che di capacità tecniche, anche se il tratto approssimativo mi sembra peculiare di quel contesto musicale e ne fa proprio l’elemento stilistico distintivo.

In conclusione, proviamo a fare un gioco: poniamoci a metà tra il Rob di “Alta fedeltà” di Nick Hornby e i fratelli protagonisti di Mixed by Erry. Se dovessi darmi una tua cinquina di canzoni, da inserire su una compilation che come scopo ha quello di raccontare il periodo storico di Mixed by Erry, quali sceglieresti e perché?

I Frattasio fanno parte di quel proletariato giovanile che cinematograficamente vedo vicino a film come Sabato sera, Domenica mattina, vecchia pellicola inglese che parla di gioventù e rabbia, un po’ come I ragazzi della 56a strada di Francis Ford Coppola, ma l’elenco sarebbe infinito.

Per quello che riguarda gli ascolti resto dunque nell’ambito anglosassone. La mia compilation pesca soprattutto dal synth-pop e dal punk-rock britannico oltre che dall’Italo disco, e ci mancherebbe. Visto che abbiamo parlato dei Clash direi sicuramente Police on my back, perchè se non ce l’avevano loro il fiato sul collo della polizia dimmi tu chi altri?!

Al secondo posto ci metto Friday I’m in love dei Cure, questo forse è dedicato a me più che a loro, uno dei pezzi più belli di tutti i tempi con quell’amalgama perfetto di entusiasmo giovanile e malinconia esistenziale, se dovessimo individuare un giorno della settimana adatto alla vicenda dei Frattasio non c’è dubbio che sia il venerdì, fine settimana, giorno di uscita e di bagordi.

Sull’onda degli anthems generazionali scelgo It’s my life dei Talk Talk, non fosse altro che per quel magico attacco di tastiere, basso, batteria e gabbiani che vale il pezzo intero. Adrenalina di Giuni Russo, formidabile per descrivere la condizione dei giovani Frattasio, drogati di giovinezza e di incoscienza e per finire Boys (Summertime Love) di Sabrina Salerno – produzione di quel marpione di Claudio Cecchetto – iconica come poche nell’ambito della disco-pop italiana. Sinuosa e morbida al punto giusto (la disco-pop intendo).

A Simona Frasca – autrice del libro Mixed by Erry – e Carlo Ziviello di ad est dell’equatore va un sentito ringraziamento.

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