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Come in un romanzo di formazione, Paolo Benvegnù torna con una serie di interrogativi sulla condizione umana, sul rapporto con l’altro e sull’attualità di un sentimento come l’amore.

Per presentare il suo nuovo disco, ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con lui.

Sono Corrado Parlati e ti do il mio più caloroso benvenuto a bordo!

“È inutile parlar d’amore” è l’album che segue l’uscita di “Solo fiori”. Vuoi presentare ai nostri lettori il tuo nuovo lavoro?

È semplicemente una sorta di romanzo di formazione riguardo al rapporto tra possibile e impossibile, tra essere umano ed essere umano, tra femminile e maschile, dal mio punto di vista, visto attraverso una sensibilità particolarmente legata al femminile. Ovvero, la costruzione intesa come organica e non legata al genere o alla geometria. È una costruzione magmatica, più legata al dionisiaco che all’apollineo.

Qual è, per Paolo Benvegnù, il vero significato della parola amore?

Il vero significato è il nome della donna o dell’uomo che ami, se ami qualcuno.

Di “Canzoni brutte” mi hanno particolarmente colpito i versi “Vorrei potere stabilire con certezza la domanda e l’offerta Prendermi quello che resta / Tra bieca semplificazione e volontà di seduzione / Così mi sono procurato delle frasi che non c’entrano niente / Ma piaccion tanto alla gente / Che ci si può identificare e scaricare e poi comprare”. Com’è nata questa canzone e qual è la tua visione dell’essere artisti in un mondo che tende sempre più all’omologazione?

Io desidero essere uno studente. Un artista che ha bisogno della sua posizione nel mondo, prende veramente in considerazione quella considerazione.

Ho scritto questo brano proprio da studioso, è un piccolo saggio sociologico. Se uno deve avere un’uniforme da artista, deve tenere presente la volontà di seduzione, di fidelizzazione, di entrare nel mondo attraverso una certa posizione. È una canzone di negazione rispetto a quello che dice.

Penso che bisognerebbe cercare di dare qualcosa che non sia scontato, quindi l’omologazione è un errore clamoroso, perché più si omologa, più la gente si inaridisce. Non è una questione di trovare temi diversi per incuriosire, devi trovare le risposte alle domande che ti si pongono. Perciò devi andare alle cause e non agli effetti.

Quest’anno ricorrono i tuoi primi trent’anni di carriera. Se dovessi aprire l’album dei ricordi e consegnarmi cinque istantanee, a partire dalla fondazione degli Scisma, quali sceglieresti e perchè?

Il primo concerto degli Scisma a Rovereto, eravamo ancora una band che faceva anche teatro oltre a suonare, con un’ingenuità e una cecità incredibile rispetto a ciò che facevamo.

La seconda è il concerto, sempre con gli Scisma, nel 2003 a Firenze con The Last Waltz, in cui ci siamo ritrovati e abbiamo sciolto tutti i dubbi che avevamo su di noi umanamente. Fu un ritrovarsi in una cecità e un’illusione diversa.

La terza è a Firenze con Marco Parente, quando sono stato a vivere lì e a suonare con lui, e la gioia furibonda che aveva nel suonare i suoi brani. È qualcosa che non ho più sentito se non nei nuovissimi Benvegnù. Eravamo furibondi, gioiosi contemporaneamente, sembra un ossimoro ma è così.

Nella quarta riassumo le istantanee di tutti i concerti piccolissimi che ho fatto in questi anni. Quando suoniamo le canzoni dei Benvegnu in una stanza, si verifica qualcosa che muove me e le persone che sono con me verso una comunione di stato e di sguardo e di senso. Quella è la mia dimensione nel fare musica, vorrei solo fare concerti così.

La quinta è il ritrovamento di tutti questi brani di questo disco, il fatto che mi sono semplicemente messo a cercare di esporre quello che sentivo e che questi brani sono sgocciolati uno dietro l’altro in maniera semplice, senza timori e con grande gioia. La scrittura di questo disco mi ha fatto grande piacere.

In conclusione, com’è nata l’idea di realizzare due versioni differenti, una per lo streaming e una per l’ascolto in vinile?

Semplicemente perché nello streaming c’è la possibilità di vivere un’esperienza magari andando in giro, correndo, camminando per una città, in macchina. È preferibile l’ascolto notturno perché è stato concepito di notte.

L’idea che c’è una possibilità di avere un’attenzione più continuativa con lo streaming e con il CD, mentre l’ascolto in vinile sottende al fatto che normalmente stai in uno spazio e, sebbene uno cerchi di chiudere il mondo fuori, ci sta che metti su il disco, ti alzi, ti telefonano al secondo brano, oppure finisci la prima parte e devi alzarti per girare il disco.

È un po’ come vedere un film con il taglio del produttore, mentre lo streaming è il taglio del regista.

A Valentina Marcandelli e Paolo Benvegnù va un sentito ringraziamento.

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