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Settembre 2023, l’estate che non si sogna neanche di volgere al termine, la copertina di Rolling Stone con sopra una foto di Davide Petrella aka Tropico. La didascalia che la accompagna espone una sentenza: “il disco pop italiano dell’anno”.

Nome e viso conosciuti, faccio mente locale, metto insieme i pezzi: lui è il filo rosso che lega Cesare Cremonini, Marracash, Mahmood, Elodie, Emma, Elisa, e caspita, chi più ne ha più ne metta, una buona parte della discografia italiana odierna è firmata Davide Petrella.

Mi chiedo dove ho già visto quel viso, poi l’epifania: nel 2015, a Somma Vesuviana, sul palco del Torricelli Art Festival – rassegna artistica e musicale organizzata annualmente dal liceo che ho frequentato, almeno finché la mentalità Gen-Z non lasciasse tutto all’incuria – c’era ospite proprio lui, Petrella, con quello che all’epoca era il proprio gruppo musicale, Le Strisce.

All’epoca non potevo immaginare chi e cosa sarebbe diventato quel ragazzo che oggi, otto anni dopo, ha spiccato il suo più bel volo. Ascolto “Chiamami quando la magia finisce” interamente, ne pondero la qualità, desidero subito sentirlo live.

Per un caso fortuito riesco ad accaparrarmi un posto per il concerto al Palapartenope del 23 dicembre scorso.

La data è sold out, come tutte le precedenti del tour che ha visto Napoli come tappa conclusiva -la città natale dulcis in fundo, meraviglioso acme.

Tropico si esibisce per due ore consecutive, un’unica pausa dopo “È importante avere una visione” – pausa che non è poi tale, piuttosto è parte della potenza del brano stesso. Il cantautore racconta tra un pezzo e l’altro le trafile (test.) della composizione musicale, di come a volte la musica non ammetta troppe sfumature nel suo nascere e divenire, ma racconta anche di sé, dell’inizio nel garage dei suoi, di come scrivere canzoni gli piaccia proprio tanto, della pazienza, del lavoro, della sua visione fissa sull’obiettivo.

Sul palco l’atmosfera è elettrica e frizzante, i musicisti che accompagnano la voce di Petrella suonano e si divertono insieme, non sembrano un gruppo ma una famiglia unita.

Sulle note di “Fantasie” un ospite speciale: il già citato Cesare Cremonini, che non esita ad elogiare “la grinta e la rabbia” che Tropico è riuscito a trasmettergli lavorando insieme a lui.

Ma Cremonini non è l’unico ad aver captato il carico di verità umane che la musica di Davide Petrella raccoglie in sé.

Mentre da un lato i racconti di Tropico sul palco lasciano intravedere il peso specifico del suo essere, dall’altro i suoi testi palesano una sensibilità ed una delicatezza nell’esprimere le emozioni del nostro tempo senza pari (basti pensare che sulle note di “Fiore” un ragazzo ha proposto alla propria fidanzata di sposarlo). Ecco dunque cosa ci lascia il tour di Tropico appena concluso: un ragazzo che a furia di scrivere parole per gli altri ha trovato poi anche le parole per se stesso, e che ha sviluppato sulla propria schiena un paio d’ali abbastanza grandi per volare da solo, protagonista indiscusso, il proprio nome non come parte di una lista di autori, ma spiaccicato a caratteri cubitali accanto al titolo di una canzone.

Grazie, Davide, perché non hai tradito la fiducia che noi tutti abbiamo riposto in te e perché ci hai fatto capire che si può ancora scegliere la Musica, quella vera, quella fatta bene, quella a livelli di qualità incalcolabili.

Non tradirci mai.

Francesca Maria Pagnozzi

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