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Ci sono momenti in cui 60mila vite si uniscono per diventare un’unica, enorme storia.

Tutti, almeno una volta, abbiamo sognato di salire su una macchina insieme ai protagonisti delle canzoni di Bruce Springsteen per inseguire un sogno, o ci siamo sentiti abbracciati e rincuorati dalle sue parole negli hard times che vanno e vengono, oppure quando sentivamo di essere nati per scappare via (e per finire, spesso, a 10 km da casa…).

Sono queste le sensazioni con cui ci si trova a fare i conti quando si va a un concerto del Boss.

In una domenica dal tempo tutt’altro che rassicurante, mi avvio in pullman verso il Circo Massimo, iniziando a immaginare una giornata che attendo da quando sono partiti i primi rumors per un tour nel 2022. La pioggia fa il suo corso, si abbatte copiosa sulla Città Eterna per fermarsi giusto in tempo per l’inizio degli open act di The White Buffalo – un progetto che, per sonorità, si pone a metà tra Asbury Park e la Seattle di Eddie Vedder – e Sam Fender, nome che sentiremo spesso nel corso dei prossimi anni.

Alle 19:30 in punto, sale sul palco la E Street Band in versione ehnanced, il sole fa capolino tra le nuvole, sale sul palco lui. L’inizio è sulle note di My Love Will Not Let You Down e Death To My Hometown, prima di passare a No Surrender. “We learned more from a three-minute record, than we ever learned in school” sembra essere una storia capace di unire proprio tutti.

Tra i momenti più alti della serata, fatta di rock con arrangiamenti molto tendenti al jazz, “Kitty’s back”, “E-Street shuffle” e, soprattutto, una “Nightshift” che abbraccia il rock e il gospel. Musicalmente, Springsteen riesce ad abbattere ogni barriera, ogni divisione di genere.

Non manca un velo di malinconia, nel corso di uno spettacolo in cui è possibile ammirare sul palco uno Springsteen diverso, che porta sulle spalle il peso dei suoni anni e resta concentrato a dare il meglio di sé in quello che ha il sapore di essere a tutti gli effetti l’ultimo giro del mondo con i sodali di una vita.

Bruce interagisce di meno con il pubblico rispetto al passato, ma resta sempre centrale in ogni canzone suonando quasi tutti i guitar solo, e sottolinea che ci sono momenti in cui acquisti una consapevolezza: “there ain’t no sin to be glad you’re alive”. Non c’è proprio nulla di sbagliato nell’essere grati e felici del semplice fatto di essere vivi in quel momento.

Springsteen è the last man standing dei Castiles, la band che fondò con un suo coetaneo negli anni ’60 in New Jersey. Durarono tre anni, un’infinità se ne hai appena sedici, un’età in cui tutto cambia in maniera estremamente veloce. Ma poi viene il momento in cui i giorni trascorsi sono, probabilmente, maggiori di quelli che ti restano da affrontare.

La morte, dunque, è un tema ricorrente, è come se la sua ombra fosse in qualche modo presente nel corso della serata e, tramite il suo spettro, il Boss celebra l’enorme potenza della vita, come accade in Ghost con il grido “I’m alive”.

In uno dei miei libri preferiti, Nick Hornby scriveva “Vorrei che la mia vita fosse come una canzone di Bruce Springsteen. Almeno per una volta”.

Ecco, io adesso non so se la mia vita, fino ad ora, sia stata come le canzoni di Bruce Springsteen. Quello che so è che quelle canzoni ne hanno scandito il tempo, diventando fonte d’ispirazione continua. Di questo ne ho avuto anche stasera l’ennesima conferma.

Grazie, immenso Bruce.

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