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Quando l’ho visto dal vivo per la prima volta al Blue Note di Milano, Matthew Lee mi ha colpito fin dal primo pezzo per il suo modo di approcciare a uno strumento come il pianoforte: eccentrico, deciso, selvaggio, provocatorio. Puoi vederlo suonare con il piede oppure dando le spalle allo strumento, nel corso della serata.

In pieno rock ‘n’ roll, insomma, proprio come il suo repertorio, che spazia da Elvis a Little Richard, passando per Chuck Berry e Jerry Lee Lewis, fino ad arrivare a Edoardo Bennato, attraverso scelte raffinate e non scontate.

Per questo, dopo il concerto ho deciso di mettermi sulle sue tracce per organizzare un’intervista.

Ecco com’è andata

INTERVISTA A MATTHEW LEE

Ogni storia è giusto che venga raccontata dall’inizio: ricordi com’è andato il tuo primo live?

Avevo 17 anni e avevamo organizzato una esibizione nel teatrino della parrocchia che frequentavo, c’eravamo io (con i capelli a spazzola), un mio amico alla batteria e un altro ragazzo che faceva sketch comici come intermezzo tra i brani…era tutto piuttosto trash ma alla fine vennero a vederci circa una trentina di persone, a noi sembrava come aver suonato al Madison Square Garden.

“Suspicious minds” è la tua personale rivisitazione di un brano di Elvis Presley. Com’è nata questa scelta e cosa rappresenta per te questo brano?

Sono cresciuto con i dischi di Elvis di mio padre, conosco praticamente tutto e questo è uno dei miei pezzi preferiti. La melodia è bellissima e ho voluto farla mia con un arrangiamento che mi rappresentasse.

Dopo un inizio in cui hai prodotto musica prevalentemente in inglese, hai accettato di misurarti per la prima volta con la lingua italiana. Come hai preso questa decisione?

Beh ormai canto molte canzoni in italiano, ma all’inizio non fu semplice digerire l’idea che mi suggerirono i discografici. Io ero uno super puro del rock’n’roll, poi ho capito che con la chiave giusta si può comunque creare la magia, decisione giusta.

Nel 2010, dopo esserti laureato in Giurisprudenza, debutti negli Stati Uniti al “Cincinnati Blues Festival”. C’è un aneddoto in particolare di quei giorni che vuoi raccontarci?

Fu una bellissima esperienza, andavo nel territorio in cui tutto era nato, ero piuttosto teso ma anche sicuro di me.

Mi sono ritrovato in mezzo ai grandi del blues americano e quando sono arrivato alle prove e ho chiesto a che punto fossi della scaletta ho scoperto di essere l’headliner…cioè io italiano ero l’artista di punta del festival.

Ė stata una sorpresa enorme, ma da li ho capito che se le cose le fai con passione e soprattutto col cuore non puoi sbagliare e non ci sono limiti.

Nel corso del tuo live al Blue Note, hai parlato di quanto Milano sia per te una città importante. Qual è il tuo rapporto con Milano e cosa la rende così speciale ai tuoi occhi?

In Italia non c’è cittá migliore di Milano per vivere, offre tantissimo e, se come me, sei una persona curiosa e con molta voglia di fare, è il posto perfetto. Mi piace la sua vibrazione e ormai non posso più farne a meno.

Da musicista, spesso scegli per i tuoi live anche canzoni meno conosciute della storia del rock ‘n’ roll. Ti chiedo, quindi, di concludere questa intervista con un piccolo regalo per i nostri lettori: quali sono i tre brani meno conosciuti che, secondo Matthew Lee, proprio non possono mancare nella playlist di un appassionato di musica?

EASTBOUND AND DOWN di Jerry Reed
SIX DAYS ON THE ROAD versione di Marty Stuart
GREAT GOSH O’ MIGHTY di Little Richard

A Giulia Massarelli e Matthew Lee va un sentito ringraziamento.

Corrado Parlati

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