Rock or dust

Kingdom of Oblivion: la bandiera dei Motorpsycho non smette di sventolare

Alla fine, bisogna sempre fare i conti con i Motorpsycho. Perché se The All is One, otto mesi fa aveva concluso la Gullvåg Trilogy, iniziata nel 2017 con The Tower, Kingdom of Oblivion rimette subito il gruppo in sella. Forse sin troppo presto, forse no. Perché non ci si stanca mai di ascoltare la musica, quella fatta bene. Ma veramente bene. Il trio di Trondheim è probabilmente quello che fa sventolare più in alto di tutti la bandiera del prog-metal. Sebbene sia arduo, quando si è in presenza di musicisti simili, dare definizioni e creare compartimenti stagni (operazione sempre difficile, se non inutile). Ma Hans Magnus Ryan e soci non temono confronti, soprattutto con sé stessi.

L’identità che non manca mai

Kingdom Of Oblivion nasce dalle ceneri di The All Is One, ma non ha nulla in meno della trilogia precedente, anzi. Il sound ritorna prepotentemente a flirtare con elementi duri, il background hard/stoner del gruppo riemerge senza possibilità di fraintendimenti. Eppure, non mancano psichedelia e folk, tributi “illustri” evidenti o meno. Ma ogni elemento è filtrato dalla possente e inimitabile identità sonora dei Motorpsycho, che trasformano in oro tutto ciò che toccano. E, particolare non da poco conto, lo fanno da trent’anni. Forse non siamo al livello di mastodonti come Timothy’s Monster ed Heavy Metal Fruit, ma fare una classifica dei migliori dischi di questa incredibile band sarebbe stupido, ancorché impossibile.

Duri, onirici e vorticosi

La partenza del disco è di quelle che lasciano poco spazio a dubbi. I norvegesi fanno parte della ristretta cerchia di band dal sound immediatamente riconoscibile, eppure mai uguale a sé stesso. The Waning pt. 1 & 2 condensa tutto quello che i Motorpsycho rappresentano: solido riff iniziale, pezzo duro e onirico, altalenante nel suo incedere eppure diretto. E’ rock a tratti melodico, c’è una spruzzata di indie, ci sono i classici vocalizzi che conferiscono al brano quel tocco caratteristico che non può mancare. La title-track ci porta ancora più a fondo nell’universo prog-psichedelico tipico del gruppo, che si colora di potenti atmosfere stoner. Come un vortice che si avvolge lentamente e fragorosamente su sé stesso, il pezzo dipana una energia impressionante quando entra in scena la chitarra, a puntellare note appartenenti ad una galassia che solo i Motorpsycho conoscono.

I solchi dei maestri

Lady May è quello che potrebbe essere frettolosamente definito come il classico intermezzo acustico, ma basta conoscere appena la discografia del gruppo per capire che non è affatto la descrizione adatta. L’arpeggio che lo caratterizza è suadente, tambureggiante, e l’incrocio di chitarre crea atmosfere lisergiche e tutt’altro che minimaliste. La voce è un mantra che accompagna la musica, non il contrario: non si erge, resta sullo sfondo. La successiva The United Debased è una lunga cavalcata con elementi stoner/funk in apertura, segno evidente delle mai sopite reminiscenze seventies del gruppo. L’atmosfera iniziale vagamente doom è sorretta da una chitarra incalzante sullo sfondo, poi un riff e un assolo che sembrano venire direttamente dal deserto della California si stagliano nella parte centrale, prima di rientrare nei binari iniziali. Il prog si fa spazio nella seconda parte del brano, che cambia completamente forma senza perdere ritmo (e qui l’influenza crimsoniana è più palese che mai). Un passaggio che Robert Fripp apprezzerebbe: nel finale il ritmo accelera nuovamente, assumendo contorni a metà strada tra il desert e l’heavy metal. Più che un semplice brano, una suite conclusa da uno stordente assolo finale che accompagna la potente architettura hard di chiusura.

Il tributo a Lemmy

E siccome dai Motorpsycho è sempre lecito aspettarsi sorprese, la seguente The Watcher è un ritorno alla psichedelia delle origini. Primo brano scritto da Lemmy Kilmister quando militava negli Hawkwind, probabilmente il primo vero gruppo psych/stoner della storia. La versione Made in Norway è spettrale e minimalista. La linea di basso ripetuta ossessivamente, rumorismo in sottofondo, voce paranoica e inquieta, meccanica e stralunata. La fase ipnotica e psichedelica sembra proseguire con la successiva Dreamkiller, la quale non fa altro che raccogliere tutta la tensione accumulata nei minuti precedenti, esplodendo poi con un riff ed un’architettura di suoni potenti e spaziali. Sembra la colonna sonora dell’ingresso maestoso di un’antica nave in un fiordo: una visione epica e fiabesca, una barriera sonora compatta e priva di smagliature, difetti o momenti affrettati. Tutto si tiene, nei dischi dei Motorpsycho, nulla è lasciato al caso: dalle singole note, alla sequenza dei pezzi. Ogni cosa risponde ad una legge di equilibrio soggiacente, è l’ordine che deriva da un caos apparente. La tensione poi si placa, introducendo il successivo “intermezzo” acustico Atet.

Epico e fiabesco

Il punto più alto di tutto il disco è probabilmente At Empire’s End, che annuncia sin dall’inizio il suo tono epico e solenne. Un crescendo emozionale, una originalità di soluzioni dall’incredibile varietà. Si alternano fasi acustiche e complesse melodie operistiche, accompagnate da un canto mai prepotente. Come sempre, sono gli arrangiamenti a fare la differenza: e in questo i Motorpsycho sono maestri come pochi. Ogni parte del brano ha quel tocco in più che la rende diversa dalla precedente, ogni soluzione è perfettamente studiata e mai ridondante. Nel mezzo del brano, i vari elementi armonici sembrano incontrarsi per formare una melodia unica, potente e armoniosa. Prima della lenta discesa finale, in cui lo schema del pezzo non cambia ma non per questo l’esecuzione diventa noiosa. Anzi: l’incedere resta maestoso, e non viene scalfito dai minuti che passano. Perché ascoltare un disco dei Motorpsycho è un’esperienza sensoriale di fronte alla quale il tempo ha ben poca importanza.

The Hunt è l’ennesima sorpresa del disco. Un folk che sembra quasi rievocare il flauto di Ian Anderson, bucolico e fiabesco. Il mellotron accompagna la prima parte, il violino compare nella seconda, a testimoniare l’ulteriore vicinanza a certi passaggi dei Jethro Tull. Ma l’atmosfera cambia quasi subito per diventare quasi tribale, a sottolineare la capacità del gruppo di viaggiare su un arcobaleno di suoni senza mai rischiare di cadere. E questo fa tutta la differenza tra una band normale ed una band eccezionale. I riferimenti restano, ma l’evoluzione del sound è assolutamente e incontestabilmente originale.

La suite finale

After the fair è il secondo intermezzo acustico del disco, che introduce l’imponente suite finale The Transmutation of Cosmoctopus Lurker. L’introduzione è puro acid rock, prima di una furiosa cavalcata di stoner senza fronzoli né concessioni melodiche. Ma qui sta la grandezza di questa band: pur utilizzando stilemi classici, rielabora sempre il tutto a modo proprio, tale da rendere la materia trattata come se fosse nuova. La voce viene da lontano e accompagna l’incedere granitico del brano, che viene poi squarciato da una chitarra lancinante e grondante di psichedelia. E di nuovo giù in picchiata: un passaggio che rievoca Lark’s Tongues in Aspic conferisce un aspetto propriamente prog al pezzo, che prende una strada del tutto diversa, apparentemente caotica (e anche qui Robert Fripp apprezzerebbe…). Poi la tempesta si quieta, e il sottofondo di Cormorant chiude il disco.

E’ raro, per un gruppo, addentrarsi in percorsi musicali così compositi e non risultare mai banale o scontato. I Motorpsycho hanno appreso, rielaborato e aggiornato tante lezioni del passato, ma il loro sound è sempre “loro”. Mai uguale ai lavori precedenti, eppure sempre riconoscibile e originale. Da trent’anni, disco più, disco meno.

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