intervista a Mario biondi
Interviste

Mario Biondi: “Dare, un album che nasce dall’indomita voglia di fare musica” [INTERVISTA]

Mario Biondi ha da poco pubblicato Dare, il suo dodicesimo album in studio, uscito nel giorno del suo cinquantesimo compleanno.

Per presentare il nuovo disco e ripercorrere le tappe più importanti della sua carriera, noi di MentiSommerse l’abbiamo intervistato. Il risultato è una lunga chiacchierata, che passa per gli incontri con Bluey, Pino Daniele e Al Jarreau, un album che sintetizza tutte le essenze musicali di un artista straordinario e tanti, tantissimi ricordi.

L’INTERVISTA A MARIO BIONDI SU YOUTUBE

MARIO BIONDI PRESENTA “DARE”, IL NUOVO ALBUM

Dare è un disco estremamente variegato, in cui confluiscono jazz, funk, soul e in cui, probabilmente, c’è una summa delle anime musicali di Mario Biondi. Com’è nato questo disco e qual è il fil rouge che lega le varie canzoni e gli incontri musicali?

Il disco nasce dalla mia indomita voglia di fare musica e dalla fortuna di avere intorno a me altrettanti indomiti musicisti, senza i quali non potrei fare granché. I brani hanno legami di natura compositiva e anche affettiva più profonda.Mario Biondi album 2021

Simili è un brano a cui sono molto legato, che nasce verso la fine degli anni ’90, con la collaborazione dei Table, dei quali il fondatore, Giovanni Cleis, è venuto a mancare qualche anno fa.

Per me era importante dare un segnale anche a lui, malgrado non fosse più in vita, è un’energia che mi è rimasta legata al cuore. Essendo meridionale, credo molto nel rispetto delle persone defunte e rimango molto legato a loro.

Lov-Lov-love è uno dei due brani in cui ritrovi gli Incognito. Ricordi il tuo primo incontro con Bluey?

Il primo incontro con Bluey credo sia stato allo Studio Forum di Roma, in seguito alla nostra prima telefonata, in cui mi fece un sacco di complimenti per il repertorio e mi raccontò la sua incredulità nel fatto che un italiano stesse producendo un genere musicale che per lui poco si accompagnava col territorio.

Dopo questa telefonata ci incontrammo a Roma perché mi chiese di realizzare un brano insieme a lui e Chaka Can, e così nacque il nostro “Lowdown”, brano cover di Boz Scaggs.

Da lì in poi, complice anche la nostra natura isolana – io siciliano, lui mauritiano – ci siamo trovati ed è nata un’amicizia vera.

Mi reputo molto fortunato, perché è una persona estremamente buona e generosa, che mi ha aperto il cuore e mi ha donato molto della sua disponibilità artistica e personale.

Che esperienza è stata confrontarti per la prima volta in studio con il repertorio di Frank Sinatra?

Dapprima c’è stato un timore reverenziale che voleva comunque prescindere dalla grandezza dell’esecutore primo.

Ho fatto una grande ricerca sulle cover fatte negli anni e mi sono imbattuto in questa versione di James Brown, che mi ha dato l’input. L’ha fatta in questa maniera così dissacrante, completamente distorta del brano, della melodia, della ritmica. A me piace molto di contro rispettare a scrittura, l’autore, per me è fondamentale.

Ho voluto parafrasare un po’ l’arrangiamento di James Brown, metterlo su una ritmica più Motown, rispettando quasi totalmente la linea melodica.

LA GAVETTA E IL BIG BANG DI THIS IS WHAT YOU ARE

Prima del big bang di “This is what you are”, hai girato la penisola tra piazze, piccoli club, feste private. Che ricordi hai di quegli anni?

Tante sono le cose che ricordo con affetto di quel periodo, anche perché per me era la voglia forte di vivere la musica e di viverla totalmente, a 360 gradi, talvolta anche a discapito dei miei amori.

Ricordo il supporto delle persone intorno a me, che ha fatto da ariete nel mio intimistico modo di cantare, nella mia visione piuttosto low profile di esprimere la musica, che doveva essere una condivisione delicata, basata su un rapporto intelligente di sentimenti.

Il grande affetto che mi hanno riversato le persone fa parte sempre dei miei ricordi. Farei fatica a dirti che ricordo i loro volti, ma le loro voci e le loro intenzioni le porto nel cuore.

In un’intervista hai raccontato di aver scoperto la parte più bassa della tua voce in età più adulta…

Sì, è vero. Anche questo fa parte della mia maniera più intimista di vedere la musica. Per me sfoggiare è come non avere. Sono stato legato alla cultura socratica per molti anni, ero innamorato di tutte le sue scritture.

Essere e non apparire era una parte fondamentale da gestire nella mia vita. La voce bassa ostentava un po’ troppo, sul range medio riuscivo a cantare in maniera talvolta più sofferta ma meno invadente, dal mio punto di vista.

A causa di un’aria condizionata un po’ piccante, mi sono trovato in una nave da crociera a largo di Nizza con le note alte della voce compromesse. Mi trovai assolutamente obbligato a cantare nell’ottava bassa. Non avevo alternative: il playback o la voce bassa. E il playback non me lo potevo permettere (ride, ndr).

Poi alla fine in quell’occasione ho potuto testare una parte della mia vocalità e della mia personalità che forse è la più naturale, che riuscivo ad adoperare con meno sforzo e più leggiadria, perché mi trovavo a toccare delle note anche incredibili per un cantante “normale”.

Spesso mi chiedono di far sentire la mia nota più bassa, ma non lo faccio, perché non è quello il concetto. La musica deve essere una parte personale, intima.

This is what you are è un brano che ha riscosso un successo enorme prima in Inghilterra e successivamente nelle radio italiane. Ricordi come sei venuto a conoscenza del successo che la tua canzone stava riscuotendo oltremanica?

Un mio carissimo amico, un deejay di Roma, mi mandava ogni settimana i reportage della heavy rotation di BBC One e BBC 6. Quando mi disse di essere al primo posto, la cosa mi lasciò stupito. Fu un bel passaporto datomi dagli inglesi, che continuano a darmi un certo tipo di forza, con richieste di concerti, supporto radiofonico, la BBC e la Jazz.fm mi programmano spesso, non quanto mi programmano certe radio italiane, che non programmano un certo tipo di musica. Ancora devo capire di quale certo tipo di musica si tratta, ma questo è uno piccolo sfogo, permettimelo.

E di questo amore troviamo testimonianza anche in “Dare”, in cui è presente una registrazione tratta da un tuo concerto al Ronnie Scott’s, un vero e proprio tempio del jazz.

Anche questo fa parte del grande affetto del pubblico e degli organizzatori dei jazz festival internazionali. Abbiamo sempre grandi richieste all’estero in Francia, Germania, Inghilterra, come in Italia. Da quel punto di vista, l’Italia ci ha sempre supportati moltissimo. Resto sempre un po’ basito dalla divulgazione dei mass media, che sta perdendo molta rispettabilità e questo mi dispiace.

E questo lo vediamo, ad esempio, anche con il bombardamento di notizie a cui siamo sovraesposti…

Siamo un popolo di persone estremamente intelligente, di grande cultura, arte, storia. C’è un’inversione di tendenza da diversi anni, forse dagli anni ’80 ha avuto una preponderanza forte al punto che, stranamente, il popolo ha preso assolutamente il sopravvento, ma è un popolo che non sa fare o, se sa fare, sa fare male.

Questo non porta bene a una nazione, a noi servirebbero delle istituzioni in tutti gli ambiti. Io quando ho un dubbio musicale non chiamo il trapper della situazione, chiamo ad esempio Beppe Vessicchio, che nella sua immensa cultura mi esprime il suo punto di vista.

È una ricchezza che non dobbiamo permettere, perché un popolo senza cultura è una rovina.

IL RICORDO DI AL JARREAU E PINO DANIELE E IL RAPPORTO CON LA MUSICA BRASILIANA DI MARIO BIONDI

Uno degli artisti con cui hai collaborato in maniera più diretta e intima è Pino Daniele, di cui hai canto Je so’ pazzo e Notte che se ne va. Cos’ha rappresentato per te un artista come Pino Daniele?

Pino ha rappresentato la mia adolescenza, i miei primi amori, l’innovazione di un linguaggio in una maniera unica, perché solo Pino Daniele canta come Pino Daniele.

Ha portato la sua cultura a un next level, ha innalzato il livello di una cultura della musica napoletana che già è un colosso mondiale. Lui è l’incantabile, sento ancora oggi molti cantanti partenopei di grandissima cultura e caratura artistica, ma nessuno lo potrà mai cantare.

Pino aveva la voce del popolo, quella timbrica la sentivo negli anni ’90, quando facevo il militare ad Avellino, e lui è riuscito a fare di un suono tipico campano l’internazionalità della musica, con linguaggi pazzeschi, con passaggi dal puro jazz al soul, al funk, al pop più scontato. Pino è riuscito a fare dei brani così pop che viene da chiedersi perché Pino abbia fatto cose di questo genere, non ti nego che anch’io me lo sono chiesto negli anni.

La verità che un artista grande com’era Pino doveva confrontarsi con tutte le sfaccettature della musica. Ha suonato con tutti i chitarristi del mondo. Di Pino uno ce n’era e uno rimarrà.

Un altro degli incontri fondamentali è stato quello con Al Jarreau…

Al Jarreau e Pino Daniele erano lo zio Al e lo zio Pino, per me, i miei amici e i colleghi e compagni di musica. Al Jarreau, come Pino, ha accompagnato la mia infanzia. Addirittura prima di Pino ascoltavo Al, che ha iniziato a pubblicare tardi i suoi primi dischi, nel ’75-’78 ha fatto i primi dischi.

Mi faceva impazzire e ammetto che faceva impazzire anche i miei familiari, perché riascoltavo le sue frasi di scat centinaia di volte, facendo avanti e indietro con la puntina.

Nello stesso periodo ascoltavo tantissimo Fabio Concato, Nino Buonocore, un artista di una delicatezza incredibile, una vocalità fantastica. Ho ascoltato tantissima musica, sicuramente Al Jarreau e Pino sono stati la mia intossicazione.

Per la realizzazione di Brasil, ti sei confrontato con tantissimi musicisti brasiliani. C’è un aspetto del loro modo di fare musica che ti ha impressionato, un insegnamento che hai imparato da loro e che vuoi condividere con noi?

Sono totalmente terroni, come noi. Quando sei a Rio sei a Napoli, a Catania, a Palermo… è uguale. L’approccio dei musicisti con la materia musicale è identico, hanno lo stesso entusiasmo che hanno i nostri musicisti quando poggiano le mani sul piano.

È questo ciò che mi ha fatto trovare assolutamente bene in Brasile, territorio che frequento da più di dieci anni. Il loro approccio con la ritmica è una grande fortuna, perché grazie alla commistione afro brasiliana, che è anche italiana, olandese, tedesca, sono riusciti a creare la samba e la bossa nova, che sono cifre esclusivamente brasiliane.

Cosa che purtroppo, chissà perché, abbiamo spento negli anni: le nostre tarantelle sono diventate quasi inutilizzate, mentre avremmo potuto farne progredire. Qualcuno per fortuna l’ha fatto: abbiamo Enzo Avitabile, che è riuscito a sviluppare dalla tammurriata delle sonorità medio-orientali e tante belle cose, che dovremmo sempre più valorizzare perché sono ricchezze territoriali.

LOVE IS A TEMPLE

“Love is a temple, Don’t take it for granted”. Cos’è l’amore per Mario Biondi?

L’amore è tutto il giorno, la notte, il risveglio e quando ti addormenti. Camminare e riuscire a vedere tutto con una nota di benevolenza, anche la cosa peggiore. Anche nella rabbia c’è amore, anche nella forza di urlare qualcosa ci deve essere amore.

L’amore è un tempio, ecco, bisogna dargli grande peso, grande rispetto, non darlo per scontato. Quello è il messaggio, non voleva essere molto filosofico. 

A Mario Biondi e Giada Sollitto va un sentito ringraziamento da parte della redazione di MentiSommerse.

Intervista a cura di Corrado Parlati

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