Camera Oscura

‘A me è rimasto un manto di luce’: Fedele al pane di Sara Fanigliulo

Fedele al pane (Transeuropa, 2021) è un libro che richiede un moto unitario, un attraversamento che non conosce soste dall’avvio fino alla fine del cammino, se può esserci mai per un libro di poesia il momento della fine.
Ma non vorrei rischiare di suggerire inconsistenza per cui mi servirò di un’immagine: questa lettura è come una vasca lunga e bassa nella quale onde leggere si infrangono su di noi mentre la attraversiamo e l’aria, calda di vapore, è satura di un buon profumo.

poesiaNon è cioè un libro viscoso ma, al contrario, gassoso, tenacemente aereo nel quale il passaggio è sereno. Arrivare dalla prima all’ultima pagina è un attimo ma è proprio la – relativa – velocità di attraversamento a richiedere un nuovo viaggio. E poi un altro.
A lettura finita la sensazione è quella di una leggerezza quieta, come quella di un volo radente al mare, ma perfettamente in controllo, certo di un atterraggio sicuro.

Fedele al pane è, nella più antica tradizione, un libro di poesie amorose, declinato nella forma di un diario ma scritto, con buona probabilità, à rebours, con la lucidità e l’imparzialità che solo un ragionamento a posteriori può imprimere a un complesso di emozioni spontanee.
La silloge si divide in tre sezioni che mostrano il proprio carattere di tappe in un viaggio d’amore, un viaggio che è sempre iniziatico, sempre rituale. La prima ha un titolo programmatico, ‘Il primo amore’: pochi testi in cui l’io ha un referente reale, circostanziato, ma io credo che il discorso dei versi qui si possa maggiormente estendere all’amore in sé, antecedente alla sua specifica declinazione reale.

Il testo ‘Voliamo’, infatti – uno dei più lunghi e significativi, a mio parere, della raccolta – attraverso il canto dell’amata sembra definire l’Amore costruendolo dal nulla, come in un mito di creazione che realizza la ritualità generatrice a cui accennavo prima. Amore come impasto di ‘appartenenza, costanza, fiducia, passione’, il cui risultato è un legame libero e durevole.
Nelle successive sezioni la ricostruzione diaristica (diluita in tempi assolutamente irriferibili) si mescola al romanzo, ma sempre incardinato nel rapporto sentimentale con l’altro. I titoli (‘Il sogno’ e ‘Il risveglio’) infatti, presuppongono un prima e un dopo rispetto al tempo di un amore che l’io rimarca e ridefinisce sempre come il tramite più diretto per l’alterità, anche in absentia.

Un titolo come ‘Il sogno’ sembrerebbe rimandare all’irrealtà o forse all’idea che l’amore sia solo il bell’involucro dell’illusione. A pensarlo, però, ci sbaglieremmo: nonostante i versi iniziali che si rifanno all’assenza fisica e alla mancanza (‘Ma poi mi dico | che fortuna che ho io | che pur lontana | ti ho accanto’), la gran parte delle situazioni sono calate in contesti materiali, quotidiani e dunque sempre presenti.

È la dedizione al minimo dettaglio, agli oggetti comuni e degni di scarsa attenzione (‘consumami | le labbra | come il pastello | a cera | con cui tracci | i confini del cielo’) a fare dei versi una possibilità del reale, ad aprire veramente sul baratro dell’interiorità dell’io attraverso correlativi riconoscibili. In questo modo, anche quando il setting si amplia verso spazi difficili da misurare, il lettore non si perde e sa come orientarsi in un discorso che fa largo uso di parole come ‘cielo, luna, nuvola, mare’: parole comuni, ancora una volta, ma insidiose proprio per la loro vastità semantica che implica, in assenza di riferimenti, una densità bassissima, fino al limite dell’insignificanza.

È così che l’ultima sezione, ‘Il risveglio’, arriva quasi attesa, per gli indizi del testo ma anche perché, forse, dentro di noi crediamo che una cosa bella come un amore non possa durare più della nostra speranza.
Le cose belle finiscono perché possiamo ricordarle: forse così risponderei alla paura dell’io di dimenticare le proprie sensazioni (‘Le mie parole […] | le ho appuntate in treno | nel timore irrazionale | di dimenticarle’).
Non irrazionale: il tempo può portare via qualsiasi cosa e la memora è uno strumento imperfetto. Mi piace leggere in questi versi il programma dell’intera raccolta: fissare su un supporto (anch’esso effimero) per resistere alle forze che ci distraggono e, infine, ci dissipano.

In questo processo anche la fine va ricordata con lucidità e onestà: tanto puro e tenue nel suo potere è stato l’amore, così incolore è il suo ricordo, macchiato da qualche goccia di rabbia per l’abbandono forse o per la delusione di una certezza.
‘Sei andata | dopo l’ultimo morso | lasciando il tavolo pieno di | briciole | e giorni di vuoto | insaziabile’, come in questi versi, in cui l’amore svanisce inatteso, in un giorno qualsiasi, senza un segnale. Ricorda, ma a parte obiecti, nel rimorso di chi abbandona, certi versi di ‘Inventario privato’ (di cui già avevamo parlato qui) di Elio Pagliarani che, in effetti, ha una struttura molto simile a questo libro, lo stesso tema – con le proporzioni dovute a un canzoniere d’amore degli anni ’50 – e l’atmosfera un po’ ombrosa, ma ben più dolente, priva di speranza: “Non devi amarmi se ti sbriciolo su una tovaglia lisa | e non mi ami”.

Fedele al pane è un libro che può correre dentro ciascuno poiché, ribaltando ciò che dicevo più su, prende un particolare, una situazione reale e la trasfigura in altezza di concetto, un archetipo che, chi legge (poiché si legge sempre sé stessi) può plasmare a propria immagine.
La forma scelta per questo è quella di una versificazione franta, che talvolta procede una parola alla volta, con l’intento di isolare e addensare: una lezione che ricorda i versicoli di Ungaretti e che solo a primo impatto può suggerire disattenzione al dettato o sciatteria.

La carta, il supporto reale, quando si lavora in buona fede, porta all’organizzazione, alla strutturazione e queste all’equilibrio e alla compostezza per significare su più livelli, tutti concentrici. Fatto questo, l’obiettivo dell’autrice è chiaro: dare per darsi al mondo, dare la propria storia (pur nella fiction di ogni narrazione) per comunicare al pubblico più ampio. Da qui una lingua piana, diretta (che pure sconta qualche dissonanza in voci verbali come ‘odo’ o ‘solevi’, forse echi di residui che saranno superati in futuro) che vuole solo dire e fissarsi, una sillaba alla volta.

“In tutto c’è stata bellezza” sembra dire Sara Fanigliulo (mentre mi approprio del titolo di un romanzo di Manuel Vilas): l’io esce ricreato dai suoi stessi ultimi versi, perché vive nella luminosa certezza dei suoi vent’anni, nella speranza infrangibile della gioia, più sospettosa forse, con qualche dubbio in più, ma inscalfibile, protesa a un domani che sorge sempre.

 

INTERVISTA A SARA FANIGLIULO

Sei tra le autrici più giovani a esordire nel mondo della poesia, peraltro con un editore di prestigio come Transeuropa. Ci racconti come e quando hai avvertito in te la possibilità dei versi? Insomma, com’è nata la poesia nella tua mente?

Nonostante la mia giovane età, la poesia mi è infaticabile compagna di vita da anni. Scrivo da quando ho percezione della mia identità emotiva, e la scrittura poetica si è rivelata un’essenziale alleata, durante l’adolescenza, nello sbrogliare la matassa della scoperta della mia interiorità. Eppure, fino a pochi mesi fa, non avevo mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di condividere i miei versi, un po’ per timidezza, ma non solo. La poesia è l’artificio che permette di sublimare nella parola i sentimenti più intimi e le sofferenze più recondite: aprirmi all’altro ha implicato offrire il fianco al suo giudizio, e a lungo mi sono sentita troppo vulnerabile per affrontare questa eventualità. La svolta è sopraggiunta in maniera antitetica, e per questo estremamente efficace, con una delusione d’amore. La frattura mi ha permesso di portare a termine un lungo processo di maturazione personale, a seguito del quale, con un rinnovato sguardo, i componimenti disseminati negli anni mi sono apparsi in tutta la loro organicità. “Fedele al pane” è la sintesi di un percorso di autocoscienza, di caduta e di rinascita, che mira alla compartecipazione ad un sentire comune. La genesi di questa silloge nella quotidianità svilente e spesso scevra di stimoli dell’emergenza pandemica mi arricchisce di una speranza che non pensavo di essere in grado di nutrire. Il mio esordio nella realtà letteraria ha vinto dapprima le mie remore, poi le resistenze di un mondo costretto a rintanarsi nel suo cagionevole istinto di sopravvivenza, in cui stentatamente la cultura trova spazio.

Il tuo stile, per compattezza e coerenza, è già molto riconoscibile in “Fedele al pane”, pur non essendo qualcosa di totalmente altro. Al contrario, l’unione di nuovo e noto si traduce in una lingua piana, tutta tesa a una comunicazione semplice ma efficace, che ricorda, nella sistemazione strofica i versicoli di Ungaretti. C’è un obiettivo particolare dietro questa precisa scelta di codice e questa strutturazione dei versi?

Credo il mio stile rispecchi fedelmente l’atto stesso della stesura. Di solito le mie poesie nascono a partire da una locuzione, da un’espressione che si insinua, lapidaria, nella mente, e che suggerisce poi lo sgorgare delle altre parole. Ne definisce, oltre che il campo semantico, anche il ritmo: la sintassi disgregata risponde all’esigenza di trasmettere i pensieri così come sopraggiungono, diretti e incalzanti, e contribuisce a veicolare tale modalità di concepimento anche in fase di lettura. Certamente, c’è un labor limae successivo, ma lo scheletro del componimento si innesta in pochi frangenti, sulla base di una risposta immediata agli stimoli emotivi. Ho sempre apprezzato moltissimo la penna asciutta e icastica di Ungaretti, che indubbiamente ha permeato anche la mia scrittura, ed è questo un richiamo che mi fa anche sorridere. Infatti è stato l’autore designato per la poco gettonata analisi del testo poetico in occasione del mio esame di maturità, con la poesia “Risvegli” (da “L’Allegria”): la scelta della traccia è stata per me immediata, quei suoi versi stringati mi hanno rapita: che fosse una premonizione?

Nessun’opera artistica nasce vergine nella mente di chi la crea: quali autori e autrici e quali libri hanno più di altri influito sul tuo fare poetico?

Oltre al già citato Ungaretti, è stata per me paradigmatica la poesia di Alda Merini, non solo per l’ispirazione contenutistica e stilistica dei suoi versi, in particolare quelli d’amore, ma anche e specialmente nel ruolo fondamentale che ha giocato nell’avvicinarmi a tale genere. Quando mi sono approcciata per la prima volta ai suoi componimenti, ho finito per innamorarmi perdutamente anche del suo dolore. Le poesie di “Fedele al pane”, risentono molto anche dell’influenza di Vivian Lamarque, da cui ho tratto la leggerezza dei versi più spensierati e la scarnificazione della sofferenza, descritta in maniera semplice ed essenziale, quindi meno onerosa. Hanno inoltre un certo ascendente sulla mia poetica le liriche dolcissime, ma a tratti pervase da un’intima ombrosità, di Pedro Salinas, altro autore a me molto caro.

Il tema dell’amore è trattato con un’onestà e una razionalità che mi hanno molto sorpreso, senza mai scadere in facili romanticismi o in rancori gratuiti. La trasformazione in struttura linguistica di queste sensazioni ha avuto un ruolo particolare nella tua crescita come individuo, da questo punto di vista?

Posso affermare, senza retorica, che mettere in versi i miei slanci emozionali abbia senz’altro contribuito a rendermi più consapevole della mia individualità, e non solo: si è trattato di una mutua induzione (mi perdonerai per il gergo “fisico”). Il sentimento ha avocato a sé la parola, e la parola, modellata nel verso, ha reso necessario un confronto ineludibile con me stessa. La crescita si è manifestata tanto nell’avvertimento e nella trascrizione dell’emozione, quanto nel momento riflessivo della presa di coscienza delle sue ripercussioni. Scrivere ha costituito, al tempo stesso, il sintomo e la cura.

Gli studi classici ti hanno condotto a dedicarti a una scienza pura nel tuo percorso accademico, la fisica. Queste compresenze generano sempre collisioni inaspettate e significative. Ritieni che la poesia possa aprire a una forma di conoscenza, o di “verità”, paragonabile a quella scientifica in senso stretto?

La fisica e la poesia non sono poi così distanti. Entrambe si servono di un intermediario per descrivere accadimenti quotidiani in un’ottica pluralmente riconosciuta. Il linguaggio della fisica, che permette di formalizzare l’esperienza comune attraverso leggi di carattere generale, è la matematica, mentre lo strumento privilegiato della poesia è la parola. A differenza della matematica, che è un codice univoco, la parola varia con la lingua, di cultura in cultura; è tuttavia dotata di un certo prerequisito condiviso da ciascun idioma (un archetipo, avrebbe detto lo psicanalista Jung), ovvero la musicalità del verso, anche libero, che si traduce in un potere evocativo del significante che prescinde dalla comprensione del significato. Immaginiamo di leggere una strofa di Neruda ad un ascoltatore che non conosca lo spagnolo: con ogni probabilità, l’armonia del suono sarà sufficiente a fugare il dubbio che possa trattarsi di una lista della spesa. La fisica moderna, con la teoria della relatività, ci insegna che lo spaziotempo non è una realtà assoluta, ma che si dilata o si contrae a seconda dell’osservatore. Analogamente, la poesia non si propone come espressione di un sapere incontestabile, ed anzi è il più malleabile fra i generi, perché la sua interpretazione è ad esclusiva discrezione del lettore, in base alla sua personale sensibilità.

Ci sono altre forme d’arte che ti “parlano” in maniera speciale e che riesci a riversare nella tua scrittura?

Senz’altro la fotografia. Sono una cultrice dell’arte in tutte le sue molteplici manifestazioni, ma di recente mi sono accostata al ritratto fotografico, e sono stata investita dal suo enorme potere emozionale. Attraverso la luce, è possibile eternare il barlume in uno sguardo, un cambiamento repentino d’umore, la mimica del corpo. La composizione può essere ragionata, ma lo scatto è subitaneo, così come nella poesia la sensazione istantaneamente impressa sulla carta si affranca dal messaggio complessivo che si intende veicolare. I miei versi, specie i più recenti, risentono decisamente dell’influsso della fotografia – un componimento di “Fedele al pane” ne riporta un esplicito riferimento – e in diverse occasioni mi è capitato, davanti a degli scatti, di avvertire l’intuizione poetica.

Approdi alla poesia dopo un precedente contributo in prosa presente in ‘Morire di mafia. La memoria non si cancella’ (a cura dell’Associazione Cosa Vostra, Sperling & Kupfer), pubblicato nel 2020. Rispetto a quella esperienza ritieni che la poesia sia, per quanto ne sai oggi, il medium con il quale riesci a esprimerti meglio?

La poesia è senz’altro la mia naturale vocazione, ma trovo la scrittura in generale uno strumento per me profondamente comunicativo. L’unico aspetto che reputo irrinunciabile, nella stesura di un testo, è la soggettività, ed è questo a fondamento del mio rapporto con ciascun genere letterario. Ogni concetto partorito dalla mia mente che urga di essere tradotto in parole tende a scardinare i canoni dell’impersonalità: mi risulta difficile riconoscere come totalmente mia una frase che non sia espressione del mio vivo sentire. La collaborazione con l’Associazione Cosa Vostra per “Morire di mafia. La memoria non si cancella” mi ha dato la possibilità di permeare anche la prosa della mia sensibilità, mediante l’immedesimazione con la giovane vittima di mafia cui ho dato voce.

Guardando al futuro, hai nuovi progetti poetici in cantiere?

Non ho mai smesso di scrivere, ma devo ammettere che questi ultimi mesi immediatamente antecedenti la pubblicazione si sono rivelati densi di suggestioni emotive, e quindi particolarmente prolifici. La vicinanza delle persone, di cui ho avvertito tutto l’indescrivibile calore, mi ha permesso di vagliare l’ascendente dei miei componimenti su esistenze ora simili ora drasticamente diverse dalla mia, ma tutte in grado di impreziosire la mia percezione dell’alterità. La poesia acuisce il bisogno di poesia, e senza dubbio seguiterò ad accondiscendere a questa primaria necessità, chissà, anche in previsione – mi piace pensare – di una seconda raccolta. Quel che è certo è che diffonderò i miei versi: una volta noto il potenziale sovversivo della parola, diviene inconcepibile rinunciarvi.

 

TRE TESTI SCELTI

 

Pleiadi

Ci pensi mai
che guardiamo la stessa luna?
Che fortuna che ha lei
con il tuo sguardo addosso
tutte le notti
Si specchia
in quei tuoi occhi
che io abbozzo con la mente
sperando di ricordarne
ogni sfumatura

Ma poi mi dico
che fortuna che ho io
che pur lontana
ti ho accanto
e che ti vedo anche
attraverso le nubi

 

Nei

Vorrei
con le mie labbra
d’inchiostro
incidere rime
sulla tua schiena
pagina bianca
punteggiata di stelle
I segreti del cielo
son tutti lì
tra le trame
della tua pelle.

 

Fedele al pane

Sei stata
dolce dolcissima
come i biscotti di pasticceria
delle nostre colazioni insieme
dal retrogusto di
insospettabile caducità
malcelata dall’assecondato piacere

Ma tanto orbe erano
le mie iridi innamorate
che anche un velo trasparente
e messo di traverso
è calato come un drappo scuro
sopra il mio buon senso

Sei andata
dopo l’ultimo morso
lasciando il tavolo pieno di
briciole
e giorni di vuoto
insaziabile

Da allora
prudente
resto fedele al pane

 

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In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.