Rock or dust

The Queen is (still not) dead: il genio testardo di Morrissey

Non nevica quasi mai, ma un po’ di breeze c’è sempre, anche perché di montagne attorno nemmeno a pagarne. La pioggia fa parte del paesaggio, e l’umidità spadroneggia: per questo nella contea del Lancashire il cotone può crescere rigoglioso. Per lo stesso motivo, intorno alla seconda metà del XVIII secolo, numerose industrie tessili si stabilirono da queste parti. Venne poi la ferrovia a collegare il porto di Liverpool, ma soprattutto il Manchester Ship Canal, costruito tra il 1887 ed il 1894: 58 chilometri per unire la città al mare d’Irlanda. Oggi non è più così importante, ma all’epoca fu fondamentale per fare di Manchester il cuore della prima Rivoluzione Industriale.

UNA GENERAZIONE AL BUIO

Città operaia, alla quale Friedrich Engels dedicò molti dei suoi studi, oggi multietnica e moderna, ma sempre orgogliosa e testarda. La crisi delle grandi industrie “tradizionali” iniziò a farsi sentire negli anni ’70 del XIX secolo, quando la disoccupazione iniziò a dilagare nel Regno Unito. E la signora Margaret Thatcher, tanto per non cambiare, fu tutt’altro che d’aiuto tra privatizzazioni, politiche anti-sindacali e autoritarismo. La città avrebbe poi ripreso il suo primato con lo sviluppo di una fiorente industria hi-tech negli anni duemila, ma quel “buco” tra i ’70 e gli ’80 ha comunque fatto sentire il suo peso. Un’epoca in cui il tessuto urbano era interrotto soltanto dalle aree industriali, dagli orti e dagli spazi destinati alle linee ferroviarie. Nessun monumento o luogo di diffusione culturale, a parte il Museo delle Forze Armate. Nient’altro che una città dove lavorare, non dove trascorrere la vita. Dentro di essa, una generazione di proletari cresciuti in una città fredda e (all’epoca) con poche attrazioni ed opportunità, non poteva che rintanarsi per cercare di sopravvivere in qualche modo. Nei club, nei locali, nelle discoteche.

Tra questi, The Haçienda, aperto nel 1982 e definito da Newsweek il “club più famoso del mondo”. Gestito dall’etichetta discografica indipendente Factory Records, riusciva a tenersi a galla grazie alle vendite del gruppo locale, i New Order: qui si sarebbero fatti le ossa gente come Laurent Garnier, i Chemichal Brothers ed i Pet Shop Boys, qui sarebbe esploso il fenomeno dell’acid house anni ’90. Ma soprattutto, quelle mura rappresentarono la culla della Madchester, la scena musicale nata in città tra gli anni ’80 e ’90. Fenomeno-embrione del famigerato brit-pop, i gruppi che ne facevano parte si caratterizzavano essenzialmente da una originale fusione di alternative rock, rock psichedelico, funk, hip-hop, alternative dance e acid house.

LA SCENA DI MANCHESTER

Stone Roses, Happy Mondays, The Charlatans, Inspiral Carpets. Poi sarebbero venuti i Kasabian, i Blur, i Pulp, i dannati Oasis, di seguito la scena indie. Senza dimenticare i Verve, i Doves, e prima ancora i Take That (ebbene sì…), i Buzzcocks. Un vero e proprio movimento, che naturalmente si estese anche ad altre città, ma che conobbe il proprio battesimo tra i night club nascosti nei grigi palazzi di una città operaia. Una scena che crebbe e si sviluppò nel luogo forse meno adatto: e forse il motivo fu proprio questo. Orgogliosa e testarda come soltanto i figli degli immigrati irlandesi potevano essere. Ma ogni movimento che si rispetti ha un suo antefatto, qualcuno che ha fatto la prima mossa. Ed a Manchester, da questo punto di vista, i numi tutelari sono due: i Joy Division e gli Smiths.

UNA STORIA ORDINARIA

Peter Aloysius Morrissey era un barelliere, Elizabeth “Betty” Dwyer, una bibliotecaria. Nel 1958 da Dublino si imbarcarono verso Manchester assieme alla loro primogenita Jackie. Un anno dopo nacque Steven, chiamato così in onore dell’attore Steven Cochran. Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel figlio di irlandesi, che condusse un’infanzia e un’adolescenza assolutamente ordinarie, avrebbe fondato quella che un sondaggio del New Musical Express nel 2002 avrebbe decretato come la “band più influente di tutti i tempi”. “Non c’era alcun senso di frivolezza nella mia adolescenza, assolutamente. Non c’era nulla di simile allo svagarsi, o a ubriacarsi o ad andare in una spiaggia. Tutto nella mia vita era solo irrimediabilmente premeditato”.

Gli Smiths seppero infatti fondere in un unico prodotto gli echi del post-punk con la new wave, tenendosi sempre lontani dalle tentazioni dance-pop dell’epoca evitando accuratamente l’uso dei sintetizzatori. Ma il chitarrista Johnny Marr, grazie alla sua tecnica jangle e ad un sapiente uso delle sovraincisioni, seppe elaborare uno stile proprio che avrebbe influenzato tantissimi musicisti. E sulle sue melodie si incastonavano i versi di Morrissey: complessi e ironici, evocativi e taglienti, decadenti e spietati. E la sua voce, limpida e sottile, sempre pervasa da un accento di malinconia mista a dolcezza.

Niente abiti sgargianti, trucchi o effetti speciali in scena: loro venivano dai sobborghi della grande città di Manchester, erano gente comune e semplice, e cantavano per quelli come loro. Sin dalla scelta del nome, l’indirizzo del gruppo fu chiaro: “Era il più comune ed era tempo che la gente comune del mondo mostrasse il proprio volto”. Era quello che facevano gli Smiths, senza peli sulla lingua. Fino al terzo album, quello probabilmente più significativo, politicizzato e universalmente considerato il miglior lavoro della band. Non ditelo a Morrissey e Marr: a loro dire, il quarto (e purtroppo ultimo) capitolo degli Smiths, Strangeways, Here We Come, è il migliore.

THE QUEEN IS DEAD

Ma The Queen Is Dead del 1986 è la summa sia della poetica di Morrissey che della musica degli Smiths. Contro la Royal Family, ma non solo. “La famiglia reale è un nonsense fiabesco, l’idea stessa della loro esistenza in giorni come questi, durante i quali la gente muore quotidianamente perché non ha abbastanza denaro per pagarsi il riscaldamento, secondo me è immorale“. Eppure, il riferimento non era necessariamente alla Regina Elisabetta, bensì a se stesso: “Così, quando mi linceranno o mi inchioderanno alla croce, avrò la botola per scivolare via“. Che poi il titolo del disco avrebbe dovuto essere Margaret On The Guillotine, questo è solo un (significativo) dettaglio.
Una provocazione, un appello alla gente perché provasse a pensare, a capire. “Nessun gruppo da Top 10, o qualsiasi gruppo inglese con un elevato status, stava cercando di esprimersi con un linguaggio riflessivo. E quindi ho pensato che, come titolo, The Queen Is Dead, tra Invisible Touch e Kind of Magic avrebbe potuto far riflettere”. Questo era Morrissey.

COME UN IRLANDESE

Uno che non le mandava a dire, nemmeno a quelli che organizzarono il Live Aid. “La Band Aid è stata diabolica. Uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come la Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”.

Gli Smiths si sciolsero nel 1987, in seguito ai contrasti nel gruppo, in particolare tra Morrissey e Marr. Poi vennero le cause in tribunale, le carriere soliste, le reunion mancate. “Preferirei mangiare i miei testicoli che riformare gli Smiths, e questo detto da un vegetariano. Noi non siamo amici, non ci vediamo l’un l’altro. Perché mai dovremmo essere su un palco insieme? È stato un viaggio fantastico e poi è finita. Non mi sentivo di dover finire e volevo continuare. Marr voleva farla finita. E questo è tutto”. Orgoglioso e testardo, come tutti gli irlandesi. Secondo una recente stima, il 35% dei mancunian provengono dall’Irlanda. Gli Smiths avrebbero potuto nascere solo e soltanto a Manchester.

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