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“Tre madri” di Francesca Serafini: non solo un giallo

Leggendo Tre madri (La nave di Teseo, 2021), sembra quasi di toccare con mano Montezenta, la piccola cittadina «di là dal fiume» in cui si ambienta il romanzo. Montezenta non è tanto diversa dalla Spoon River di Edgar Lee Masters: lì, i defunti «dormono, dormono sulla collina». A Montezenta, «le famiglie in attesa si contendono il primato delle somiglianze» e tutti dormono, dormono nella lucidità onirica delle loro vite.

Il sonno di Montezenta viene un giorno scosso dalla scomparsa di River, un adolescente ben voluto da chiunque. Da notare come, in questo stesso paragrafo, la parola “river” sia già stata incontrata due volte; ed è da notare anche il fatto che il romanzo in questione e Spoon River abbiano in comune Fabrizio De André. L’adolescente scomparso adora De André, e tutto il romanzo è accompagnato dalle sue calde parole; il titolo stesso, d’altra parte, riprende una delle sue canzoni.

Ad indagare sulla sparizione di River è chiamata la commissaria Lisa Mancini, trasferitasi sua sponte a Montezenta dopo un brillante periodo all’Interpol di Lione. Sì, è lecito chiedersi il motivo di tale retrocessione: ebbene, la commissaria è giunta in questa cittadina nel tentativo di sfuggire alla pletora di demoni che si porta dietro. È a causa di questo fiume demoniaco che Lisa risulta essere, fin da subito, apatica e un po’ fuori contesto; anche il non essere originaria di quel posto, ma di Roma, la estrania. Non c’è niente che, dal momento del suo arrivo, sia riuscito a smuovere il suo animo; nulla, eccetto la scomparsa di River. Riguardo a ciò, Lisa sente un qualcosa che la spinge a fare di più, a non arrendersi: e questo qualcosa, alla fine, risulta essere più egoistico che altruista.

«Se ha sbagliato, Lisa sa di averlo fatto per un motivo che non ha niente a che spartire con le indagini. E il motivo – o il movente, se solo riuscisse con spietatezza a chiamarlo col suo nome- è che la ricerca di River l’ha fatta sentire viva dopo tanto tempo e ora non vuole che finisca».

La ricerca di River porta Lisa ad interfacciarsi con molte persone. Fra tutte, a colpirla maggiormente e a indurla a riflettere di più, sono le madri di alcuni personaggi: in primis Aimee, la madre di River. E poi Ting, la madre di Maylin; Edda, madre di Tonio; Iole, madre di Claudia.

Il ritrovamento di River non può prescindere dall’espiazione del passato di Lisa. Collateralmente alla sparizione del ragazzo si apre -sensu lato – un’altra inchiesta: quella sui trascorsi della commissaria. La sua vita, le sue scelte, le sue contraddizioni si ripresentano e prendono forma davanti ai suoi occhi ad ogni svolta delle indagini, man mano che sente di avvicinarsi a River. Per poter riuscire a ritrovare l’adolescente,  Lisa deve andare attraverso se stessa, capire quali siano i demoni che le impediscono di procedere con lucidità -viaggio interiore poco agevole nel contesto di Montezenta, in cui tutti i personaggi, in qualche modo, si intrecciano per parentela o per legami affettivi; tutt’altro che un ambiente arioso per l’animo della commissaria. Sull’orlo del baratro tra l’andare avanti e la resa,  tra i demoni del passato e i problemi del presente, Lisa ci si ritrova continuamente, dal primo all’ultimo capitolo; per fortuna, la voglia di sentirsi viva prevale su tutto.

Nel primo romanzo di Francesca Serafini si ha, dunque, una dicotomia: da un lato l’indagine poliziesca, dall’altro l’indagine interiore; entrambe non possono proseguire se non di pari passo, indissolubilmente legate.

L’intreccio di tipo poliziesco è indispensabile a dar forma al romanzo, visto il presupposto su cui esso si basa: la trama è costruita impeccabilmente, coglie di sorpresa, non è scontata né banale; ad un tratto, si rischia di affezionarsi più all’esito del precario equilibrio di Lisa che alla sorte di River. Al resoconto degli eventi, sono intervallati approfondimenti psicologici e filosofici, presentati sempre come delle riflessioni soprappensiero, bolle che dagli abissi interiori risalgono gradualmente verso la superficie della realtà circostante. Talvolta, il ritmo della lettura non è continuo, forse per la natura delle riflessioni stesse. Tuttavia, si fa presto ad interiorizzarle e a proseguire col romanzo, poiché esse arrivano durante le giornate di ogni persona, a rompere l’incessante e monotono ticchettio del tempo mentale.

Le sequenze narrative cambiano come i fotogrammi di un film, ma con un’armonia nella sintassi tale da collegare un paragrafo all’altro come in un valzer.

L’esperienza come sceneggiatrice di Francesca Serafini viene fuori con la caratterizzazione dei protagonisti: pur trattandosi di inchiostro su carta, leggendo Tre madri si riesce a visualizzare ogni espressione del viso, ogni momento di alienazione vissuto dai personaggi; per questo motivo, la lettura finisce con l’essere più simile alla visione di una fiction (ciò nell’accezione positiva del paragone).

Non è questa la sede per presentare la conclusione del romanzo: basti sapere che, una delle due indagini intraprese da Lisa Mancini giungerà a termine, non è chiaro però con quali strascichi.

Tre madri si presenta non solo come un giallo, ma anche come un approfondimento joyciano sulla complessa quotidianità esistenziale delle persone; è, sicuramente, una delle migliori proposte editoriali dell’anno.

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