Cinema

Una favola senza lieto fine: una favolaccia

Ci sono storie vere che sembrano favole. Iniziano tra difficoltà e incertezze e si concludono, come se niente fosse, tra rose, canti e fiori. Ci sono, invece, favole che partono da spensierati ricordi, prati verdi e risate di bambini. Queste, però, hanno tutt’altro che un lieto fine. Come si potrebbero definire? Storie tristi? Sfortunate? Favolacce?

 

Dal diario di una bambina ha inizio una storia vera che verrà conclusa da qualcun altro. Sarà il narratore stesso a farlo, lasciando addosso allo spettatore un dubbio: è tutto reale? La vita di tre famiglie della periferia di Roma, che vedono come protagonisti i loro figli, viene filtrata dagli occhi di un adulto che narra le righe scritte da una bambina. Lo scenario, apparentemente fatto di feste in piscina, giochi e mercatini dell’usato, è più drammatico di quello che sembra. L’invidia degli adulti, l’insoddisfazione per l’appartenenza ad una determinata classe sociale, la noia e la paura avvelenano, indirettamente, anche gli sguardi più puri.

La frustrazione si sfoga nel grottesco. Ogni azione o reazione diventa eccesso: da uno dei bimbi che sta per affogare mangiando la carne, fino all’ambiguo e prematuro approccio al sesso tra due fratellini. Tutto appare estremo perché è percepito come tale. E quando una situazione estrema si fa pressante una soluzione estrema è necessaria. Ecco perché i bambini, aiutati indirettamente dal loro professore, decidono di far saltare in aria il quartiere. Il loro quartiere, assieme alle proprie famiglie. Così da non dover più subire quell’insensato grigiore.

La bomba viene costruita, ma i bimbi vengono scoperti. Da questo momento in poi la favolaccia si avvia verso la fine. Una brutta fine. Il piccolo Geremia, uno dei bambini protagonisti che vive con il padre Amelio, si trasferirà dallo zio a Roma. Sarà questa la sua unica fortuna.

Il film dei fratelli D’Innocenzo si chiude col narratore che chiede scusa allo spettatore. Aver raccontato una storia così triste e dai colori così spenti, fiochi e senza vita, può sembrare una grave colpa. Ma anche una favola con un brutto finale merita di essere raccontata. Perché raccontare le parole di qualcun altro non è mai semplice, figuriamoci tradurre quelle degli occhi una bambina. Lo stesso mondo, visto da occhi diversi, può apparire tanto tetro quanto meraviglioso. L’unione delle due visioni, però, può portare a qualcosa di grottesco. Grottesco e, allo stesso tempo, tremendamente reale.

Ci vuole molto coraggio per raccontare favole. Ce ne vuole ancor di più per raccontare Favolacce.

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Nato in provincia di Napoli nel 1993. Laureato in DAVIMUS all'Università degli Studi di Salerno, giornalista pubblicista e aspirante sceneggiatore: fin da piccolo immaginavo storie, adesso so addirittura raccontarle.