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Letteratura Muse d'inchiostro

City di Baricco: la meraviglia di un libro scritto a caso

City di Baricco è un libro scritto a caso.
Tre storie che si incrociano senza alcun tempismo o logica. Tre storie contenute una nell’altra come scatole cinesi.
Troppo difficile ricostruire una struttura lineare della trama. Quindi procederò così, un po’ come pare a me:

Shatzy Shell è una giovane donna che gira sempre con un piccolo registratore in mano. Era stata assunta da una casa editrice per condurre, insieme ad altre signorine, un sondaggio telefonico per capire se far morire o meno uno dei personaggi di punta di una longeva e molto amata serie. Proprio lì, in quella stanza della casa editrice adibita a centralino, nel corso di una telefonata misteriosa, confusa e carica di un certo humor, Shatzy conosce Gould, bambino che parla con parole da uomo e che pensa con cervello da genio. Tra i due nasce una forte complicità che sfocia presto in amicizia – tanto che Shatzy accetta di recitare la parte della “governante di Gould”.  Il ragazzo infatti, data l’intelligenza fuori dal comune, si trova a vivere lontano dalla famiglia, in una città universitaria, mentre lavora a delle ricerche che dovrebbero portarlo a vincere il Nobel, o così sostengono i suoi professori.

 

City: un incrocio di storie

City è un incrocio di storie. La storia maestra, ossia quella di Shatzy e Gould, e due laterali – ma non per questo secondarie: una parla del film western che Shatzy non ha ancora scritto ma di cui ha già inciso ogni scena sulla pellicola del suo piccolo, vecchio registratore; l’altra è la storia di un incontro di boxe di cui Gould ripercorre mentalmente la telecronaca ogni volta che va al cesso.

Un intrico di eventi, un crocevia di personaggi in una narrazione trafficata e spesso nemmeno regolata da segni di punteggiatura – i cartelli stradali del linguaggio.

 

Una scrittura ribelle, geniale e sregolata.

Baricco è consapevole di essere padrone e dio dell’universo che lui stesso ha creato, il suo libro. In quanto scrittore ha potere assoluto sulla sua opera e ne rivendica il diritto infrangendo qualsiasi logica del romanzo tradizionale, distruggendo il galateo della scrittura.

Perché ridursi a scrivere un romanzo quando puoi scegliere di scriverne tre in uno, mescolandoli e racchiudendoli sotto un’unica copertina? 

Dedico questo articolo a una mia cara amica che ha sempre sofferto per l’essere nata con una mente brillante e poliedrica. Perché la società ripudia i geni eclettici tacciandoli di inutilità. Utile è scegliere una sola strada; utile è concentrare le proprie energie in un’unica mansione ed in quella – solamente quella- eccellere.

Ma qualcuno come Baricco ci ricorda che è possibile sovvertire le regole, che si tratti di un romanzo o delle tendenze economico-sociali della realtà in cui viviamo.

Se è vero che siamo noi gli autori di quella complicata storia che è la vita, allora che sia come noi la vogliamo raccontare e non come ci viene detto di scriverla. Che sia confusa, inconcludente, creativa. Che vada in mille direzioni diverse. Che sia umana.

 

“Devo smetterla, pensò.
Non si finisce da nessuna parte, così.
Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte. Tutte quelle storie sulla tua strada. Trovare la tua strada. Andare per la tua strada. Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sono gli altri le strade, io sono una piazza, io non porto in nessun posto, io sono un posto.”

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