Rock or dust

Il disco perfetto degli All Them Witches

Nashville è la capitale del Tennessee, altrimenti detta Città della musica perché un tempo sede del Grand Ole Opry, famoso programma radiofonico di musica country. Inoltre, in città ci sono la Country Music Hall of Fame, la Musicians Hall of Fame & Museum, e naturalmente il Johnny Cash Museum. E’ la capitale del country. Per accorgersene, basta passeggiare a qualsiasi ora lungo la Record Row, tra la 16th e la 17th Avenue, dove sono concentrati i più celebri locali della città. Ed oltre ai tanti club storici, c’è l’Historic RCA Studio B, lo studio di registrazione più antico della città nonché uno dei più famosi al mondo, fondato nel 1957. Qui hanno lavorato Elvis Presley, Dolly Parton, Chet Atkins, Eddy Arnold e gli Everly Brothers, e vi sono state incise oltre 35mila canzoni.

Le strane vie del rock

Viene da chiedersi quale nesso possa esserci tra un posto simile ed un gruppo di rock psichedelico, con venature hard e blues. Le vie del rock sono non solo infinite, ma sanno essere anche apparentemente illogiche. Gli All Them Witches nacquero proprio in uno dei mille locali di Nashville, quando il batterista Robby Staebler vi si trasferì da Portland con l’intento di mettere su una band. Niente stivali a punta, cappelli da cowboy e giacche con le frange. Qui incontrò il chitarrista Ben McLeod ed il cantante-bassista Charles Michael Parks, e tutto ebbe inizio utilizzando il nome che compariva su un libro di streghe durante il film Rosemary’s baby del 1968. Gli All Them Witches hanno una matrice rock-blues (e non potrebbe essere altrimenti, vista la provenienza) ma sono principalmente un gruppo hard-psych. Non mancano atmosfere tetre e lisergiche, che si alternano a potenti riff elettrici e ad arpeggi fluttuanti. A volte onirici, spesso melodici, mai barocchi o scontati.

Genesi di un capolavoro

Charles Michael Parks ha sempre detto che la folk music è una delle loro maggiori influenze, così come i Pink Floyd, i Grateful Dead, gli Allman Brothers, i primi Fleetwood Mac e Roy Buchanan. Ben McLeod ha citato anche Jerry Garcia e i Doors, molti critici hanno rivisto in loro alcune atmosfere tipiche dei Black Sabbath, oltre che di gruppi come Blue Cheer, Kyuss, Tool e Led Zeppelin. Tutto questo fa capire quanto sia difficile dare una definizione univoca della loro musica, ma d’altronde era proprio questo il loro obiettivo. In particolare, quando nel 2015 si chiusero per sei giorni in un rifugio di montagna a Pigeon Forge, nel Tennessee, per lavorare al loro quarto album.

Dying Surfer Meets His Maker vide la luce il 30 ottobre 2015. Rappresenta il grande salto della band di Nashville, il sigillo che li ha portati nel giro di un brevissimo lasso di tempo a diventare uno dei nomi più importanti della scena heavy-psych. Maturo, perfettamente realizzato, pietra angolare di tutta la loro discografia. Il nome venne in mente a McLeod, che in gioventù aveva rischiato la vita in seguito ad un incidente con il surf. Per fortuna Ben è vivo e vegeto, ed insieme agli altri ha regalato alla musica un autentico, unico e probabilmente insuperabile (almeno per lo stesso gruppo) capolavoro.

Magnetici e lisergici

Lo si capisce subito, dall’arpeggio delicato e magnetico di Call Me Star, dalla voce delicata di Parks che accompagna la melodia, dall’atmosfera soffusa ma non sommessa. Il brano cresce, si estende, e introduce il successivo El Centro, in cui l’aria diventa lisergica e l’hard-blues si prende la scena. Il contrasto tra i due brani è solo apparente, perché non si ha il tempo di pensare a nulla durante l’ascolto. Le tastiere di Allan Van Cleave, membro addizionale del gruppo, fanno da dolce tappeto alla potente barriera del suono messa in campo in questo pezzo. Un altro contrasto soltanto apparente, perché la dicotomia viene progressivamente risolta tra deliri chitarristici, ritmi tribali e bassi martellanti.

Metallici e psichedelici

La successiva Dirt Preachers si mantiene sulla stessa falsa riga ma accentua il ritmo: è un vortice che schiaccia ogni cosa, che travolge e affascina col suo ritmo percussivo ma non aggressivo. La voce di Parks è quasi metallica, gli strumenti sembrano seguire un’onda d’urto che improvvisamente rallenta a metà del cammino, per rendere il pezzo simile ad una lenta discesa verso una quiete psichedelica. E si ritorna al folk/blues elettrico, ad una ballata a metà tra il deserto e i tetti di una città industriale. This is Where it Falls Apart è dominata da una perfetta accoppiata armonica-tastiere, che suggellano l’incontro tra queste due anime. La traccia di batteria è profonda, la voce sibila e sembra infilarsi in piccoli anfratti tra una nota e l’altra.

Come il canto delle sirene

Il culmine del disco, però, è rappresentato dalla successiva coppia di gemme. Una morbida chitarra apre Mellowing, una sorta di acquerello fiabesco e introspettivo. Una di quelle canzoni che potrebbero essere ascoltate di continuo, in sequenza: senza mai stancarsi, per ore. E’ un ponte lanciato verso la meta, la magnetica Open Passageways. Un passaggio perfetto, il vero diamante dell’album. Qui la forza attrattiva del gruppo si scatena come un buco nero che attrae ogni cosa. A metà strada tra un’opera lirica, un delirio psichico e l’incedere incessante di un’armonia paragonabile a quella delle sirene. E forse non basterebbe legarsi all’albero maestro di una nave per restarne immuni.

Dal folk al doom

Instrumental 2 accompagna lentamente e dolcemente verso la porta d’uscita, ma non è ancora un congedo, perché prosegue la linea ammaliante dei pezzi precedenti. Il suono adesso torna forte, impetuoso: le onde sono ancora alte, il mare è in tempesta. Segue Talisman: un raggio di luce calda e avvolgente. L’arpeggio e il canto delicato si intrecciano tra loro sinuosamente, prima di lasciare spazio alla parte conclusiva. La batteria fa il suo ritorno pur senza variare il tempo del brano, che assume un accento malinconico e struggente. Il bellissimo crescendo finale, in cui la chitarra elettrica si prende la scena, fa da preludio all’ultima traccia, Blood and Sand/Milk and Endless Waters. Ovvero, il trionfo del lato stoner/psych del gruppo, che alterna lunghi arpeggi ossessivi ad atmosfere doom. Forse il pezzo più “sabbathiano” di tutti, con innesti di violino verso la fine che richiamano al folk. Poi la chitarra ritorna brevemente al blues, la batteria incalza fino alla fine.

Certi dischi sono talmente belli che si ha quasi paura ad ascoltarli. Una sorta di timore reverenziale, un profondo rispetto. Una irrazionale preoccupazione di rovinarli, di scalfirne la perfezione con la quale sono costruiti. Certi dischi sono talmente belli da richiamare alla mente sensazioni adolescenziali, quasi fanciullesche: quando tutto è bianco o nero, quando le passioni e le delusioni sono sfrenate e incontrollabili, ed il resto del mondo è una semplice appendice. Come la prima ragazzina di cui ci si innamora: perfetta, eterea, inavvicinabile. Quasi come se a toccarla le avessimo fatto del male, ne restavamo distanti e abbagliati, incapaci di ogni azione. Come la donna-angelo del Dolce Stilnovo, come la Beatrice di Dante: come Dying Surfer Meets His Maker degli All Them Witches.

 

 

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