Letteratura Muse d'inchiostro

Un caffè a Tokyo per ricordare la felicità

L’espressione “caso letterario”, a voler ben vedere, rimanda ad un elemento aleatorio che potrebbe essere fuorviante: certo, il destino (se ci si crede) fa il suo, ma davvero un successo mondiale si può definire “caso”?
Però, non si può usare che questa locuzione per Finché il caffè è caldo, di Toshikazu Kawaguci. Pubblicato in Italia a Marzo 2020, a gennaio 2021 siamo alla diciassettesima ristampa, ed è stato già fatto uscire Basta un caffè per essere felici, una sorta di sequel del primo lavoro.
Ma cosa dell’opera di Kawaguchi ha colpito tanto il pubblico?

Un caffè per uscire dal tempo

La letteratura giapponese non è una nouvelle entrée del panorama letterario internazionale, basti pensare a Yoshimoto, Mishima e, su tutti, Haruki Murakami.
1Q84Norwegian WoodKafka sulla spiaggia sono ormai libri culto, tutti li conoscono e molti ne hanno letto almeno uno. È merito di Murakami se un determinato immaginario si è fatto strada in Occidente: quell’immaginario rappresentato dagli anime e dai film (pensate allo studio Ghibli) e che nelle pagine dell’autore di Tutti i figli di dio danzano viene evocato dalle parole; parole che però non fanno perdere nulla all’immagine e alla sua pacifica dolcezza.

Kawaguchi riprende questi caratteri, adattandoli all’impalcatura dei propri libri.
Si narra che in una caffetteria di Tokyo si possa tornare nel passato. È solo una leggenda, ma moltissime persone ci credono e si recano lì per tentare questa esperienza. Ci sono però alcune regole che, a dir poco, scoraggiano l’avventore dal proprio intento: tutto ciò che accade nel passato non cambia il presente; si può incontrare solo chi è stato in quel bar; si può viaggiare solo seduti su una sedia specifica, che è sempre occupata da una misteriosa donna in abito bianco che si alza solo una volta al giorno, per andare in bagno; non ci si può alzare da quella sedia quando si è tornati indietro nel tempo; bisogna bere il caffé finché è caldo, pena restare intrappolati nel passato e diventare fantasmi.
La piccola stanza della caffetteria diventa allora teatro di emozioni e tentativi, speranze, incontri mancati e pianti per ciò che è stato. Si alternano i personaggi, si susseguono i viaggi, solo il personale del bar sembra imperturbabile e, professionalmente, ripete le regole agli avventori che vogliono tentare la sorte.
In questo scenario apparentemente semplice, Kawaguchi racconta storie di crescita, di scoperta di sé stessi, di perdite e di ritrovamenti in un mondo che però, purtroppo, non cambia il proprio corso.

In quel bar si è come in un luogo-non luogo: il tempo corre come da nessun’altra parte, ma da un certo punto di vista si cristallizza, le biografie dei viaggiatori temporali sono sospese e, simultaneamente, trasformate.
Tutto ciò accade quasi in silenzio, pacatamente, come la tradizione letteraria giapponese vuole.
Non ci sono eccessi, il pathos delle situazioni inscenate dalla penna dell’autore non è mai marcato dalla necessità di suscitare emozioni, di pilotarle: tutto è nelle mani del lettore e della sua sensibilità.
Lo scrittore regala l’atmosfera ed i fatti, sta a chi legge provare sentimenti.

 

La calma nella tempesta

Può un libro curare l’anima in tempi difficili?
Forse no, ma non c’è ragione per non sperare di sì.
E così non sembra fuori luogo, ed è comunque molto poetico, credere che le diciassette edizioni di Finché il caffè è caldo non siano un “caso”, ma siano indizio della dimensione terapeutica del libro.
In un periodo buio e di solitudine come questo, è bello credere che un certo modo di scrivere pacato e volto all’interiorità abbia fatto breccia nella sofferenza che lockdown e morti portano con se, regalando un momento di calma nella tempesta di questi mesi.
Un momento di calma dove però non sono né l’apatia né l’atarassia a farla da padrone. I libri di Kawaguchi non sono un’isola felice dove rifugiarsi a piacimento; vediamoli come un passaggio nell’occhio del ciclone, dove il dramma della realtà vortica intorno a chi legge, restando ben presente ed ineludibile.
Finché il caffè è caldo è pacificante perché declina la sofferenza in modo meno esplicito, più intimo e più interpretabile; il dolore, se c’è, non si può trascrivere in numeri (com’è invece per il covid), né si può spiegare scientificamente. Può esserci, può essere vissuto, ma sarà sempre diverso da quello della realtà.
E, come la cultura giapponese ci insegna, un’eventuale sofferenza potrebbe quasi essere terapeutica.

Per leggere qualche risposta di Toshikazu Kawaguchi sulle ragioni del successo dei suoi libri non vi resta che cliccare qui.

 

 

Pietro Caresana

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