Letteratura Viaggi di carta

CONVERSAZIONE IN SICILIA: TRA PAROLE E RICORDI

Ogni morto di fame è un uomo pericoloso.

Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini (edito da Bompiani nel 1941) è l’opera che ha chiuso le letture del mio 2020; vanta anche il premio, presso la mia immaginazione, di romanzo più bello, avvincente e profondo letto l’ormai scorso anno. 

Una lettura obbligata dai doveri universitari e nata sotto nefaste premesse: un mese per leggere le prime venti pagine e poi l’abbandono (non definitivo, per fortuna). E infine divorato in due pomeriggi. Non un colpo di fulmine ma un innamoramento lento, molto lento. Siamo troppo severi con la lentezza, lasciamoci talvolta accompagnare da essa e scopriamo dove ci ha portato, può essere sorprendente. Vittorini mi ha dissetata e resa ancor più consapevole che la letteratura italiana sa essere grande e che di tanto in tanto senza prudenza e sospinti dalle mode viene bistrattata e poco lodata. 

Nell’avvertenza posta a conclusione della vicenda narrate, Vittorini esorta i lettori dicendo che la sua opera non è una autobiografia e che la Sicilia è tale per la musicalità, ma che si sarebbe potuto trattare di Venezuela o Persia. Tali affermazioni hanno poco conto se si conosce la storia privata di Vittorini.

Silvestro è un giovane uomo siciliano, che dopo essere stato lontano dalla terra natale per quindici anni, decide di tornare a far visita alla madre ormai vecchia. Sono tre giorni, brevi ma emotivamente dilatati fino a che la percezione del tempo e dello spazio viene meno.

La madre accoglie il figlio come se la distanza fisica e temporale non fosse mai esistita. La parola è il nucleo portante di tutta quanta l’opera (il titolo è già esplicativo), attraverso la parola il giovane percepisce sé stesso e gli altri, accorgendosi di essere tornato in una terra immutata ma con occhi nuovi, persi. È disposto a ritrovare il sé stesso ormai perduto attraverso la riconciliazione col mondo fermo e le genti che lo abitano. 

È grazie alla parola, alla conversazione, che Silvestro risolve i suoi assilli. La sua voce propria può esprimersi all’unisono con quella di tutti quanti, condividendo la fede di un verbo di autenticità umana.

Prima di determinare ciò Vittorini evidenzia la situazione di crisi dei rapporti comunicativi interpersonali (fra i sessi, le generazioni, le classi sociali, i poteri statali).

Conversazione in Sicilia è uno dei libri chiave dell’intero Novecento, soprattutto per essere manifesto dell’opposizione al fascismo attraverso allusioni al mondo offeso e alla condizione umana oppressa dai mali del mondo. I due filoni definibili l’uno privatista l’altro pubblico viaggiano paralleli e al contempo s’intrecciano. I riferimenti sopra citati sono riscontrabili dall’inizio alla fine del romanzo. 

Il ricordo filtrato dall’opacità del tempo restituisce al lettore e ai personaggi ciò che è avvenuto in precedenza, quando ancora Silvestro non aveva lasciato la Sicilia, ma spesso i ricordi, frammentari e poco nitidi, emergono come novità, come se quel vissuto fosse stato vissuto da qualcun altro. L’infanzia di Silvestro, ormai perduta, è ricostruita grazie soprattutto agli aneddoti della madre, e lo stupore del figlio fa tenerezza e allo stesso tempo rabbia, rabbia perché il giovane ha dimentico consciamente o inconsciamente le sue origini, le sue esperienze e la sua prima vita.  

Vittorini studia e attinge da vari generi letterari per creare la sua Conversazione in Sicilia, che è un romanzo familiare, ma anche di viaggio e di formazione. 

Quella di Vittorini è una letterarietà artefatta, in cui un linguaggio e un pensiero alto si mescola con un lessico medio, vicino alle movenze dell’oralità; c’è assoluta spigliatezza dell’andamento discorsivo, ed è per tale ragione che si fa sincera l’analogia con atti e scene dei testi teatrali. 

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Laureata in lettere. Lettrice per tutti, scrittrice per gli amici. Teatrante e musicista dilettante.