Letteratura

I tre gradi di separazione tra il «curare» e l’«aver cura»

«Scrivete qualcosa. […] Non fa differenza se scrivete cinque paragrafi per un blog, un articolo per una rivista di settore o una poesia per un gruppo di lettura. Ma scrivete. Non c’è bisogno che scriviate qualcosa di perfetto. Serve solo per aggiungere qualche piccola osservazione sul vostro mondo».

Tale citazione, oltre che essere parte del testo, è probabilmente il movens vero e proprio che ha portato Atul Gawande– medico chirurgo statunitense, specialista in chirurgia endocrina- alla stesura della sua seconda opera. “Con cura” (Einaudi, 2008), questo il titolo del saggio in questione, è un viaggio attraverso la vita del medico non soltanto in quanto figura professionale, ma in quanto essere umano.

Non senza palesare una certa deviazione professionale, Gawande introduce il libro prescrivendo una vera e propria ricetta, composta di tre principali presupposti che danno anche il nome ai tre capitoli di cui consta l’opera. In realtà, il titolo stesso richiama il messaggio che l’autore vuole lanciare: avere cura di ciò che si intraprende, di chi si ama; cosa ben diversa dal curare, sebbene i due termini possano sembrare addirittura sinonimi. Il chirurgo statunitense batte proprio su questo concetto, e lo sottolinea nel corso di tutto il libro. I tre precetti su cui si sviluppa l’opera, che possono essere intesi come veri e propri gradi di separazione tra il “curare” e l’”avere cura”, sono di seguito descritti.

Scrupolosità

Fare «una domanda fuori copione», un passo in più, cercare di dirimere quel certo dubbio forse anche infondato. Non limitarsi a guardare ai casi clinici e ai pazienti come ai paragrafi di un manuale di medicina. Ciò, al solo nobile scopo di mettere in salvo una o più vite. Gawande spiega il culto della scrupolosità raccontandone l’importanza attraverso semplici esempi: la fondamentale esecuzione del lavaggio delle mani, spesso sottovalutata ma di fatto salvavita; l’attività dei medici militari nei CSH allestiti sui campi di guerra, i loro disperati tentativi di salvare soldati con un piede già nella fossa; la costanza e l’attenzione dei sanitari impegnati nelle campagne di vaccinazione in Paesi drammaticamente arretrati. Della scrupolosità, Gawande mette in luce anche il rischio in cui si incorre praticandola: non riuscire a dare un seguito alle azioni salvifiche compiute. A tal proposito, è esemplare ciò che l’autore scrive a proposito delle vittime di guerra:

«Non si è mai affrontato il problema di riabilitare persone con danni così estesi. Stiamo solo cominciando a imparare che cosa fare perché la loro vita abbia un senso».

Fare la cosa giusta

Sembra essere il presupposto di più difficile gestione. Nulla di più accurato delle stesse parole dell’autore per commentare tale aspetto:

« È spiacevole constatare come sia facile pregiudicare una carriera, in medicina. […] Il nostro lavoro contro la malattia non comincia con interazioni genetiche o cellulari, bensì umane. È questo che rende la medicina così complessa e affascinante. Il modo in cui ogni interazione viene negoziata può essere determinante […] In un certo senso, è vero che il nostro compito è “Lottare sempre”. Ma lottare non significa necessariamente fare di più. Significa fare la cosa giusta per il paziente, anche se non è sempre chiaro che cosa sia giusto».

Nell’illustrare varie situazioni in cui un medico viene a trovarsi nelle sue giornate, non necessariamente legate sensu stricto al contatto diretto con i pazienti -stipendi, fatture fiscali, dilemmi etici-, Gawande rende benissimo l’idea della precarietà delle certezze e la paura dell’errore che, prima o poi, ogni essere umano sperimenta.

Ingegnosità

Circa l’ultimo precetto, Gawande prende ad esempio e descrive molte delle eclatanti innovazioni apportate da vari suoi colleghi nel tempo, che hanno condotto ad un sostanziale miglioramento della pratica medica: narra la nascita dell’indice di Apgar (usato in ostetricia per valutare le condizioni dei neonati appena dopo il parto) e dei i protocolli utilizzati nei vari ospedali degli USA per i malati di fibrosi cistica; elogia, infine, la bravura dei medici indiani che, con le poche risorse a disposizione nel loro Paese, compiono spesso e volentieri miracoli su ogni tipo di paziente. Mette in risalto l’importanza del sapersi reinventare, del revisionare e del riadattare ciò che sembra essere ormai obsoleto nel proprio modo di agire, sia dal punto di vista lavorativo che privato.

Lo stile

Sin dall’inizio, Gawande costruisce l’intreccio delle vicende e delle riflessioni riportate con metodo e coerenza, scrivendo con la semplicità che sarebbe apprezzata in qualunque tipo di medico. La scelta delle parole lascia trasparire non solo una grande sensibilità, una forte etica ed umiltà, ma anche la volontà di identificarsi, quando serve, nel ruolo di medico, utilizzando ad hoc i tecnicismi del caso, sempre parafrasandoli e chiarendoli. Il libro risulta, al contrario di ogni aspettativa su una pubblicazione pseudo-scientifica, semplice, chiaro e nient’affatto asettico, troppo oggettivo, criptico o eccessivamente tecnico; costituisce, anzi, una scaturigine di emozioni più comuni e condivise di quanto si pensi. È nella capacità di suscitare tale tipo di emozioni che risiede la buona riuscita dello stile di Gawande: partendo da un’analisi circa la vita dei sanitari, il chirurgo arriva, alla fin fine, a parlare nientemeno che della vita umana stessa.

In breve

Il testo è quindi, da un lato, una digressione sulle infinite possibilità di scelta di cui si è in possesso nel momento in cui si lavora con le vite umane, un’indagine sui significati dei molteplici obiettivi che la medicina, nella sua incarnazione umana, si pone: dall’altro, vuole essere uno spunto di riflessione sulla fallacia e sulla fragilità dell’uomo, sugli errori e sulle contraddizioni in cui chiunque, anche il più bravo esponente di un determinato settore, può incorrere. Ancora: è una proposta su come si possa migliorare la stessa condizione umana e tracciare una linea di demarcazione tra l’agire secondo la prassi e l’agire meglio.

«Nessuna scelta è perfetta, ma le nostre scelte possono essere migliorate».

 

Francesca Maria Pagnozzi

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