Rock or dust

From the Cradle, il ritorno al blues di Eric Clapton

Faccio del mio meglio per salvarmi la vita suonando il blues, ma non penso di essere bravo neppure la metà di un nero del Sud“. Ed era davvero sincero nel sostenerlo, soprattutto per quanto riguarda la prima affermazione. Il blues ha davvero salvato la vita ad Eric Clapton, che pronunciava queste parole nel 1994. L’imbuto umano ed artistico nel quale era finito, dopo l’esperienza con i Derek and the Dominos, era durato a lungo, forse troppo. Aveva tredici anni quando ebbe in regalo una chitarra acustica Hoyer. Erano gli anni della Hollyfield School di Surbiton, a Londra, dove viveva con la nonna materna. Timido, introverso e solitario. Il suo passatempo preferito era ascoltare, fin quasi a sezionare, dischi e assoli di Elmore James, Muddy Waters, Robert Johnson e altri grandi del blues americano. Le ore passate nel tentativo di replicarli, la rabbia per non riuscirci. Ed il vecchio registratore della nonna quasi consumato a furia di ascolti. Ma il talento esplode se si accompagna alla testardaggine, e il giovane Eric era ben fornito di entrambe le doti.

Esordi e incontri

Arrivarono gli Yairbirds con Jeff Beck e Jimmy Page, poi vennero i Bluesbreakers con John Mayall. E la celebre scritta nella Tube di Londra, Clapton is God. L’olimpo della musica della Swingin’London venne definitivamente scalato quando diede vita ai Cream, con Jack Bruce e Ginger Baker. Fu in questo periodo che avvenne il primo incontro con Jimi Hendrix: ma questa esperienza durò poco, così come ebbe durata ancora più breve quella dei Blind Faith con Baker e Steve Winwood. Trova quindi rifugio nella band Delaney & Bonnie, in cui per un periodo brevissimo milita e va in tour. Ne scaturisce il disco On Tour with Eric Clapton, pubblicato con il nome della band modificato in Delaney & Bonnie & Friends.

I duri colpi e il tunnel

Ma l’anima inquieta di Eric è una compagna di viaggio difficile da abbandonare. Nel 1970 esce il primo omonimo disco solista, poi inizia la breve avventura con i Derek and the Dominos al fianco del grande Duane Allman. La morte di Hendrix, al quale era legato da stima e amicizia (ed un po’ di sana competizione) è un brutto colpo. Per un lungo periodo i concerti di Clapton con i Derek del 1970 si aprono con Little Wing di Hendrix, proprio in suo omaggio. Un secondo progetto di disco, dopo Layla and Other Assorted Love Songs del 1970, abortisce prima di essere pubblicato. Duane muore in un incidente stradale (leggi qui la storia), questa volta il colpo per Clapton è ancora più duro. Il tunnel della droga si spalanca davanti a lui. Solo nel 1974 con l’album 61 Ocean Boulevard, dopo anni molto difficili, inizia effettivamente la sua carriera solista. Lo stile diventa man mano più orecchiabile, le ballads prendono sempre il più il posto dei riff di blues, gli interventi lancinanti di chitarra diventano più rari. Clapton resta comunque sulla cresta dell’onda, tra concerti, dischi e collaborazioni.

My father’s eyes

Ma il destino aveva deciso di intromettersi ancora nella sua vita, ed in maniera devastante. Il 27 agosto 1990 scansa la morte solo perché il povero Stevie Ray Vaughan, stanco dopo l’esibizione, aveva chiesto di tornare per primo in albergo con l’elicottero che avevano a disposizione. Lo stesso elicottero che, poco dopo il decollo, si sarebbe schiantato su una collina del Wisconsin (leggi qui la storia). Il 20 marzo 1991, a causa di una finestra lasciata aperta da un addetto alle pulizie, il figlio Conor, nato il 21 agosto 1986 dalla relazione con Lory Del Santo, perde la vita a soli quattro anni cadendo dal 53º piano di un grattacielo a New York, dove si trovava con la madre. Un episodio che avrebbe segnato profondamente Eric: al figlioletto morto sarebbe stata dedicata Tears in Heaven, e successivamente My father’s eyes e Circus has left town, canzoni dove Clapton esprime il suo dolore sia per la morte del figlio che per non avere mai conosciuto il suo vero padre.

Ritorno alle origini

Toccato il fondo, come spesso succede, comincia la risalita. Il 16 gennaio del 1992, presso i Bray Film Studios di Windsor, il chitarrista e la sua band effettuano un’esibizione nel programma Unplugged per MTV, che viene immortalata in audiovisivo. Sarà un successo clamoroso, che porterà a un Disco d’Oro in Usa ed a dieci milioni di copie vendute. Ormai popstar di successo mondiale, Clapton era paradossalmente ancora alla ricerca della sua identità artistica perduta. Eccessi, dipendenze e tragedie ne avevano segnato vita e carriera, che per quanto fortunata, non lo aveva ancora soddisfatto del tutto. “Per me il blues rappresenta la forma di comunicazione più diretta, efficace ed emozionante che conosca. Essa non ha niente a che vedere con il glamour o lo show business: è musica che viene dal cuore, fatta da uomini che raccontano esperienze sincere, che raccontano storie vere. Credo di avere diritto a suonare il blues per tutto quello che mi è successo“. Trent’anni dopo, infatti, Clapton ritorna al blues. A quello più vero, ruvido e autentico: From the Cradle del 1994 non è altro che un ritorno a se stessi, alle proprie origini, alla sicurezza di fare quello per cui si è nati. Ormai Unplugged aveva sdoganato il successo dopo anni di difficili. Ora si trattava di fare i conti con l’eredità del  passato e risalire alle radici. Le canzoni del disco vennero infatti registrate in presa diretta, senza sovraincisioni o correzioni. Una manciata di classici del blues, trascinanti e malinconici, ruggenti e ineccepibili.

Ruvido e grintoso

L’emotività è latente tra assoli e break precisi e mai fuori posto, i grandi maestri del Delta e di Chicago rivivono in Slowhand che torna finalmente ad essere il Dio omaggiato nella metropolitana di Londra. E’ il tributo di un artista al grande amore che gli ha salvato la vita e che non lo ha mai tradito. Nel suo ritorno alla culla (la “Cradle” del titolo appunto), Clapton ripropone sedici tra classici e perle dimenticate del blues più puro. Accompagnato nell’impresa da otto musicisti eccelsi, fra i quali Jerry Portnoy all’armonica ed Andy Fairweather Low alla chitarra, paga il debito a mostri sacri come Willie Dixon, Elmore James, Freddie King, Lowell Fulson e Muddy Waters. Un caleidoscopio di melodie blues, arpeggi splendidi e assoli grintosi, scorrevole, intrigante, mai noioso né scontato. L’osmosi tra esistenza e musica, in Eric Clapton, adesso è completa. Ogni cosa è tornata al suo posto, il ritorno al blues rappresenta anche una dimensione spirituale in grado di risollevare, consolare, emozionare e financo guarire. Non possiamo esserne sicuri, ma è probabile che From the Cradle sarebbe piaciuto anche ai neri del Sud.

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