Letteratura Muse d'inchiostro

La regina degli scacchi: il romanzo del 1983

In pochi sanno che La regina degli scacchi, serie tv Netflix, è stata tratta dall’omonimo romanzo di Walter Trevis pubblicato nel 1983.

È una storia che non parla solo di scacchi: parla di solitudine, dipendenze e femminismo.
Beth Harmon ha sette anni quando, nell’orfanotrofio di Methuen, scopre le sue due più grandi passioni: quella per i tranquillanti e quella per gli scacchi. Le pastiglie verdi e le notti passate a muovere mentalmente le pedine su una scacchiera immaginaria erano le uniche due cose a dare sollievo alla vita nell’istituto.
Beth ha otto anni quando il suo talento viene riconosciuto: una bambina prodigio in un ambiente, quello degli scacchi, governato da soli uomini.
Beth cresce e così cresce anche la sua meravigliosa abilità di gioco di cui dà prova torneo dopo torneo fino a riuscire a sfidare i grandi maestri russi.

Gambetto di donna

Non ci avevo mai fatto caso prima, ma è stato interessante scoprire come gli scacchi siano un gioco essenzialmente virile sebbene il pezzo più potente sul campo non sia il re, bensì la regina.
La donna è la pedina che attacca e che a volte coraggiosamente si sacrifica.
Pensiamo al titolo: “La regina degli scacchi”. Si sta parlando di Beth non solo per la straordinaria padronanza che lei ha del gioco ma anche per l’affinità tra il suo temperamento e quello che la stessa pedina incarna. Il titolo originale del romanzo è infatti “The Queen’s Gambit”, ossia “gambetto di donna”, una tecnica di apertura che ha come obiettivo quello di sacrificare temporaneamente un pedone per poi fare in modo che la regina conquisti la posizione centrale da dove poi sferrare un attacco diretto.
Il gambetto di donna è, nel libro, molto più che una mossa di gioco: è il simbolo di come Beth sia riuscita ad affermarsi in un mondo dominato dagli uomini.

“Il campionato americano sarebbe stato tra tre settimane; era il momento che venisse vinto da una donna; era il momento che fosse lei a vincerlo”

Beth Harmon vincitrice

Scacchi come metafora della vita

La vita è fatta di luce e oscurità, proprio come una scacchiera è fatta di caselle bianche e nere.
Gli scacchi sono un gioco di strategia. È questione di pianificare le mosse della partita, è questione di scelte e di agire in conseguenza alle scelte prese.
Forse si può pensare agli scacchi come metafora della vita ma allo stesso tempo La regina degli scacchi mi ha invitata a pensare: quanto ha senso pianificare la vita con strategia? A volte non è meglio agire d’intuito?

“Tutto questo,” disse lui. “Non è affatto come giocare a scacchi”. Lei sorrise. “Hai  ragione.”

Beth è una di quelle che vengono definite “giocatrici d’intuito”. Da piccola, alla cieca di regole e posizioni da manuale, era una scacchista brillante, acuta e “mentale”; da adulta, però, studiato tutto lo scibile e imparate tutte le tecniche dei grandi maestri, Beth si accorge di aver perso quello slancio intuitivo che da sempre era stato garanzia delle sue vittorie: è rimasta intrappolata in azioni dogmatiche, la sua progettualità è costretta in mosse e strategie codificate.

Non conoscendo nemmeno una regola del gioco, mi rendo conto che la mia possibilità di indagare la profondità metaforica degli scacchi è limitata.
Cito quindi Scacchi di Jorge Luis Borges:

“Debole re, pedone scaltro, indomita
regina, sghembo alfiere, torre eretta
sul bianco e nero del tracciato cercano
e sferrano la loro lotta armata.

Non sanno che il fortuito giocatore
che li muove ne domina la sorte,
non sanno che un rigore adamantino
ne soggioga l’arbitrio e la fortuna.

Ma il giocatore è anch’esso prigioniero
(Omar lo dice) d’una sua scacchiera
fatta di notti nere e bianchi giorni

Dio muove il giocatore, e questi il pezzo.
Ma dietro Dio qual altro dio la trama
di vita e morte ad ordire è avvezzo?” 

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