le notti bianche copertina
Letteratura Muse d'inchiostro

Le notti bianche: così reali, così crudeli

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Sono certa che tutti voi, almeno una volta, abbiate sentito parlare de Le notti bianche” di Fedor Dostoevskij. Tuttavia, se così non fosse, che scenario vi richiamerebbe alla mente questo titolo? Visto il periodo natalizio non stento a credere che a molti di voi appassionati lettori, fervidi sognatori, balzi davanti agli occhi una distesa immensa di neve. La neve che cade, la notte che abbraccia il gelo e voi che, comodamente seduti sul divano, sorseggiate la vostra cioccolata calda tra le confortevoli mura di casa.

Il titolo del racconto di Dostoevskij racchiude in una certa misura anche un significato simbolico: da sempre nella letteratura aleggia il mito della fragilità delle decisioni prese di notte, al buio, proprio quando la fantasia distorce e accresce tutti gli affari del giorno. La notti di cui parla l’autore sono bianche, limpide, illuminate, di conseguenza attraverso l’immaginazione tutto si fa chiaro in questo racconto. Dopo una lunga notte bianca, crudelmente reale, si attualizzerà il vero dramma, non inventato, non sognato.

“Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore”.

Notti bianche: una crudele realtà

Durante una notte simile a quella descritta l’eroe de Le notti bianche incontra sul lungofiume di Pietroburgo una ragazza in lacrime. Forse per compassione, forse per carità il giovane si innamora di lei, sente di doverla proteggere da tutto, per lei farebbe qualsiasi cosa. L’amore in questo racconto ha però un significato ben preciso: è il simbolo della vita reale. Inizialmente l’eroe, il narratore de Le notti bianche, insegue la speranza di poter realizzare il suo sogno di rimanere nel regno dell’utopia, dell’idillio, in un mondo possibile in cui due corpi si uniscono in un’armonia di sogni ed interessi comuni. Tuttavia, questa possibilità svanisce non appena la ragazza, Nast’ja gli confessa l’esistenza di un terzo personaggio che lei dice di amare più di chiunque altro al mondo, nonostante ella provi per il protagonista un affetto immenso.

Dio stesso vi ha mandato. Che cosa farei ora, se non mi foste vicino? Come siete altruista! Come sapete amarmi! Quando un giorno sarò sposata, vivremo in grande amicizia, più grande di quella dei fratelli, vi amerò quasi come lui…”.

Immagino stiate pensando all’enorme disgrazia capitata al nostro eroe e proviate per lui un’estrema compassione. In effetti nemmeno lui riuscì a sopportarlo ma ritornò composto nella sua tana solitaria.

Sognare per distaccarsi dalla vita

L’unico antidoto che il nostro eroe conosce alla crudeltà della vita è la solitudine, il sogno illusorio. Il tema del sognatore si ripropone in molti testi di Dostoevskij poiché l’autore negli anni Settanta confessò di appartenere egli stesso a tale categoria. Il sognatore de Le notti bianche però non è affatto contento di abitare questa dimensione onirica, sta male nella sua tana, si vergogna del suo isolamento e considera lui stesso ridicolo il distacco dalla realtà ma non ne può fare a meno. Veleno alimenta altro veleno in un circolo senza via di uscita. Le lacrime e la disperazione del sognatore ne Le notti bianche escono allo scoperto, si mettono a nudo davanti ad una giovane ragazza incontrata per caso ma si spargeranno al vento.

Sognatore

“Il sognatore, se occorre una definizione precisa, non è un uomo ma, sapete, una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un cantuccio inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno, e ogni volta che si addentra nel suo cantuccio, vi aderisce come la chiocciola al guscio, e diventa simile a quell’animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa”.

L’uomo delle notti bianche

Ritengo che nel Le notti bianche si dia molto spazio al rapporto dell’individuo con sé stesso e con la propria interiorità che precede in questa situazione tutti gli altri tipi di relazione. Per quanto sia rappresentativo dell’umanità il sognatore rimane sempre con i piedi ben piantati a terra senza mai elevarsi a simbolo o tipo, resta individuo. Ma cosa è un individuo senza le sue passioni, sentimenti? Niente. Questo racconto penso sia volto a smentire la presunta autonomia e razionalità dell’individuo moderno. L’individualismo è stato progressivamente ridotto all’astratta figura dell’uomo calcolatore di interessi. Tuttavia già a partire da Montaigne (1533-1592) emerge l’immagine di un Io fragile, carente ma contemporaneamente conscio delle proprie mancanze e delle proprie vulnerabilità. Anche se spesso la vulnerabilità dell’individuo viene negata, si cerca di sopraffare le passioni, controllarle in nome di una maggiore razionalità e ragionevolezza la mancanza resta a fondamento dell’individuo messo in crisi dalla solitudine, dal conformismo e dall’assoggettamento.

Una proposta di dono

Elena Pulcini, una ex professoressa di Filosofia sociale all’Università di Firenze, parla del narcisismo patologico dell’homo aeconomicus, privo di legami, della riflessione contemporanea ma propone secondo me anche un secondo potenziale valore di questo modo d’essere che risiede nella ricerca di autenticità. La feconda proposta di riabilitare il legame sociale tramite il dono è uno dei modi in cui questo bisogno si esprime. Guardando alle società contemporanee ci accorgiamo che la pratica del dono si riferisce sempre più al ciclo del consumo e dello scambio quando in realtà dovremmo pensare al dono come nostro primo interesse, come ciò che ci riconnette all’altro e che non si aspetta nulla in cambio perché scoprire sé stessi è scoprire il proprio vuoto ed è necessario protendersi verso l’incertezza e l’instabilità dei legami, rischiare nell’altro piuttosto che chiudersi nella propria solitudine.

Nel complesso si tratta di una lettura scorrevole, agile (non sono neanche cento pagine!) e penso sia superfluo elogiarne lo stile. E’ un racconto che consiglio di leggere, almeno una volta, innanzitutto perché rientra nel novero dei grandi classici e poi perché credo che si presti alle più svariate interpretazioni e lasci viaggiare la fantasia e l’immaginazione di ogni lettore appassionato come noi.

Tra i nostri articoli di Muse d’inchiostro vi rimando ad uno di Martina Toppi, la quale ha trattato la tematica del sogno e dell’amore come illusione. Detto questo vi saluto cari amici e lascio qui un articolo interessante sull’importanza che può avere ai nostri giorni leggere Le notti bianche di Dostoevskij. Chissà se anche per noi, protagonisti di questo particolare periodo storico, il sogno possa essere una valida via di fuga.

Valentina Sprega

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