Louise Glück e il Nobel per la Letteratura 2020: la poesia è qui con noi

Louise Glück e il Nobel per la Letteratura 2020: la poesia è qui con noi

Si è svolta ieri la cerimonia di consegna dei Premi Nobel 2020, compreso quello destinato alla poetessa americana Louise Glück, premiata “per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende l’esistenza individuale universale”. Da Ararat e Iris Selvatico, le sue prime raccolte tradotte in italiano, ad Averno, sua ultima raccolta di componimenti poetici a disposizione in traduzione, ma di certo non l’ultima in originale, proviamo allora a ricostruire il viaggio letterario di questa poetessa riservata, capace di parlare nello spazio bianco dell’a capo.

Mattutino

Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore. (da Iris Selvatico)

LA POESIA METAFISICA DI LOUISE GLÜCK

Iris selvatico, Louise GluckIl premio Nobel al Louise Glück arriva esattamente 400 anni dopo lo sbarco sul Nuovo Continente (ormai non più tanto nuovo) dei puritani inglesi, era il 9 novembre del 1620. C’è molto del sapore di quell’epoca in questa poetessa che parla di un presente sempre confrontato con l’eterno, grazie al gioco di simboli ed enigmi cui la parola poetica lascia spazio, come ha fatto notare il suo traduttore italiano, Massimo Bacigalupo, nel corso di un incontro svoltosi in collaborazione con Il Saggiatore e Il circolo dei lettori. La Glück (il cognome si legge [glick], perché delle sue origini ungheresi è ormai rimasto talmente poco che l’inglese, anzi, l’americano le ha donato una nuova identità) è una poetessa pura. Vive a New York e ha 77 anni, quindi di vita ne ha conosciuta e di certo ama parlarne nei suoi versi, pur restando attaccata a un ideale metafisico dell’esistenza capace di rendere le sue parole universali.

Si badi bene, parole metafisiche ma mai incomprensibili: la sua è una lingua piana che si avvale dello spazio, quello strumento misterioso proprio solo del verso, e del silenzio lì sollevato. Una poesia che non chiude, ma anzi, in battuta finale ama aprirsi in domande, come la corolla di un fiore. E di fiori la nostra ha scritto molto, in una delle sue raccolte più metafisiche in assoluto L’iris selvatico (vincitore del Premio Pulitzer per la poesia nel 1993) dove le parole vengono pronunciate da fiori e giardinieri, in dialoghi commoventi e mai scontati, che rilanciano domande verso il divino. In questi versi si ritrova lo spirito immortale di una grande maestra della poesia americana, Emily Dickinson, e della sua ricerca appassionante, disperata e talvolta quasi lacerante di quel legame sacro tra l’essere umano e il Cielo.

Tramonto

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.
Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.
Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta. (da Iris Selvatico)

LA POESIA MITICA DI LOUISE GLÜCK

Autrice di ben 12 raccolte di poesie, Louise Glück ama parlare in versi e ha rivelato di sentirsi addolorata al momento di chiusura di ogni raccolta. “Quando non scrivi non sei un poeta”, spiega infatti, “ma qualcuno che vorrebbe scrivere poesie”. La raccolta di cui però si sta parlando di più in questi mesi, da quando il suo nome è stato legato al prestigioso premio Nobel, è Averno. Qui la scrittura della Glück si avvicenda in un’interpretazione allegorica del mito di Persefone, il cui midollo è estratto con precisione chirurgica dal guscio rigido della tradizione antica. La scelta della figura di Persefone non è casuale, visto il legame viscerale che i versi di Louise Glück hanno con i temi del trauma, della natura e della famiglia, ambiti fortemente presenti nel mito della fanciulla rapita dal signore dell’Ade. Persefone, simbolo ancestrale della natura prospera che nel corso della stagione invernale scompare dalla terra per farvi ritorno in estate, è sempre affiancata all’affezionatissima madre, Demetra, che pur di ritrovare la sua bambina è disposta a girare il mondo senza sosta.

Lago-cratere

C’era una guerra tra il bene e il male.

Decidemmo di chiamare il corpo bene.

Ciò fece della morte il male.

Rivolse l’anima

completamente contro la morte.

Come uno scudiero che vuole

servire un grande guerriero, l’anima

voleva parteggiare per il corpo.

Si rivolse contro il buio,

contro le forme di morte

che riconosceva.

Da dove viene la voce

che dice supponiamo che la guerra

sia male, che dice

supponiamo che il corpo ci abbia fatto questo,

ci abbia resi paurosi di amare – (da Averno)

L'opera ellenistica: "Il ratto di Persefone"Il luogo mitico evocato nel titolo della raccolta, uscita per il pubblico americano nel 2006, è infatti Averno, il lago d’Averno, un lago vulcanico realmente esistente nei pressi della nostrana Pozzuoli. Averno, da un aggettivo greco che significa “senza uccelli”, perchè gli antichi osservavano come, a causa delle insalubri esalazioni della terra, quest’area non fosse solcata da nessun essere vivente. Era questo il motivo per cui proprio qui venne individuato uno dei punti di accesso dell’Ade, il regno dei morti. Ed è proprio questo il lago nel quale, sempre secondo il mito, il signore degli Inferi avrebbe trascinato la bella Persefone, imprigionata sul suo carro. Qui, sul luogo di confine mitico e geografico tra chi c’è e chi più non c’è, perlomeno nella forma nota ai vivi, prende vita un conflitto caro alla poesia di Glück: quello tra la vita e la morte. L’inferno descritto dalla poetessa in Averno non è solo un’indagine sul nuovo ignoto per eccellenza, ma anche sulla condizione dell’anima una volta giunta lì, in un distacco totale da tutto ciò che fino alla morte può dirsi noto e familiare. Un inferno in cui la poetessa è viva fra i morti.

COS’HA DA DIRE AL LETTORE DEL 2020 LOUISE GLÜCK?

Averno di Louise GluckIn un anno di traumi e sofferenza, la poesia di Glück, nelle parole del suo traduttore Bacigalupo, ci fornisce un esempio di come trovare una serenità all’interno della nostra coscienza. E lo fa con un linguaggio aperto a tutti, che si caratterizza soprattutto per quello che non dichiara. Glück dà spesso del tu al lettore, quasi fissandolo attraverso le pagine, e questo tu è veramente universale, nella misura in cui, al pari dell’io, è spogliato di qualsiasi caratterizzazione di etnia, genere, età o ideologia. Il dialogo che siamo invitati a intessere con i suoi versi è quello intimo e riservato che abbiamo nelle conversazioni telefoniche a fil di voce, nelle stanze familiari delle nostre case, nelle riflessioni a tu per tu con noi stessi. E’ la riscoperta di un silenzio che non dobbiamo temere, ma anzi cavalcare per ricercare, come dice la poetessa, non tanto la bellezza di questo mondo, ma il suo candore. Non possiamo aspettarci altro e non dovremmo farlo se a scrivere è una poetessa che per prima ha a cuore la riservatezza della propria vita quotidiana, dalla quale la poesia sorge e che, proprio per questo, deve essere preservata, anche a discapito della fama acquisita con questo premio. Posizioni, queste della Glück, che potete scoprire ascoltando la sua intervista telefonica immediatamente successiva all’annuncio della sua vittoria del Premio Nobel per la letteratura 2020. Dall’inferno di Averno riemergiamo candidi, purificati nell’accettazione della vita che, così com’è, traumatica, dolorosa, ma densa di meraviglia, si condensa nel verso. E forti di questi versi, possiamo dirlo senza vergogna, ormia giunti al termine di un anno che, per tanti versi, è stato infernale, “uscimmo a riveder le stelle”.

La stella della sera

Stasera, per la prima volta in molti anni,
mi è apparsa nuovamente
una visione dello splendore della terra

nel cielo vespertino
la prima stella sembrava
crescere in fulgore
man mano che la terra si oscurava

fino a non poter diventare infine più buia ancora.
E la luce, ch’era la luce della morte,
pareva restituire alla terra

il suo potere consolatorio. Non c’erano
altre stelle. Solo quella
di cui conoscevo il nome

come nell’altra mia vita le recai
offesa: Venere,
stella del vespro,

a te dedico
la mia visione, ché su questo suolo spento

hai gettato quanta luce basta
a rendere il mio pensiero
visibile di nuovo. (da Averno)

 

Le migrazioni notturne

Questo è il momento in cui rivedi
le bacche rosse del sorbo selvatico
e nel cielo scuro
le migrazioni notturne degli uccelli.

Mi addolora pensare
che i morti non le vedranno –
queste cose dalle quali dipendiamo
scompaiono.

Che cosa farà l’anima allora per trovar conforto?
Mi dico che forse non avrà più bisogno
di questi piaceri;
forse non essere, e nient’altro, basta, semplicemente,
per quanto sia arduo immaginarlo. (da Averno)

Le sue raccolte di poesie citate in questo articolo, Iris selvaticoAverno sono state pubblicate in Italia dalla casa editrice Il Saggiatore.

Martina Toppi

 

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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