Come le case editrici ci ingannano: “Le voci della sera” di N. Ginzburg

Come le case editrici ci ingannano: “Le voci della sera” di N. Ginzburg

Natalia Ginzburg è una scrittrice molto amata da noi di Muse d’Inchiostro. Protagonista oggi è Le voci della sera, (forse) un romanzo familiare scritto durante il soggiorno inglese dell’autrice. E se volete scoprire con quali furberie le case editrici spesso ci ingannano – e quindi anche i retroscena di questo romanzo – non dimenticatevi di leggere l’articolo fino all’ultimo paragrafo.

Un racconto fatto per dialoghi

Abbiamo sotterrato i nostri pensieri, bene in fondo, dentro di noi.
Quello che vado pensando, lo racconto un po’ a me stesso, e poi lo sotterro. Poi, a poco a poco, non racconterò più niente nemmeno a me stesso. Sotterrerò tutto subito, ogni vago pensiero, prima ancora che prenda forma.
Una persona, a un certo momento, non vuole più vedere in faccia la propria anima. Perché ha paura, se la guarda in faccia, di non trovare più il coraggio di vivere

Questo è il cuore di Le voci della sera di Natalia Ginzburg (Einaudi, 1961), un romanzo fatto di dialoghi: dialoghi a volte banali, a volte pieni di significato, dialoghi a volte portati avanti con fierezza, a volte non pronunciati affatto.

In un mondo in cui sei quello che dici, in un mondo in cui le parole dicono di te molto più delle tue azioni, l’autrice invece riesce, pur conducendo la narrazione in prima persona, a non suggerire mai un particolare atteggiamento verso un personaggio: ci porta invece a giudicarlo a poco a poco, come avviene nella vita, sommando le parole ai gesti e alle intenzioni.

Come scriveva Calvino, editore della Ginzburg, “per Natalia questo piacere di riprodurre sulla carta il processo con cui ci avviciniamo a conoscere i nostri simili, s’identifica con l’amore per le storie delle famiglie”.

 

Storie di famiglie borghesi

In questo racconto i luoghi, e i personaggi, sono immaginari. Gli uni non si trovano sulla carta geografica, gli altri non vivono, né sono mai vissuti, in nessuna parte del mondo.
E mi dispiace dirlo, avendoli amati come fossero veri.

[dal retro della pagina di dedica]

Le voci della sera è la storia di due famiglie borghesi: quella dei Balotta, famiglia di industriali tessili, e quella di Elsa, la protagonista.
Scritto durante il soggiorno inglese dell’autrice, questo romanzo è ambientato negli anni 50 in un piccolo paese del Piemonte. Questa, forse, è l’opera più “piemontese” di Natalia Ginzburg. Se prima lo sfumava e lo genericizzava, con quell’imbarazzo che spesso hanno gli scrittori nel parlare della terra d’appartenenza, ora che ne è lontana, il Piemonte emerge in primo piano.

Riguardo il Piemonte borghese di Le voci della sera Calvino e Moravia espressero pareri contrastanti: mentre per Calvino il Piemonte di Natalia è “un mondo di gente pulita, seria, sempre leggermente noiosa, laica”, per Moravia invece “la borghesia rappresentata in questo romanzo è una borghesia condannata, […] un’umanità alienata che ignora la propria alienazione”. Personalmente non ho idea di chi abbia ragione; conosco solamente quello che nel libro viene presentato, ossia una borghesia annoiata per il troppo “far niente” e allo stesso tempo lacerata da un rigido sistema di comportamento autoimposto in termini di classe e autodistruttivo in termini di individuo.

Mia moglie  – disse il Nebbia – anche lei non fa niente. Per i bambini, per la casa, avete le donne di servizio. Siete delle borghesi, e vi annoiate, come tutte le buone madame.

Torino anni 50

Le astuzie di Einaudi tra alchimia e il Premio Strega

Interessanti sono anche i retroscena editoriali di Le voci della sera. Due infatti sono stati gli stratagemmi messi in atto da Einaudi intorno a questo romanzo.

Il primo. Le voci della sera ha solo l’aspetto di un romanzo, ma di fatto è un racconto. Molte volte, e per motivi diversi, in ambito editoriale avvengono questo tipo di trasformazioni alchemiche. Questo il caso: la Ginzburg mentì alla Einaudi sul numero di pagine del suo manoscritto (contò 250 pagine quando invece erano solo 100) per evitare che Le voci della sera venisse incluso in una raccolta di suoi racconti alla quale la casa editrice stava lavorando in quei mesi. Una volta letto il testo, anche Calvino fu d’accordo nel giudicare Le voci un’opera troppo bella per non essere pubblicata così, da sola. E quindi da buon editore-alchimista, aggiungendo una introduzione iniziale, un’appendice, poi ancora delle notizie sul testo ed infine anche un pizzico di antologia della critica (aggiungendo insomma tutto quello che, in gergo, rientra sotto la dicitura di paratesto) riuscì a trasformare questo racconto in un romanzo.

Il secondo. Ormai tutti convinti della potenza di questo scritto, si volle far partecipare Le voci della sera al Premio Strega. Per partecipare allo Strega, però, un libro deve essere pubblicato entro il 10 giugno mentre “Le voci” venne finito di stampare il 22 giugno. Quindi Einaudi cosa fece? Retrodatò l’uscita del libro scrivendo sul colophon “finito di stampare il 30 aprile 1961”.
Peccato però che tutti questi sforzi non bastarono per far vincere alla Ginzburg l’ambito premio letterario, che si aggiudicò tuttavia due anni dopo con Lessico Famigliare (di cui Francesca Sala ha scritto un bellissimo articolo che potete leggere qui).

Natalia Ginzburg

Sara Squillaci

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