Arte

Essere donne (non) è una questione di rabbia

In un’epoca che ritrova il gusto ufficiale del machismo nella presidenza Trump (per fortuna – si spera! – agli sgoccioli), epoca di una donna uccisa mediamente ogni due giorni e in cui ancora è mettere in salvo le figlie e non educare i figli che conta, ho sviluppato una mia beauty routine: ogni volta che sento una notizia spiacevole, inquietante o tutto tondo terribile al telegiornale, mi verso un bicchiere di vino, metto su una bella musica rilassante, mi faccio una maschera al viso e guardo una bella carrellata di quadri che dipingono urlanti femmine indemoniate.

Non credo, tra l’altro, di essere sola in questo mio piccolo rituale: immagini barocche e rinascimentali di Giuditte che decapitano Oloferni, Orfei che vengono fatti a pezzi dalle Menadi e Timoclee che gettano gli stupratori nei pozzi da settimane popolano il mio feed instagram, sono quasi diventate dei meme: ricontestualizzate e corredate di sagaci caption servono in qualche modo a dare voce ad una rabbia comune all’universo femminile di ogni luogo e tempo. La rabbia di non essere al sicuro. L’arte è catartica anche in questo, ed è da sempre un ottimo modo per togliersi qualche sfizio senza finire in galera.

Ma è vero anche che la rabbia, le urla, il volto tirato e mai sorridente sono connotati che le donne si vedono associare ogni qualvolta vogliono giungere a posizioni di potere: la scrittrice americana Rebecca Traister, nel suo libro Good and Mad: the Revolutionary Power of Women’s Anger, sfida i suoi lettori a cercare su Google immagini di donne al potere: non troveranno che cascate di fotografie di donne urlanti e accigliate. “L’atto di una donna che apra la bocca e alzi il volume, spesso per lamentarsi di qualcosa, viene automaticamente registrato nella nostra mente come qualcosa di brutto”, scrive la Traister, ricordando come, infatti, non sia affatto sorprendente che nell’arte occidentale la rabbia delle donne venisse spesso dipinta sotto forma di mostri, Meduse, Sfingi.

Il – bellissimo – libro di Rebecca Traister argomenta come la rabbia delle donne sia stata spesso la scintilla che ha acceso il cambiamento, e ciononostante le donne che esprimono la propria rabbia rischiano di essere etichettate come isteriche, troppo emotive e poco serie – anche quando questa rabbia sarebbe del tutto giustificata. Ora, io non suggerirei di gettare uomini giù per i pozzi, ma sono certa che, quando la giustizia pare così elusiva, immagini belle di donne arrabbiate possono essere catartiche, addirittura ispiratrici. Ciò che segue, dunque, sono alcuni tra i dipinti che, a mio avviso, meglio mostrano tutto il potere e la bellezza della rabbia delle donne.

#1 – Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il suo stupratore – 1659

 Elisabetta Sirani, Timoclea Killing Her Rapist, 1659. Photo via Wikimedia Commons.L’artista italiana di epoca barocca Elisabetta Sirani è stata una paladina delle donne non solo sulla tela. Oltre ad essere una delle poche artiste donne dell’epoca ad essere giunta sino a noi, nonostante la giovane età – morì misteriosamente a 27 anni – aprì un’accademia all’interno della quale insegnò a dipingere a molte pittrici dell’epoca, comprese le sue sorelle più piccole. Timoclea uccide il suo stupratore racconta la fine di una storia descritta nella biografia di Alessandro il Grande a cura di Plutarco: durante l’invasione di Tebe, uno dei capitani di Alessandro violenta la giovane Timoclea e, terminato l’assalto, le intima di mostrargli dove tiene nascosti i suoi soldi. La giovane lo guida dunque attraverso il suo giardino e fino ad un grande pozzo: mentre il capitano ci sbircia dentro, lei lo spinge giù, continuando a gettare poi grosse rocce sul fondo fino a seppellirlo. Questo dipinto è particolarmente affascinante perché sceglie di raccontare la parte della leggenda in cui Timoclea ha il potere, mentre il comandante è indifeso, a mezz’aria e ormai spacciato – nelle rappresentazioni tradizionali, prima della Sirani, il mito sceglieva spesso di rappresentare il momento appena successivo allo stupro, con la giovane a terra, in attesa della sentenza del suo assalitore.

#2 – Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne – ca 1620

Artemisia Gentileschi, Judith Beheading Holofernes, c. 1620. Courtesy of The Uffizi.

Questa lista non sarebbe mai completa senza il quadro della rabbia femminile per eccellenza, la meravigliosa, muscolare Giuditta di Artemisia Gentileschi. Il dipinto è molto simile a quello di Caravaggio, datato 1599, da cui è stato detto la Gentileschi abbia tratto effettivamente ispirazione, ma nella sua resa Giuditta è molto più distaccata, il viso contratto in una smorfia di disgusto più che di determinazione divina. È chiara l’influenza che la vita stessa di Artemisia ha avuto sulla genesi di quest’opera: violentata a 17 anni dal suo maestro, Agostino Tassi, la giovane pittrice riuscì ad ottenere un processo, cosa estremamente rara per l’epoca. Torturata con uno schiacciapollici perché la sua testimonianza fosse accettata come vera, la Gentileschi dovette poi subire l’ulteriore dolore di vedere rimesso in libertà e senza alcuna pena il Tassi, per mezzo di un’intercessione papale. Non le resta, ad Artemisia, che dipingere tutta la rabbia e il disgusto per una giustizia che non fu mai servita.

#3 – Valie Export, Action Pants: Genital Panic – 1969

Aktionshose: Genitalpanik

D’altronde, una donna impara presto che non ha alcun bisogno di impugnare una spada, per risultare minacciosa agli occhi di un uomo: le basta impugnare il proprio corpo. Un’interpretazione molto più estrema e moderna riguardo all’uso del corpo femminile come un’arma è quella che prende forma in Action Pants: Genital Panic, performance di Valie Export. Nel 1968, quest’artista austriaca entrò in un cinema porno di Monaco, imbracciando un mitra e indossando dei pantaloni con il cavallo tagliato che mettevano in mostra i suoi genitali. Camminava tra il pubblico seduto, invitandolo a confrontarsi con una donna in carne ed ossa e non con le figurine di celluloide sullo schermo. Il risultato fu una fuga totale dal cinema. L’anno seguente, nel 1969, l’artista decise di commemorare l’accaduto con una foto: eccola allora ritratta a gambe aperte, con i capelli in disordine come una Gorgone, che imbraccia un’arma, la mitraglietta, che a ben vedere sembra quasi più pietosa di quella, terribile, della scoperta – e rabbiosa! – sessualità femminile.

Marzia Figliolia

 

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