The Cure, il lato oscuro della new wave

The Cure, il lato oscuro della new wave

Nel 1960 venne pubblicato in Inghilterra L’amante di Lady Chatterley di D. H. Lawrence. Stampato nel 1928, era sempre stato esplicitamente vietato. Poi vennero la minigonna di Mary Quant, la legalizzazione dell’omosessualità nel 1967, l’Equal Pay Act e il Sex Discrimination Act nel 1975. Una società che stava cambiando, molto rapidamente. La generazione dei baby boomer stava prendendo il sopravvento, nonostante le “resistenze” di un paese ancora vecchio e reazionario. I nati nel secondo dopoguerra, tra il ’46 ed il ’64, erano i figli di una classe operaia inserita nel processo di ricostruzione ed espansione delle città. Le sterline giravano, i consumi crescevano. In ambito giornalistico e mediatico, si è soliti considerare i boomers come individui cresciuti in un’epoca di grande sviluppo e benessere economico.

LE SUB-CULTURE INGLESI

Tra gli anni ’60 e ’70, infatti, l’Inghilterra è stato il paese che più di ogni altro ha assistito alla nascita di sub-culture underground dall’aspetto più disparato. Spesso legate alla contestazione giovanile, ma non di rado nichiliste, anarchiche o semplicemente violente. Il quartiere operaio, il pub, lo stadio, la discoteca: l’underground inglese della metà degli anni ’70 è un frullatore in continua attività. Di conseguenza, le arti si aprono a nuovi ventagli di possibilità, alla contestazione si affianca la curiosità intellettuale, la voglia di superare barriere, di esplorare strade nuove. Il conflitto generazionale non faceva che soffiare sul fuoco di una rabbia tardo-adolescenziale, figlia del disagio di voler uscire dagli schemi nei quali si era incanalata la vita dei genitori. Il tempo per farlo c’era, il denaro (sempre dei genitori) anche.

LA NUOVA SCENA

Il vento dirompente della scena Garage/Punk americana spazzò via le consolidate abitudini rockettare inglesi. L’onda mossa da Velvet Underground, Stooges e Ramones arrivò ben presto sulla Manica, con le sembianze di Sex Pistols, Clash, Damned e tanti altri. Il 1976 fu l’anno della svolta: i Fast Four (ossia i Ramones, soprannominati così per distinguerli dai Fab Four) suonarono assieme ai The Stranglers come gruppo spalla dei Flamin’ Groovies al Roundhouse di Londra. La sera successiva toccò a Sex Pistols e Clash fare da spalla ai Ramones: la scintilla era diventata un incendio (leggi anche qui). Ma se la struttura musicale dei gruppi punk era più grezza e i testi erano spesso politically uncorrected, la matrice era da ricercare pur sempre nel rock’n’roll. E come spesso succede, un movimento (di qualunque natura esso sia) produce anche la sua antitesi, o il suo superamento.

IL PASSO SUCCESSIVO

I confini sono sempre labili, soprattutto in musica, ma il 1976 fu un anno di particolare fermento. Il punk era arrivato rapidamente al suo apogeo, ed allo stesso tempo si vedevano già i prodromi di quello che sarebbe venuto dopo. “In un articolo del novembre 1976 sul periodico musicale inglese Melody Maker – racconta Wikipedia– in un’intervista a Malcolm McLaren il termine new wave venne utilizzato per descrivere gruppi musicali che, pur non suonando musica punk in senso stretto, avevano forti legami con essa. poche settimane dopo il giornalista musicale Charles Shaar Murray utilizzò il termine descrivendo i Boomtown Rats”. Termine-ombrello, spesso sovrapposto a quello di post-punk, la new wave è una sorta di contenitore. Al suo interno, tutto ciò che, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, provava a prendere strade diverse dal Rock’n’Roll e dal Prog. Nonostante le molte differenze stilistiche, punk, new wave e post-punk condividevano il desiderio di reagire alla musica dei primi anni settanta, che consideravano stereotipata e priva di ispirazione artistica

Il punk delle origini inizia ad avere un’accentuazione pop, il frullatore di cui sopra continua a lavorare. Vi entrano anche la disco music, la musica Mod, l’elettronica. Perché i figli di chi era nato nelle colonie, e dopo la guerra era approdato in Inghilterra, ascoltavano funk, pop, dance latina, reggae. Tutto si mescolò insieme, dando origine al contenitore che inglobò e superò il punk. Come al solito, dagli Usa arrivò la prima ondata. Talking Heads, Mink De Ville, Blondie. Le correnti power pop e 2 tone ska, ad esempio, fecero molti proseliti in Inghilterra: basti pensare agli XTC e ai Police.

LA DARK WAVE

Ma l’Inghilterra ebbe storie diverse, che avrebbero lasciato una duratura impronta nel mondo della musica. La politicizzazione lascia il posto ad una dimensione intima, spesso pessimista, comunque oscura e decadente. Tempi più lenti, tonalità basse, molte più chiavi minori e testi perlopiù malinconici rispetto alla new wave. La dark wave era pur sempre figlia del punk, ma aveva preso una strada propria, autonoma e originale. L’avevano tracciata i Bauhaus, quando il loro primo singolo Bela Lugosi’s Dead invase le discoteche britanniche nell’agosto del 1979. L’avrebbero poi puntellata e arricchita artisti come i Joy Division, i Depeche Mode, The Sister of Mercy, Siouxsie and the Banshees, The Cure.

LA PARABOLA DEI CURE

La parabola artistica originaria del gruppo del folle, rissoso, geniale e introverso Robert Smith è forse la più rappresentativa della new wave. Perché il primo lavoro del ’79, Three Imaginary Boys, contiene sia l’influenza punk che i prodromi dell’art-rock successivo. C’è l’influenza del Duca Bianco (onnipresente in tutta la new-wave, e ci mancherebbe altro), c’è Jimi Hendrix riletto in chiave punk, ci sono il non-sense e il minimalismo introspettivo che sarebbe esploso successivamente. Il singolo Boys don’t cry (ascolta qui) è quasi un’anticipazione del pop che verrà in futuro, mentre i successivi album Seventeen Seconds e Faith rappresentano un approdo maturo alla fase gotica. Due dischi dai quali tutto il sottobosco gothic-rock che verrà poi, trarrà profonda ispirazione, fino agli Emo dei giorni nostri.

Ma è il quarto album, o il terzo della trilogia gotica, a consacrare i Cure come maestri del genere ed eredi dei compianti Joy Division. Pornography (ascolta qui) esce nel 1982: cupo e pessimista, intriso di rabbia e disperazione. Un verso dice: “Non importa se moriamo tutti”. «Ed era esattamente quello che pensavamo a quel tempo – disse Robert – il nichilismo aveva preso il sopravvento». Poi sarebbe arrivata la “svolta” pop, con dischi meno introspettivi e più orecchiabili (ma non per questo di minor valore), di pari passo con il percorso che il movimento new wave stava compiendo.

IL DECLINO

Il termine new wave cadde infatti in disuso nel Regno Unito nei primi anni ottanta perché considerato troppo generico. La fine del movimento è forse rintracciabile attorno alla metà degli anni ’80, quando il largo utilizzo di sintetizzatori uniformò il suono dei gruppi new wave a quello del mainstream rock. Se la nascita di MTV nel 1981 aveva portato al picco di successo della new wave, grazie soprattutto alla “moda” dei video musicali inaugurata dai Queen nel ’75, fu la stessa Mtv a dichiararla “morta” svoltando con decisione verso i gruppi hair-metal in stile Motley Crue, Europe, Bon Jovi, o verso il synth-pop di Soft Cell, a-Ha, New Order e Pet Shop Boys. Il grunge avrebbe rimesso le cose a posto.

Gennaro Acunzo

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