100 anni di Gianni Rodari e non è ancora abbastanza

100 anni di Gianni Rodari e non è ancora abbastanza

Nasceva 100 anni fa, il 23 ottobre 1920, Gianni Rodari e chissà cosa avrebbe da dire sull’Italia di oggi. A lui l’attualità interessava molto, prima che scrittore era un maestro, infatti. Non è un caso se la sua opera più conosciuta e letta sia proprio “La grammatica della fantasia”, che già nel titolo conserva quell’intento educativo da sempre sotteso alla scrittura di Gianni.

Lo scrittore era convinto che la lingua potesse diventare strumento per molti e diversi fini. Uno, per esempio, era quello di unificare un Paese che ancora aveva molta strada da fare per riconoscersi allo specchio come un unicum politico. Alle sue classi elementari, Gianni Rodari insegnava una lingua uguale per tutti, capace di rivoluzionare quel modo frammentato di vedere l’Italia che era nei fatti e sulla carta ormai superato. Nelle sue filastrocche ci sono gli oggetti di tutti i giorni, quelli che i bambini dovevano imparare a chiamare nello stesso modo, e le città, tante e tutte diverse, che formavano il Bel Paese.

Non solo, nelle filastrocche di Rodari, come peraltro insegna anche la sua grammatica, c’era l’importante nozione che la lingua, per renderci liberi, deve essere regolata. Senza regole diventa un marasma privo di senso, una Babele di suoni dove tutti urliamo e nessuno si capisce. Con la lingua, spiega Rodari, si può giocare quanto si vuole, si può persino essere ribelli, a patto però di conoscerne le regole. Come qualsiasi gioco, d’altra parte, che si basa su una convenzione comunemente accettata da tutti i giocatori: quando si gioca a nascondino, chi conta deve tenere gli occhi chiusi. Altrimenti non ha nemmeno senso giocare.

Imparare diventa quindi il primo passo per usare liberamente la lingua e scatenare la propria fantasia, ma anche, simbolicamente, per liberare se stessi dalla prigione in cui l’incapacità di comprendere ci chiude. Imparare, diceva spesso il maestro, è vivere.

A cent’anni dalla sua nascita abbiamo innumerevoli occasioni e modi per festeggiarlo. Andrà in onda, alle ore 21.10 di sabato 24 ottobre, in primissima visione, sul canale 135 di Sky, il film documentario a lui dedicato “Rodari 2.0 – Spazio alla parola”, diretto da Valeria Parisi e scritto da Roberta Condisco. Film che tra l’altro sarà proiettato al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano durante BookCity 2020, il 15 novembre. Non a caso in questo luogo, reame dell’inventiva umana e delle scoperte: la lingua per Rodari era proprio questo. Le parole, infatti, sono capaci di compiere metamorfosi, trasformare la realtà: un singolo termine ha il potere calamitico di attirare a sé un numero altissimo di significati. Se non è questa un’invenzione geniale…

Per chi non sia di Milano o non possa vedere il docufilm, niente paura: Einaudi ha da poco pubblicato “Sepolti vivi”, la graphic novel di Silvia Rocchi, ovvero il racconto di quei trecento operai che nel 1952 resistettero asserragliati al buio per oltre un mese per scongiurare il licenziamento, nelle viscere della più grande miniera di zolfo d’Europa, a Cabernardi, in provincia di Ancona. Una storia che ai tempi fu raccontata da un grande giornalista. “Il giornalista capace di far sprigionare la vicenda umana racchiusa in quel drammatico conflitto per la difesa del lavoro preannuncia nel suo resoconto di cronaca la sensibilità di un grande scrittore.” afferma Gad Lerner a proposito. Indovinate un po’ di chi stiamo parlando. Si chiama Gianni Rodari.

Insomma, di modi per festeggiarlo e ricordarlo ne avremo, ma forse quello che lui più di ogni altro avrebbe desiderato da noi è l’unico sul quale siamo molto carenti di questi tempi: la difesa e il rispetto dell’istruzione dei più giovani. Perché se impoveriamo la scuola, insegna Rodari, impoveriamo la nostra stessa libertà.

“C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.

Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.

Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.

Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.”

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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