L’ultima nave per una nuova Tangeri: che senso ha aspettare?

L’ultima nave per una nuova Tangeri: che senso ha aspettare?

A causa della situazione pandemica le persone si stanno abituando sempre più ad acquistare libri online. L’odore della carta, il colore della copertina e aggiungiamo anche il volume del testo, smettono di essere elementi essenziali per scegliere e comprare un nuovo romanzo. Ebbene sì, lo confesso, anche io sono caduta in questa nuova abitudine dalle quale mi risollevo ogni volta che mi capita di passare davanti alle solite librerie accanto all’università dove (per ora) continuo a recarmi periodicamente. Una copertina blu spicca su tutte le altre, un meraviglioso quadro di Jamiel Law è stato scelto per presentare il nuovo romanzo di Kevin Barry, L’ultima nave per Tangeri, lo prendo.

Senza nessun pregiudizio, durante il tragitto verso casa, osservo il libro che ho tra le mani, è meraviglioso: due uomini con un’imponente statura voltano le spalle ai nostri sguardi di lettori indiscreti, pronti a mettere il naso tra le mille sfumature delle loro vite. Chi sono quei due personaggi? Cosa stanno guardando? All’orizzonte si intravede una nave.

Chi è Kevin Barry?

Kevin Barry

Kevin Barry è uno scrittore irlandese nato a Limerick nel 1969. Il sogno di Barry era quello di diventare “il più grande scrittore ebraico della proprio generazione”, sicuramente un personaggio eccentrico e particolarmente estroso come d’altronde risultano quasi tutti gli artisti. La ricerca di una voce narrante della quale nutrirsi e vivere era una delle richieste che il mercato editoriale lo invitava a soddisfare ma Barry ha sempre schivato ogni tipo di linee guida. Ecco che decise allora di dedicare il suo tempo “semplicemente allo scrivere” cercando di entrare quanto più possibile in empatia con i propri lettori che vengono catapultati e trasportati da un flusso di humour, pur sempre irlandese, tra le vie e i pub d’Irlanda.

Kevin Barry esordisce nel 2007 con la raccolta di racconti There are Little Kingdoms alla quale fecero seguito altre raccolte e due romanzi fino alla pubblicazione de L’ultima nave per Tangeri edita da Fazi Editore nel mese di ottobre 2020 con traduzione di Giacomo Cuva.

Attese e porti di mare

Al porto di Algeciras, ottobre 2018.

Charlie Redmond e Maurice Hearne sono lì che aspettano. Trascorrono il tempo chiacchierando di tutto un po’ e alternando intercalari scurrili, probabilmente provenienti dal loro losco passato a riflessioni da “filosofi da bar”, pur sempre stimolanti per le orecchie di un lettore che ne sa trarre del buono. All’inizio de L’ultima nave per Tangeri i due protagonisti potrebbero sembrare due figure inette, due uomini che nella loro vita non hanno fatto nulla se non aspettare. Tuttavia, già dopo qualche pagina, Barry inserisce noi lettori a pieno titolo nei racconti del passato dei due personaggi. È un passato da commercianti di droga, traffico all’ingrosso che hanno sperperato e perso tutto il loro denaro a causa di investimenti sbagliati e poco senso di responsabilità.

Chiacchierano e aspettano.

Barca in mare

Sul traghetto da o per Tangeri potrebbe esserci, o almeno lo sperano, la figlia di Maurice, Dilly, partita ormai da qualche anno, dopo la morte della madre, alla volta di un sogno di libertà. Una boccata d’aria fresca dopo aver trascorso l’infanzia in un ambiente alquanto viziato. O meglio

«Voleva andare in un posto che non conoscesse il significato del suo dolore. Voleva viaggiare fino alle parti più remote di sé e vedere che cosa avrebbe potuto trovare laggiù».

Ascoltando i discorsi sconclusionati di Maurice e Charlie noi lettori veniamo a conoscenza della passata rivalità tra i due a causa di una donna, la madre di Dilly, ovvero Cynthia. Nonostante questo, l’amicizia, la loro amicizia e il loro legame erano sempre rimasti piuttosto stabili e ancora adesso, nel porto di Tangeri, indissolubili.

Coincidenze o punti di vista

Forte ed impellente è la tentazione di paragonare L’ultima nave per Tangeri alla commedia teatrale di Samuel Beckett Aspettando Godot. Vladimir ed Estragone, indimenticabili protagonisti dell’opera teatrale sono anche loro una coppia, entrambi in attesa di qualcosa che non si sa né se né quando farà la sua comparsa sulla scena. E anche loro chiacchierano, aspettano, uniti da uno stretto legame.

Ogni persona alla quale si chieda qualcosa su Aspettando Godot sarebbe in grado di incasellare l’opera con l’etichetta di teatro dell’assurdo, caratterizzata in particolare dall’assenza reale del protagonista, ovvero Godot, per l’appunto. Ma quello che personalmente mi domando è cosa ci sia di assurdo in un’opera tanto reale come quella citata. A tutti sarà capitato di aspettare qualcuno o qualcosa che alla fine non si è palesato: un amante, un treno, un amico. Nel mirino di Beckett c’è senza dubbio l’Uomo al di là di ogni connotazione.

Aspettando Godot è una tragicommedia costruita esattamente come L’ultima nave per Tangeri sulla dimensione dell’attesa. Fine. Quasi nessun critico però si è mai accontentato di questa spiegazione tanto semplice e forse banalizzante e sono state avanzate interpretazioni alla ricerca di uno sfondo simbolico. Quello che personalmente penso sia nel caso di Beckett sia nel caso di Barry è che l’Attesa messa in scena rappresenti tutte le attese possibili, qui sta la genialità.

E noi lettori attendiamo con loro

L’analisi compiuta da Annamaria Cascietta nel suo studio sulla drammaturgia di Beckett ruota attorno alla tematica dell’attesa.

Quel che si deve fare è ‘passer le temps’: l’espressione, ripetuta più volte, assume il rilievo di una chiave: passare il tempo, ma anche protendersi oltre il tempo“.

Ma cosa vuol dire veramente attendere? L’attesa è un arco di tempo sospeso tra presente e futuro, uno spazio nel quale si affollano emozioni, progetti, tumulti. A me personalmente piace pensare al tempo dell’attesa come un laboratorio creativo, quel laboratorio in cui fondamentalmente Barry lavora alla costruzione della sua opera d’arte. L’atto di attendere rende di per sé significativo il tempo.

Il contrario dell’attesa è il vivere “tutto e subito”, pronto e immediato. Penso che Barry, con L’ultima nave per Tangeri, voglia riproporci il piacere e la bellezza dell’attendere, in un mondo come quello di oggi dove la velocità della tecnologia fa sì che si viva in realtà un eterno presente.

Un’incomunicabilità generazionale

muro dell'incomunicabilitàL’atmosfera de L’ultima nave per Tangeri non è sicuramente frizzante né particolarmente incalzante. Il romanzo è scritto come se fosse un’opera teatrale, carico di flashback e di salti temporali tra un presente statico ed un passato anche fin troppo tumultuoso. L’opera di Barry rimane comunque estremamente reale e realistica, quasi addirittura crudele. In gioco c’è sicuramente la tematica dello scontro tra due generazioni profondamente diverse, le quali pur cercandosi si respingono consapevolmente.

Non vi dirò se alla fine Dilly si troverà o meno faccia a faccia con il padre o se la nave per Tangeri si rivelerà essere una nuova opportunità di vita da cogliere al volo per i nostri due sfortunati protagonisti.  Mi sento però di avvertire voi altri lettori che sicuramente in L’ultima nave per Tangeri si respira tutta l’aria di disperazione di chi, alla fine di tutto, non ce l’ha fatta, ha fallito.

E’ il problema delle famiglie, troppo presenti o troppo assenti”.

La tematica dell’attesa, dell’aspettare con tenacia senza alcuna garanzia che ciò che si cerca arrivi effettivamente, si perde sicuramente nella notte dei tempi. Un esempio tra tutti è quello di Penelope, moglie di Ulisse, che aspetta il marito per anni rimanendogli fedele e conservando accesa dentro sé la fiamma della speranza che un giorno egli possa fare ritorno a casa. Cliccate qui se siete interessati ad approfondire il ruolo della figura di Odisseo sul quale ha scritto un articolo Penelope Volpi.

Valentina Sprega

Valentina Sprega

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