TRA MORTE E CIBO: KITCHEN DI B.YOSHIMOTO

TRA MORTE E CIBO: KITCHEN DI B.YOSHIMOTO

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.

Ho una personale venerazione per la Yoshimoto e attendo che ripaghi il debito nei riguardi di tutte le lacrime che negli anni ho perso a causa della sua delicata ed onirica scrittura; sempre in bilico tra la realtà e la visione immaginifica, tra la purezza di chi è ancora giovane e la devastazione bruta e cattiva di una vita agitata e mai silenziosa. 

Kitchen è il primo romanzo di Banana Yoshimoto, l’Italia ha il merito d’aver captato la forza emotiva (e commerciale) dell’opera e tradurla per prima, di fatto ha permesso al romanzo di circolare all’interno della cultura europea e occidentale. 

Edito in Italia per Feltrinelli nel 1991, racconta con struggente malinconia e debita forza motrice la storia di Mikage, ragazza sola al mondo che a seguito dell’ennesimo abbandono – rappresentato dalla morte della nonna, unica superstite di una famiglia destinata a morire lasciando dietro di sé le lacrime di una giovane donna provata e disillusa – smette di mangiare rifugiandosi però in cucina (unico punto della casa a non farla soffrire). 

La solitudine in cui è costretta le fa male, lo spazio dentro casa e dentro il suo gracile corpo è vuoto e tremendamente e paurosamente silenzioso, silenzioso e angosciante. 

È grazie all’amicizia con Yūichi, suo compagno di scuola, che Mikage ritrova sé stessa e il piacere della condivisione, delle relazioni che abbracciano ogni parte del corpo e dei sentimenti.

Ospitata a casa di Yūichi e quella che è diventata la sua madre adottiva – una donna transessuale, capace di soffrire con dignità per ciò che più che una scelta è l’intima natura di ogni individuo – ritrova non solo il piacere di cucinare ma anche di mangiare. 

La cucina è il fulcro del romanzo ma non la protagonista, il cibo per Mikage è passione e qui rappresenta non solo la risorsa basilare della vita ma soprattutto il motore reagente di connessioni umane e di consapevolezza individuale.

L’opera letterariamente triste e sensibile tratta i temi della solitudine, del rapporto col cibo (arte e sostentamento), della transessualità e della morte, con estrema capacità di calibrare le emozioni e di rendere fruibile la difficile esistenza dei suoi personaggi cresciuti da esperienze non straordinarie ma ordinariamente nubilose. Ogni singola sillaba e virgola è impregnata di sogno e di poesia, ciò sa rendere dolce l’infelicità e l’angoscia che naturali addensano l’opera e l’anima del lettore.

Francesca Sala

Laureata in lettere. Lettrice per tutti, scrittrice per gli amici. Teatrante e musicista dilettante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *