‘Con amore, Vita’ – Stanze di città e altri viaggi di Valentina Colonna

‘Con amore, Vita’ – Stanze di città e altri viaggi di Valentina Colonna

La poesia è un oggetto complesso perché il suo funzionamento e la sua fruizione avvengono sulla base delle connessioni. In questo senso, è difficile che un singolo testo poetico possa bastare a sé stesso o che, almeno, possa considerarsi davvero autoconclusivo.
Per quanto siamo abituati fin dalla scuola a considerare ‘la poesia’ nella sua materialità di testo a sé stante – sperabilmente breve – da dissezionare e analizzare, un testo al di fuori del suo libro (della sua raccolta) risulterà necessariamente monco nel suo messaggio e privo di prospettiva nei suoi strumenti tecnici. Un unicum, cioè, di discreto interesse nel migliore dei casi, a cui è stato estorto il grosso della sua capacità di significare: il rapporto, qui davvero necessario, con gli altri testi del suo libro.

Copyright: Dirk Skiba

Nell’occasione di mettermi finalmente a leggere l’ultimo libro di Valentina Colonna, mi sono trovato di fronte proprio a questo: l’identità non scindibile del macrotesto, l’amalgama non più separabile tra sezioni e testi, tutti privi di titolo perché tutti in realtà facenti parte di un flusso che non ha inizio né fine ma è sempre continuamente sé stesso, nella revisione perenne dei concetti.

Valentina Colonna ha un curriculum personale e poetico ai vertici (qui il suo sito per saperne qualcosa di più) e non potevo aspettarmi una cura minore del testo da un’autrice che, peraltro, è anche compositrice di musica. Sezione per sezione cercherò di seguire il suo moto, come si trattasse di un romanzo in versi per cui ogni parte è imprescindibile.
Tra i tanti viaggi della sua raccolta, iniziamo il nostro.

 

FINESTRE, QUASI TUTTO /

[…] Lo svestirsi delle case è un riempirsi d’aria,
stagione di visioni prima di spegnere la radio.

Si ritorna più viventi nei vani di gioia.

‘Stanze di città e altri viaggi’ è la terza raccolta di Valentina Colonna, poeta, ricercatrice accademica e musicista, e la seconda con l’editore Nino Aragno che, ancora una volta, ha realizzato un oggetto materialmente prezioso, straordinario nel suo essere un prodotto o una merce rivolto alle coscienze.

AmoreLa prima sezione, ‘Finestre, quasi tutto’, è un tessuto cangiante di memoria che riaffiora incontrollata (proustianamente quasi) in un presente non proprio fisico, non proprio reale ma al limite dell’immaginario. Se tutta la poesia è evocazione e rappresentazione, il presente di cui qui si legge ha una consistenza labile, solo parzialmente definito e dai contorno fumosi.
È tutto un incredibile effetto di stile e sensibilità: mi ricorda tanto la luce incandescente del sole d’agosto sui muri bianchissimi di questo sud che in vario modo io e Colonna abbiamo in comune: solo le cose esatte, compiute, latinamente perfette, si stagliano sulle pareti ‘dei muri | bianchi, della luce nei soffitti a cielo aperto | con gli odori, che diffondono di pranzo’.
Avete mai visto il colore profondissimo delle bouganville a mezzogiorno a Ostuni? Uno di quei ‘paesi bianchi appesi alla collina […]’…

Ma cosa c’è di più nebuloso della memoria o del desiderio, di un ricordo che non trova il suo doppio in un presente veramente vissuto? Si guarda allora dalle finestre come in certi comparti della mente o della coscienza. Ancora una volta, leggendo, e di certo in una sovrapposizione indebita, ricordo la mia infanzia passata nella campagna pugliese: l’attesa del temporale che nei paesi vicini già crollava (‘Il temporale quando arriva piano | si annuncia da lontano nei paesi a fianco | con la tromba nera del cappello.’), il rito dell’irrigazione dell’orto e dei fiori, la terra che profuma di pioggia, l’autunno che cambia davvero i colori. Sapendo, sperando che tutto sarebbe tornato voltato l’angolo dell’anno.

Ogni memoria porta il suo velo bianco di malinconia perché anche la felicità avuta (‘La felicità cammina per strada | con una bici scrostata e un vestito | azzurro.’) è sempre felicità di un altro tempo: leggere questa sezione mi ha dato la sensazione di scorrere sullo spartito di un’antica evocazione, un’esecuzione pianistica che in sé è sempre unica e che la ripetizione può soltanto approssimare.

Ma la verità è che quella dell’io è o è stata felicità vera e in questi primi testi accade un piccolo miracolo: la gioia e il bene sono stati conservati e protetti dal tempo, non pianti ma ricordati nelle forme più vicine al vero. Proprio all’avvio del suo libro Colonna non squaderna solo la sua bravura come poeta (che è sottilissima ed esaltante) ma anche la sua onestà come intellettuale, il suo valore come essere umano. Come gli esseri umani dovrebbero, infatti, anche la poesia ha il compito di proteggere ciò che è debole.

VISIONI DALLA NEBBIA O DALLE NUVOLE BASSE /

[…] Noi due
in casa che rientriamo e questa stanza
così piena, così allegra che mi annienta.
Mi spaventa. Forse il niente che mi prefiguravo
– anche lui – andandosene dilegua in profondità.
Oltre, là… dove oltre in terra non c’è…

L’esergo di Caproni è solo l’avvio di una sezione che rimanda di continuo, e sotterraneamente, al Caproni de ‘Il terzo libro e altre cose’. La ricorrenza continua di parole-chiave come nebbia, latte, il rimando alle carrozze (ma non dei tram) e le atmosfere in generale sono un tributo, quasi fuoriuscito per memoria poetica, al grande poeta livornese.

Si distende qui l’aria eterea e onirica della prima sezione, che anzi acuisce la perdita di riferimenti topografici. L’io sembra parlare come in spirito, come in voce disancorata dalla carne (o precedente a essa), a cercare il suo pendant negli elementi naturali, declinati in assenza di luce, in acqua, vento, neve, pioggia, nebbia, nuvole. Su tutto, piove il silenzio dell’assenza umana (‘il silenzio che è tutto | ciò che ancora di vivo abbiamo’), un fruscio di piante e animali selvatici.

In questo lo spirito-io si muove viaggiando, ponendo cioè tra sé e le cose distanza o separazione, in un distacco quasi necessario per lo statuto che slega le cose materiali dalle “pure coscienze”. Tutto il paesaggio è quindi correlato da un sentimento di distanziamento, attraverso il buio dei cieli aperti o le promesse di tempesta dalle nuvole basse. Nonostante l’ombra però risulta quasi necessario un qualche rapporto tra il paesaggio stesso e la voce-io: in essa un desiderio di trasformazione e cioè incarnazione, una fusione dal sapore panico che rimanda all’intimità dello scontro tra io e natura di Andrea Zanzotto (Dietro il paesaggio o La beltà basterebbero ad esemplificare).

Ma l’io che si fa pianta non fa che riprenderne in metafora i tratti più connotanti: non foglia ma pelle diventa il suo contorno e con l’umanità sopraggiunge anche la forza e il desiderio più fondante: l’amore.
Vissuto all’inizio come ‘angoscia nella felicità nera’, inatteso, impensato, persino immeritato tanto lungo è stato il tempo della ‘nullità’. Ma se il viaggio è sempre stato moto e separazione, negazione di stanziarsi, di abitare, appartenere, ora l’amore è potenza ordinatrice, capace di ridefinire i confini del mondo in un andare che non è più fuga, ma costruzione di una meta.

Compare il sole finalmente nei versi (‘Nel vaso di fiori per il mio onomastico le orchidee | si macchiano e il sole annida nelle rose intatte’) e l’aria si fa ‘ossigeno’, cioè chimica necessaria a una vita biologia, reale: riprende il viaggio della memoria che legge a ritroso e ricodifica ‘questi anni passati ad aspettarci’.
Amore delicatamente anelato, vissuto ai bordi di boschi e fiumi sotto gli occhi di creature che scrutano dall’alto. Forza ordinatrice ma labile che sembra evaporare negli ultimi due testi come la bruma di settembre che l’aveva originata: ‘[…] Ma, mio amore, | non hai nome se non ritorno – ricordo? – e viaggio | di sospiri trattenuti, sguardi evitati per paura di perire’.

STANZE DELLA LONTANANZA /

[…] A ripensarla, la vita, ti avrei tenuto
ininterrottamente la mano sotto le viole
senza guardare le lontananze,
col peso di una colpa remota.
Il peso nero della perdita tutta.

Nonostante il passaggio di sezione, il romanzo di Colonna continua a fluire sui suoi temi (sintomatico il ritorno di Caproni in esergo). Così, l’amore che sembrava concluso qui appare effettivamente estinto (‘I grandi amori, infelici. Non reggono | il non finire o soltanto esistere’): l’indagine sul sé si apre con grande minuziosità, come se l’io anatomizzasse il dolore a beneficio della propria coscienza, realizzando di fatto l’equazione per cui scrivere significa conoscere. Subito il ricordo del gesto minimo nella quotidianità dell’amore, la nebbia interiore per questa “morte”, il silenzio o lo spazio vuoto pieno di un ronzio ineliminabile (‘Il rumore di fondo mi attraversa e mi sconfigge. | Non resta più alcuno spazio vuoto.’).

La lontananza d’amore è solo il punto di avvio per distanze diverse e ben più grandi che, in questa sezione centrale, giungono a connotare il libro nella sua identità: il viaggio, come già suggerito, è sempre separazione, un vuoto tra un pieno e un altro (sperabilmente) pieno. La vita all’interno di questo segmento assume la forma dell’onda, dell’oscillazione che, muovendo prova a riempire.
Le stanze sono i vani della nomenclatura tecnica, cioè i vuoti che possono/devono essere occupati per significare e diventare abitazione. L’amore, che solo parzialmente è quello per l’amante, si riflette sugli amici e sule figure genitoriali, rimarcando il distacco ma ancora il potere di riempire, di fare e dire a fronte di una vita annebbiata in ottusa ciclicità (‘Il vuoto ogni anno, lo sfinimento dei passi nella pioggia | dei baci non dati negli aloni di nebbia dalle bocche. | […] Ma se affondo e mi innamoro | per un momento trovo la spinta esatta a non cadere e amo […]’).

Una possibilità di speranza che prova a stagliarsi sull’orma di un dolore antico, la morsa della mancanza che non molla mai la presa, nei troppi “cosa sarebbe stato se”, di un amore come forza negata per disattenzione o destino, nella rassegnazione (nei treni che di continuo bisogna prendere quando il tuo luogo non c’è o non è uno).
L’io ci dice che bisognerebbe amare ‘senza guardare le lontananze’, puntellandosi sul pieno che c’è e non sul vuoto che potrebbe esserci. Tuttavia, la considerazione amara che viene dal fondo della sezione è che il dolore talvolta è il miglior maestro e (ri)nascere significa attraversarlo, lasciar andare anche il meglio di sé e ritrovarlo dopo un lunghissimo cammino.

STANZE DI SALENTO, TERRA MIA E NON MIA /

[…] I fiori d’aria tra cachi e melograni senza frutti
io amo riconoscerli passando
piano – piano – da lontano.

Mi sorprende qui una volta di più la sapienza con cui Colonna riesce a costruire pezzo per pezzo un’immagine, con deliberata lentezza e precisione, col fine di offrire un mosaico o un affresco. Questa breve sezione mi colpisce specialmente, e di nuovo, per le mie origini pugliesi, ma credo che renda prontamente la forma di un luogo anche per chi il Salento non lo ha mai visitato.

Si susseguono infatti delicati idilli fatti di ulivi, terre, pianura, mare, insetti impastati nella calce bianca delle chianche. Ma l’assenza che in-forma questi dolcissimi quadretti è di nuovo fatto di Tempo e Amore. Un tempo ‘lento di secoli’ che esiste da sempre e per sempre, ma scorre a una velocità diversa che determina un’esteriorità precisa dei luoghi: la rugosità degli ulivi, il calore dell’afa punteggiata di cicale.
In tutto, l’amore e ‘la processione degli amanti’ dispersi o nascosti tra rocce e coste, come fosse questo il luogo migliore per fare dell’amore quella forza portentosa capace di significare davvero la vita.

Ma tempo e amore in questo romanzo in versi si fondono sempre nel ricordo della cosa perduta, in una terra così distanziata dagli anni che l’io dice: ‘Non ho | appartenenza. L’allegra sofferenza di abitare ovunque’. Quando il tempo era una stagione della coscienza e quando le stagioni forgiavano la consistenza dei luoghi, guidati dalle mani sicure degli antenati. Chi, come me, ha passato l’infanzia tra le campagne lontane dalle città, tra frutteti e pinete, ricorderà sé stesso nel tempo immobile di questi versi: ‘[…] La mia stanza | non aveva nome era il maturare svelto delle prugne | tra i vuoti della scala e la paura di cadere, gioia di staccare. | Mani forti degli anziani a reggermi – porte aperte di casa.’

STANZE DI CITTÀ E ALTRI VIAGGI /

[…] Trattenere tutto è la promessa e prego
di rivederli. Ripeto “Tornate!”
prima della partenza, dell’evasione. Come a
immobilizzarlo, il vento si cattura nel barattolo, si posa
sul tavolo a illudersi ancora di sentirlo odorare.
[…]
Questa è la mia stanza, che non ferma e ti risuona.

Forse la sezione più complessa, nella misura in cui i temi cardine della raccolta arrivano a compimento e cercano una composizione. L’avvio conduce una riflessione sulla precarietà direi biologica della vita, tracciando il ricordo di attentati e stragi del recente passato, dimostrando impietosamente del disprezzo dell’uomo verso l’esistenza.

La vita appare allora come una fragilità, una cosa che esiste per caso o per fortuna (‘Siamo salvi | per miracolo’) e che possiamo tenere insieme aggrappandoci alle nostre speranze di amore e felicità (‘sopravviviamo di felicità’). Quasi sintomaticamente, dunque, si moltiplicano le invocazioni divine, come di disperazione (‘amaci tutti’; ‘accoglici tutti’ si dice in due testi vicini), che tanto possono avere di una religiosità “canonica” quanto piuttosto di un richiamo panteistico o immanente (la Madre si alterna al Signore), come a cercare la ragione del male e del bene in uno Spirito che regge i destini (‘Come fai, Signore, a tenere tutti i destini’?).
Nulla di consolatorio, comunque: anche il potere di una felicità terrena è comparato al massimo a una tregua (‘qua è solo una tregua’, parafrasando la Anedda di Notti di pace occidentale): essere felici corrisponde a essere in quiete ma lo sconvolgimento non finisce mai, appare come codificato nella sorgente della terra.

Dopo la generalità del destino umano, l’io torna su di sé, in un desiderio di salvezza che è ripiegamento “uterino” alla Madre, in uno scampare alla morte che corrisponde a rinunciare alla vita (‘ritorno | al varco della Madre – suono di pura salvezza.’).
Riprendono, cioè, dopo la tregua e le quieti, i viaggi sempre più pieni di stanchezza, sempre più motivo di separazione forzata o fuga nel tema onnipresente del treno che divide (‘mentre sparirci ci costa | anni lunghi di viaggi mai arrivati’), negli spazi di città conosciute e amate come Torino o Barcellona, ma subito ridotte ai loro vuoti che si allargano a dismisura causando la dispersione dell’io e di ogni tu (‘andarsene di spalle nel buio | in un parco vuoto che porta il mio nome. | […] Mi giro e ti chiamo. | E sei già dileguato’).

Il viaggio, da occasione di crescita, arriva in questi testi a uno stato di consunzione, di esasperazione e la vita, già di per sé prostrata da fatiche e promesse disattese dal destino è svuotata e senza forze, è incapace di decorare pareti e dare forma agli spazi mai toccati.
Viaggi come corse disperate, città che non accolgono più, mete ormai perse di vista. Anche lo stimolo di infinite strade aperte (‘amore stasera aveva più nomi’) si scontra contro uno spirito esausto e il veto posto dai “ma” (‘Ma | […] il vuoto è piombato delle parole, del sole’). Nulla si può raggiungere perché ‘l’attesa di tutto – ancora l’assenza. | Un domani che si perde nella stanza’).

Il libro, questo libro, così incredibilmente denso si chiude con un unico verso che campeggia solitario sulla pagina bianca, come soglia raggiunta e nuovo punto di partenza.
Occorrerebbe forse smettere di correre una buona volta, oppressi da una forza centripeta che crediamo connaturata alla nostra stessa esistenza. Non più tragitti ma appartenenze, non più stanze ma casa. E come per certi sogni bisogna svegliarsi, così per vivere davvero bisogna lasciar andare ciò che è perduto, per fare della felicità una quiete aperta:

/poi mi sono svegliata per non morire/

Massimo Del Prete

In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.

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