The Social Dilemma: scacco matto all’umanità

The Social Dilemma: scacco matto all’umanità

Viviamo in un mondo in cui un albero, da un punto di vista finanziario, vale più da morto che da vivo, in cui una balena vale più da morta che da viva. Finché la nostra economia funzionerà così e le aziende non saranno normate, continueranno a distruggere alberi, a uccidere balene, a trivellare la terra e continueranno a estrarre petrolio anche se sappiamo che questo sta uccidendo il pianeta e che lasceremo un mondo peggiore alle generazioni future. Questo è un ragionamento a breve termine basato sulla religione dei profitti a ogni costo…Tutto questo ha avuto ripercussioni sull’ambiente e la cosa spaventosa è che ora siamo noi quell’albero, quella balena. Per queste aziende siamo più redditizi se passiamo tutto il tempo a fissare uno schermo, una pubblicità invece che vivere la nostra vita appieno.

The Social Dilemma è il nuovo documentario disponibile ormai da qualche settimana su Netflix.

Un gruppo di “addetti ai lavori” ci racconta il lato oscuro che li ha portati a abdicare al prestigioso ruolo che ricoprivano in grandi aziende tecnologiche quali Google, YouTube, Facebook, Instagram e Pinterest. Cosa li ha spinti alla rinuncia? L’amore per l’umanità e per la democrazia, per la libertà personale e decisionale.

Il documentario di Jeff Orlowski, a prescindere dal fatto che lo si trovi avvincente piuttosto che retorico,  punta con violenza un faro su uno dei problemi più urgenti che la nostra società si trova ad affrontare e rispetto al quale noi giovani siamo allo stesso tempo le vittime e i potenziali risolutori. Sono nostri i sensi che – in molti casi – i social network tentano di educare, nostri sono i gusti che cercano di conquistare, nostre le coscienze che ambiscono a plagiare.

Viviamo in un mondo in cui la tecnologia regna sovrana. Questo è risaputo e senza dubbio ha un che di affascinante. Basta un “clic” perché io possa ordinare dalla comoda poltrona in salotto il sushi di quel nuovo ristorante che non vedo l’ora di assaggiare; una video-chiamata perché io possa chiacchierare con la mia migliore amica che, purtroppo per me, adesso studia a Londra; una transazione online perché io possa prenotare il treno col quale viaggerò da Milano a Roma. Ma internet ci consente molto di più…Pensiamo a questo momento di pandemia, cosa sarebbe successo se le scuole e le università non avessero potuto avvalersi delle piattaforme online per tenersi in contatto con la densissima popolazione di studenti il cui percorso didattico e educativo risultava minato dallo stallo generale?

“Nulla che sia grande entra nella vita dei mortali senza una maledizione”

Sofocle

Ma allora di cosa parliamo? Perché mai dovremmo pensare che internet, con i suoi prodigi, possa destare nella civiltà del ventunesimo secolo timori e sospetti? Siamo uomini moderni, cavalchiamo l’onda della massima civilizzazione, viviamo in un mondo in cui ormai “tutto è possibile” e, se questa affermazione è vera, in grandissima parte è proprio grazie alla rete e agli strumenti digitali. Ecco il punto della questione: siamo noi a utilizzare strumenti o siamo noi gli strumenti utilizzati? E’ una domanda cruciale che ci porta a osservare che oggi si è compiuto un processo silenzioso al termine di cui ci riscopriamo non poi così deliberatamente padroni di noi stessi, artefici delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. Siamo impercettibilmente condizionati da quel mondo virtuale, tumultuoso e torbido al quale abbiamo indiscriminatamente accesso grazie a portali-schermo che vivono fra le nostre tasche e le nostre mani.

Quanti di noi, appena dopo la sveglia, vanno su Instagram e fanno scorrere col dito le storie e i post che nel corso della notte si sono accumulati sulla homepage, piuttosto che aprire l’app del Corriere, di Repubblica o de Il Post alla quale (spero in molti casi) si è abbonati? Non lasciatemi credere di esser la sola che durante il giorno, in preda a un automatismo, apre Instagram e si ritrova a guardare stralci selezionati di vite estranee e indifferenti.

Sottovalutiamo il fatto che a nostra insaputa siamo i soldati di una guerra più grande di noi, pedine di una partita che si gioca fra i più potenti concorrenti economici e la cui conclusione prevede di dare scacco matto all’umanità.

Nuove generazioni in pericolo

“Solo due settori chiamano i propri clienti utilizzatori: le droghe illegali e il software”

Edward Tufte

Faccio ripetizioni a due ragazzini delle medie e giorno dopo giorno sono sempre più amareggiata. Per dirla tutta sono turbata. Sono entrambi intelligenti, il problema principale che riscontro è la loro bassissima soglia di attenzione e mi sto facendo un’idea del perché non riescano a concentrarsi su un libro per più di mezzo minuto. A casa, dopo la scuola, trascorrono il 90% del loro tempo incollati allo schermo dello smartphone a guardare il susseguirsi dei video su TikTok, ognuno dei quali non dura più di pochi secondi. Non si segue una storia, non vi è tempo di entrare in una vicenda, si è al contrario trascinati in un sconnesso vortice di immagini e di suoni. L’alternativa a TikTok è lo schermo della Tv a 50 pollici su cui prende forma l’ambientazione di Fortnite con le sue armi e il frastuono di spari.

Sembra retorica, ma è la vita reale. E’ la vita reale del ragazzino medio di dodici anni, l’immaginario del quale, se gli si chiede di pensare a una frase d’esempio utilizzando il verbo intransitivo “giocare”, non scavalca il mondo virtuale della PlayStation. Ogni pomeriggio mi chiedono quanti follower io abbia su Instagram – ai loro occhi sono una sfigata perché non superano i 200 – mi informano che hanno raggiunto ben 27 iscritti sul loro nuovo canale YouTube su cui parlano rigorosamente di videogiochi e mi implorano di aggiungermi al seguito. Mi dicono che al giorno d’oggi, se non ti sai vestire, è un problema serio, che tu abbia le Nike o le Jordan piuttosto che le Superga fa una fondamentale differenza. Determina il ruolo che si occupa nella gerarchia sociale dei bambini. Ormai a quell’età non si appartiene più al club di Peter Pan e dei bambini sperduti che di giorno corrono fra i boschi dell’Isola Che Non C’è e di notte navigano sul galeone dorato in un oceano di stelle. Ormai, a quell’età, si è già salpati dalle rive dell’innocenza e dell’ingenuità, si incomincia ad esser prigionieri dei ruoli sociali, dei pregiudizi e delle convenzioni.  Se hai dodici anni e vivi nel 2020 non sei più un cittadino della “Repubblica dell’immaginazione”, al contrario sei un anonimo membro di un mondo stereotipato che impedisce la creazione di un rapporto empatico con lo spazio, fisico e metaforico, che ci circonda.

Ecco qualche dato per farvi rendere conto della serietà (per non dire gravità) della situazione: i grafici mostrati nel documentario dimostrano che nell’ultimo decennio, ovvero da quando i social sono entrati in modo prepotente nella nostra vita quotidiana, i il tasso di suicidi delle adolescenti è aumentato del 70% fra le 15-19enni e del 154% fra le 10-14enni.

Le fake news, un’arma virale sui social

Nonostante flussi di notizie siano a portata di chiunque, in tempo reale e ad ogni ora viviamo nell’era della disinformazione. Un’era in cui troneggia una deliberata ignoranza. Un’era in cui i social alimentano alienazione, solitudine, populismo e polarizzazione. Un’era in cui la strategia politica si avvale di un’arma potentissima che si diffonde a macchia d’olio: le Fake News. Basta un “clic” perché sui social diventino virali notizie capaci di falsare campagne elettorali, di scatenare guerre culturali, guerre da remoto in grado di distruggere la democrazia. Come tempeste di sabbia, le fake news si abbattono sulla nostra coscienza gettandoci nel caos. Tuttavia, dobbiamo ricordare che l’intelligenza artificiale non è in grado di riconoscere la verità, non possiamo affidarci ad essa come se ci affidassimo ad un saggio amico, capace di metterci in salvo dall’errore e di indicarci la strada giusta da percorre. Siamo noi esseri umani chiamati a scegliere. Dobbiamo metterci d’accordo riguardo a ciò che vero e a ciò che è falso, perché se non sappiamo che cosa sia da ritenersi vero e cosa falso saremo incapaci di affrontare ogni nostro altro problema. Se siamo incapaci di riconoscere la verità, saremo incapaci di affrontare la vita: tutto ci apparirà relativo, privo di senso, menzognero. Per riuscire in questo arduo obbiettivo dobbiamo combattere l’anonimia e l’indifferenza in cui è facile incappare. Dobbiamo avere il coraggio di scegliere a cosa dire sì e a cosa no, scegliere le nostre fonti d’informazione, scegliere di approfondire senza fermarsi in superficie.

I social dichiarano scacco matto all’umanità

Basta guardarsi intorno per rendersi conto che non è un’esagerazione affermare che nel mondo dei social, a seconda del punto di vista con cui lo si osserva, sono ravvisabili Utopia e Distopia. Dunque qual è il problema? Chi è il cattivo? Non vorrei deludervi, ma non c’è una risposta risolutiva. I problemi sono molteplici. Il più rilevante è la mancanza di norme, di una regolamentazione per la privacy digitale che protegga gli utenti. A questo stadio della questione credo sia indubbio che i lati positivi che i social portano con sé sbiadiscono dinnanzi al tenore degli altrettanti lati negativi. Gli esperti che hanno avuto il coraggio di prendere una posizione ci informano che quello del social è un mercato che dovrebbe essere bandito in quanto a essere mercificato è l’essere umano.

“Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu”

Il principale protagonista del documentario, Tristan Harris, ha fondato nel 2013 il Center for Humane Technology, un’organizzazione no profit che ha lo scopo di educare le persona ad usare la tecnologia in modo utile senza che però questa prenda il sopravvento.

I tratti inquietanti di questa questione sono parecchi e non trascurabili, ma noi vogliamo affrontare il problema con un approccio critico. Sul finale del documentario si afferma che sono le persone critiche le vere ottimiste, loro cambiano il mondo. E’ necessario che si collabori affinché i prodotti digitali vengano trattati umanamente.

Ci riusciremo? Dobbiamo. Il miracolo necessario è la volontà collettiva.

Parliamone allora, facciamo in modo che trasversalmente si stimoli un dialogo onesto, alimentiamo un dibattito costruttivo, usiamo tali strumenti per diffondere arte, scienza e cultura non perdendo mai di vista, però, il confine oggi troppo labile che separa realtà e finzione. Non dimentichiamoci di immortalare il mare con l’anima prima di fotografarlo, di vivere il momento prima di inoltrarlo e di abbracciare un amico prima di taggarlo.

Rachele Oggionni

 

 

 

Rachele Oggionni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *