“Memoria delle mie puttane tristi”, ovvero, novant’anni di solitudine

“Memoria delle mie puttane tristi”, ovvero, novant’anni di solitudine

“Non sono mai andato a letto con una donna senza pagarla, e le poche che non erano del mestiere le convinsi con la ragione o con la forza a prendere il denaro sia pure per buttarlo nella spazzatura. Verso i vent’anni cominciai a tenere un registro col nome, l’età, il luogo, e un breve resoconto delle circostanze e dello stile. […] Una volta pensai che quei calcoli di letti sarebbero stati un buon supporto per una relazione delle miserie della mia vita traviata, e il titolo mi cascò dal cielo: Memoria delle mie puttane tristi 

E Memoria delle mie puttane tristi (2004), l’ultimo romanzo di Gabriel Garcìa Màrquez, è esattamente questo: la cronaca di un donnaiolo che ripercorre le tappe della propria vita sessuale dalla pubertà fino al suo novantesimo compleanno, giorno in cui, inaspettatamente, riesce ad innamorarsi per la prima volta.

Un giornalista lascivo e solitario 

“Sono brutto, timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario. Fino a questo giorno presente, in cui decido di raccontarmi come sono per mia stessa e libera volontà”

Il protagonista di Memoria delle mie puttane tristi è un vecchio giornalista, entrato nella professione più per caso che per voglia; esponente della nobiltà decaduta colombiana di cui conserva la mollezza dei modi, ha come unico impegno quello di scrivere l’articoletto firmato che settimanalmente viene pubblicato sul “Diario de la Plaz”. Non ha moglie: le puttane non gli hanno lasciato il tempo di sposarsi. 

E così, per il suo novantesimo compleanno, egli decise di regalarsi una notte di amore folle con un’adolescente. Chiamò Rosa Cabras, proprietaria della sua casa clandestina di fiducia, la quale  con qualche difficoltà riuscì a trovare una giovane operaia che, data la disgraziata condizione economica familiare, accettò piena di timore questo impiego. 

La bella addormentata

La notte dell’incontro, per placare la paura della ragazza che temeva di venir deflorata con violenza e brutalità, Rosa Cabras somministrò alla giovane un beveraggio di bromuro con valeriana che più che distenderle i nervi, la portò a perdere completamente conoscenza.

Quando il giornalista entrò in camera e la vide addormentata, nuda e indifesa, si fermò a contemplare con i cinque sensi ammaliati quella che, davanti a lui, era solo una bambina. 

“Era bruna e tiepida. I seni appena spuntati sembravano ancora quelli di un maschietto, ma erano già spinti da un’energia segreta sul punto di esplodere”

Già se ne stava innamorando quando per contrasto, davanti a una bellezza ancora in fiore, egli non potè non notare la sua senescenza. 

“Mi affacciai allo specchio del lavandino. Il cavallo che mi guardò dall’altra parte non era morto bensì lugubre, […] le palpebre tumefatte e avvizziti i crini che erano stati la mia chioma da musicista. Merda – gli dissi, – cosa posso farci se non mi ami? ”

Non ci fu sesso, quella notte, perché “non sta bene neppure infilare le dita nella bocca delle ragazze che dormono” come scrive Yasunari Kawabata in La casa delle belle addormentate, opera a cui Màrquez si ispirò per la trama di questo romanzo. 

“White brazilian orchid“ – Martin Johnson Heade (1816-1904)

Un amore idealizzato 

Fu una cosa nuova per lui che ignorava le astuzie della seduzione avendo sempre pagato le sue amanti. Ma quella notte scoprì il piacere inverosimile di contemplare il corpo di una donna addormentata senza le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore. 

Il nostro vecchio tombeur de femmes, che l’età ha liberato da quella schiavitù che lo soggiogava fin da quando aveva tredici anni, sente ora di essere in grado di amare. Un amore non carnale ma contemplativo, alimentato non dal contatto fisico reale ma dall’idealizzazione; tant’è vero che non solo il giornalista si riferiva alla ragazza con il nome fittizio di Delgadina, protagonista di un canto popolare messicano, ma a maggior riprova di quanto idealizzato fosse il suo amore è bene ricordare che l’unica volta che Delgadina parlò il commento del giornalista fu “la sua voce aveva una traccia plebea. […] La preferivo addormentata

Era la teatralità della messa in scena di quell’amore che teneva accesa, in lui, la fiamma del sentimento. 

“Arrivavo alle dieci, sempre con qualcosa di nuovo per lei, o per il piacere di entrambi, e dedicavo qualche minuto a tirare fuori gli utensili nascosti per montare il teatro delle nostri notti”

I dipinti di Martin Johnson Heade (1819-1904) sono stati usati più volte come immagini di copertina per le opere di G. Garcìa Màrquez. Questo, “Passion Flowers with Hummingbirds”,  è stato usato per  “Cent’anni di solitudine”

Amor che muove il sole 

“Considerato in prospettiva, quello fu il principio di una nuova vita a un’età in cui la maggior parte dei mortali è morta”

Il potere taumaturgico dell’amore: così vero e perciò così banale. 

L’amore, che ridà vita dove non sembrava più esserci, rinvigoriscono anche gli articoli pubblicati sul “Diario la Plaz”che, da sempre noiosi e nostalgici, ora assumono un aurea rosa che li fa suonare quasi come lettere d’amore. 

E alla fine è possibile, dopo novant’anni di solitudine, trovare l’amore – carnale o idealizzato che sia – ed essere spinti dalla sua energia che, diffondendosi in tutte le membra, porta ad agire in modi inaspettati, leggeri, felici. 

“Era finalmente la vita reale, col mio cuore in salvo, e condannato a morire di buon amore nell’agonia felice di un giorno qualsiasi dopo i miei cent’anni”

Come scrive dell’amore Marquez, nessun altro.

A proposito, non perdetevi l’articolo su L’amore ai tempi del colera della nostra Penelope Volpi!   

Sara Squillaci

Sara Squillaci

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