Il colibrì di Veronesi o meglio Marco Carrera

Il colibrì di Veronesi o meglio Marco Carrera

Da sempre l’uomo si ispira alla natura con lo scopo di imitarla e riprodurre i suoi suoni, i comportamenti degli animali. L’armonia e la precisione del volo di un uccello, ad esempio quello di un colibrì, non riescono ad essere apprezzate ad occhio nudo dall’uomo ma sono necessarie telecamere ad altissima velocità. La frequenza del battito d’ali di un colibrì può infatti arrivare anche ad ottanta frame al secondo apparendo così all’umano una macchia indistinta. Il colibrì è il titolo dell’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, vincitore del Premio Strega 2020.

Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo”.

Il colibrì: un nome cucito addosso

Marco Carrera, protagonista del romanzo è il colibrì. Inizialmente questo soprannome gli venne attribuito a causa della sua esile corporatura, della sua bassa statura derivante da un’insufficiente produzione di ormone della crescita, poi con il tempo il nome gli rimase cucito addosso per altri motivi. Infatti, così come il colibrì ha la capacità di rimanere apparentemente immobile pur battendo freneticamente le sue piccole ali Marco Carrera si trova nell’occhio del ciclone di una serie di disgrazie ma resta fermo, immobile. Nonostante tutto il protagonista del romanzo di Veronesi rimane sempre fedele a se stesso, ai propri valori e consuma tutte le proprie energie per scavare una nicchia sicura nella quale poter sopravvivere.

Un dolore travolgente

chat

Il colibrì narra un’esperienza essenzialmente autobiografica di un medico, Marco Carrera appunto. A mio parere però la vicenda si svincola dalla banalità sia per la delicata quanto magistrale penna di Veronesi sia perché si tratta di una biografia di un uomo qualunque e per questo speciale, unica ed irripetibile. Il colibrì è un “libro patchwork” che vede l’alternanza di tratti romanzati, lettere, pezzi di chat, probabilmente una scelta dell’autore per spezzare il dolore al quale inevitabilmente la lettura, tramite un’indimenticabile esperienza empatica, conduce. La narrazione va così avanti e indietro nel tempo, procede per digressioni e flashback e lascia avvertire fin dall’inizio al lettore che ci saranno momenti carichi di dolore da affrontare. In questo modo, a mio parere, Veronesi permette a noi lettori di accettare in partenza questo fatto e di prenderne consapevolezza per non esserne travolti bruscamente.

 

L’uomo del Premio Strega

Sandro Veronesi nacque a Firenze nel 1959. Il suo romanzo più famoso e chiacchierato è senza dubbio Caos Calmo edito da La nave di Teseo nel 2005, vincitore del Premio Strega nel 2006 e nel 2008 del Prix Fèmina e del Prix Mèditerranèe ma la sua produzione letteraria e non solo è estremamente vasta. Nonostante la nota fama di Veronesi io mi avvicino per la prima volta a questo autore attraverso la lettura de Il colibrì e mi dichiaro estremamente appagata e soddisfatta sia dall’inventiva e dall’immaginazione dell’autore sia dalla sua cultura e bravura. Addirittura, al termine del romanzo troviamo una piccola appendice nella quale Veronesi riporta con estrema gratitudine le proprie fonti di ispirazione, i bacini dai quali ha attinto acqua per arricchire il proprio ingegno.

Il cambiamento che spazza la staticità

Nel corso di un’intervista Sandro Veronesi si dichiara l’esatto opposto di Marco Carrera, il personaggio che egli dichiara essere il suo più riuscito. Marco lotta contro il cambiamento, combatte contro il nostro tempo che indubbiamente privilegia il mutamento e le sue sfaccettature a mio parere rappresentate nel romanzo da Luisa Lattes, donna con la quale Marco scambia un fitto epistolario amoroso senza che mai questo amore fluttuante si incarni, si fermi ma questo fugge via insieme a lei. Lo “star fermi forte” di Marco si oppone all’ “avanzare piano” di Veronesi.

colibrì

Marco Carrera nonostante il suo inattiviamo non genera però alcuno sdegno da parte del lettore che anzi prova per lui una profonda tenerezza. Veronesi inserisce infatti ne Il colibrì numerosi elementi che fanno scendere il suo protagonista dal cosiddetto piedistallo, dal suo stoicismo e lo avvicinano alla fragilità umana. Marco non è niente altro che un borghese con l’amante, un uomo al quale piace parecchio giocare d’azzardo e che per altre sue numerose debolezze si allontana sempre più da “l’uomo del futuro” e si avvicina a noi altri esseri umani. Marco non è forte dall’inizio ma impara ad esserlo piano piano nel corso della storia, della sua storia. Per sopravvivere alle varie disgrazie Marco ad un certo punto ha bisogno di compiere una sorta di atto di fede e di appellarsi a qualcosa che trascenda concretamente la realtà nella quale è immerso. Egli decide ad un certo punto che la sua nipotina, figlia di sua figlia, sarà “l’uomo nuovo”, Miraijin in giapponese e decide che la sua priorità sarà quella di proteggerla.

Ho trovato il libro di Veronesi carico di messaggi di speranza tra i quali questo augurio al mondo: che le persone nuove, gli uomini e le donne nuove, i bambini, possano in qualche modo “svecchiare” il mondo dell’immobilità e apportare una ventata di aria fresca.

Pericolose simmetrie

Il colibrì è un libro costruisco sulle simmetrie. Le ritroviamo a partire dal filo immaginario che la figlia di Marco Carrera credeva di avere dietro la schiena da bambina fino ad arrivare alla corda che la porterà alla morte una volta cresciuta, nel ritorno dell’amico di infanzia di Marco, lo iettatore, in una situazione totalmente rovesciata nella quale porterà al protagonista un’estrema fortuna. Il rischio di questo gioco speculare è però che si crei una sorta di chiusura ad anello, di circolo vizioso che Veronesi impedisce grazie alla figura di Carradori, uno psicoanalista. Durante il corso di tutto il libro Marco Carrera ribadisce la sua antipatia per questa figura professionale fino poi a cadere tra le sue braccia. In un passo emblematico infatti Carradori raccomanda al protagonista di non rinunciare al piacere nonostante il dolore.

“Lavoriamo sui desideri, sui piaceri. Perché anche nella situazione più disastrosa i desideri e i piaceri sopravvivono. Siamo noi che li censuriamo. Quando siamo colpiti dal lutto censuriamo la nostra libido, mentre è proprio quella che può salvarci. Ti piace giocare a pallone? Giocaci. Ti piace camminare in riva al mare, mangiare maionese, dipingerti le unghie, catturare le lucertole, cantare? Fallo. Questo non risolverà nemmeno uno dei tuoi problemi ma nemmeno li aggraverà, e nel frattempo il tuo corpo si sarà sottratto alla dittatura del dolore, che vorrebbe mortificarlo”.

Spesso chi subisce tante disgrazie crede di non meritare il piacere, di non essere in grado di astrarsi dal proprio dolore ma Il colibrì insegna a noi lettori che il dolore è superabile, che tutti meritiamo di essere felici.

Un bellissimo messaggio

speranza

Alcuni lettori hanno criticato l’atteggiamento del protagonista e di conseguenza hanno interpretato, in un modo a mio parere singolare, il messaggio dell’autore credendo che il romanzo fosse una sorta di elogio alla rassegnazione. Io credo invece che Il colibrì di Veronesi parli di amore, dolore ma soprattutto di forza. Indubbiamente la simbologia legata a questo piccolo uccello è molto ricca ma salta subito all’occhio la sua caratteristica principale: il coraggio di difendere i propri ideale e i propri cari. Il colibrì è infatti un simbolo di forza, perseveranza nonostante le sue dimensioni ridotte. Anche nel mondo animale evidentemente le apparenze ingannano. Una lezione importante per noi lettori: mai demordere, anche quando sembra impossibile.

“E anche tutto l’amore che è stato sparso nel mondo, tutto il tempo che è stato sperperato e tutto il dolore che è stato provato: era forza, tutto, era potenza, era destino, e puntava lì. – i lupi non uccidono i cervi sfortunati, Duccio – dice – uccidono quelli deboli”.

Se siete alla ricerca di altri libri candidati al Premio Strega 2020 vi suggerisco di andare a dare un’occhiata sia ai due articoli di Martina Toppi dedicati uno a La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, l’altro a Tutto chiede salvezza di Daniele Mancarelli sia all’articolo di Sara Squillaci dedicato ad Almarita di Valeria Parrella. Buona lettura!!

Valentina Sprega

Valentina Sprega

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