IL MONOLOGO DI DOLORES CLAIBORNE

IL MONOLOGO DI DOLORES CLAIBORNE

[…] si dice che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni e io so che è vero. Lo so per amara esperienza personale. Quello che non so è perché. Come mai quando si cerca di fare la cosa giusta, così spesso si fa invece del male?

Nell’anno in cui nascevo Stephen King pubblica Dolores Claiborne (1993), un lungo monologo dalla voce impunita e sgrammatica.

Stephen King ha la capacità di tratteggiare con intelligenza psicologica i personaggi sempre ambigui che animano i suoi romanzi. Non fa eccezione Dolores, e il fatto che sia l’ennesima protagonista forte ed emancipata conferma l’istinto femminista dell’autore, che più di ogni altro ha saputo affermarsi contro i pronostici della sua vita personale (la dipendenza dall’alcol e dalle droghe)  e dalla critica che prima bistratta la sua penna e poi il genere in cui è stato incastrato: l’horror. Ma il genere letterario horror, che incute sensazioni di paura o di orrore, è stretto per un autore come King, che punta quasi tutto sul meccanismo mentale e affettivo tra i protagonisti e, perché no, con i lettori. 

Dolores è una donna appartenente alla classe operaia nel Maine, l’ambiente è immobile e subisce le azioni dei suoi abitanti, è la solita provincia americana descritta da King: incapace di creare opportunità, brava a screditare le ambizioni dei suoi cittadini. 

Il romanzo inizia in media res, Dolores, l’unica voce, indagata per la morte della sua datrice di lavoro, confessa sia la sua innocenza che la sua colpevolezza. Colpa che passaggio dopo passaggio si colora di difesa personale piuttosto che di omicidio.  

Dolores non ha ucciso Vera, la datrice di lavoro, la sua è stata una morte accidentale. Tuttavia, Dolores ha premeditato la morte del marito Joe, 20 anni prima.  

Il matrimonio di Dolores e Joe è triste, appannato dall’alcol e dall’assenza emotiva di lui nei confronti dei tre figli. Dolores maltrattata e picchiata, prima subisce poi reagisce, lui accusa la paura e non si azzarda più, ma la punisce con infamità: provoca e infastidisce la figlia. Quando lei confessa alla madre le avance violente del padre, lei lo uccide. 

Scampa alla legge finché non confessa. E il perché lo fa intendere alla fine e io di certo non vi rovino l’intera faccenda. 

L’ambientazione suggestiva oltre che affermarsi attraverso la provincia, la piccola isola e la buona e cattiva pazzia degli abitanti, è costituita dall’eclissi solare consumatasi durante l’omicidio di Joe, Dolores ha premeditato affinché il paese non si accorgesse, e lei potesse avere un via di uscita. 

Dato che nei romanzi kinghiani tutto torna, l’eclissi solare è la stessa de Il gioco di Gerald, ed il paese di Little Tall Island fa da ambientazione anche a La tempesta del secolo. King si diverte a creare ed espandere il suo mondo da sottosuolo, tanto è fuori dalla moralità e dalla normalità da risultare perfettamente in linea con le nostre vite, i suoi personaggi esplodono, noi no; lì sta la linea sottile che rende grande ed eterno l’autore: tira fuori quello che siamo ma nascondiamo. 

Torniamo al linguaggio, il punto forte del romanzo, sgrammatico, lapidario e sfrontato; capace di smuovere nel lettore più attento sgomento e subito dopo conforto. Qui è il reale caso in cui si parla come si mangia. Dolores poco istruita parla così perché è l’unica forma che conosce. Inizialmente disturbante ed infine ipnotico. 

King ha la capacità di caricare i suoi personaggi, nella loro totalità, di incredibile realismo quotidiano, che tira dolorosi schiaffi ai cuori dei suoi lettori, soprattutto attraverso il loro scurrile e scorretto linguaggio. 

Francesca Sala

Quasi laureata in lettere. Lettrice per tutti, scrittrice per gli amici. Teatrante e musicista dilettante.

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