INTERVISTA: Anna Giurickovic Dato ci parla de “Il grande me”

INTERVISTA: Anna Giurickovic Dato ci parla de “Il grande me”

Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Anna Giurickovic Dato, autrice de Il grande me edito da Fazi Editore. 

Questo romanzo, in parte autobiografico, è la storia di Carla e dei suoi due fratelli che, dopo aver ignorato per anni il proprio padre, si ricongiungono al capezzale del genitore malato nel tentativo di recuperare il tempo perduto. 

Tra sensi di colpa, chemioterapie e un mistero familiare, Carla ripercorre le tappe della vita di quel grande uomo che è stato suo padre e riesce finalmente ad amarlo pienamente come mai prima era riuscita a fare. 

Il grande me, con una sensibilità che la stessa autrice definisce cruda e immorale, parla di quanto possa essere difficile, annichilente e malinconico il momento in cui sono i figli a doversi prendere cura dei propri padri e di quanto possa pesare sulla coscienza non aver amato abbasta i propri genitori a tempo debito. 

Ci troviamo di fronte a un romanzo carico di significato e di riflessioni che, pur avendo come oggetto un microcosmo familiare, si riferiscono invero alla società intera. Abbiamo voluto indagarlo insieme alla sua scrittrice, Anna Giurickovic Dato.

Cosa ti ha portata a scrivere “Il grande me”? Da quale urgenza nasce questo romanzo?

Il grande me nasce dalla necessità di elaborare un materiale psicologico ed emotivo doloroso ed esorbitante, non nasce dalla volontà, ma dall’eventualità e dalla possibilità di districare, comprendere, mettere in ordine, dare un senso. Non posso nascondere vi sia un elemento autobiografico che ne ha provocato l’urgenza: la morte del padre. Tuttavia, questa morte non coincide soltanto con la fine fisica, ma, in qualche modo, precede l’ineluttabilità che riguarda le vicende del corpo; l’urgenza, quindi, nasce anche dal tramonto della figura paterna nella società, dall’allontanamento della casa del padre, dalla ricerca di un’autorità che non si fa trovare, dalla costruzione di una garanzia che non garantisce, dalla ricostituzione di un equilibrio che si discosta da quello classico del patriarcato. La morte del padre ha un valore simbolico e una portata collettiva.

Capita a volte di avere questa percezione: che ci siano dei libri che gli scrittori scrivono per loro stessi piuttosto che per il pubblico. “Il grande me” è uno di questi? Per chi è stato davvero scritto questo romanzo?

L’ho scritto per me, con l’intento di dire il vero anche quando falsificavo la realtà, con l’intento di ricercare, di trovare, senza alcuna preoccupazione su cosa vi avrebbero trovato altri. È un romanzo che ho scritto senza il desiderio di compiacere qualcuno, sapevo già che l’unica persona di cui avrei anelato il beneplacito, non lo avrebbe mai letto. Non prendere in considerazione un “pubblico” nella mia esperienza di scrittura ha rappresentato un impagabile godimento.

Qual è la natura, lo scopo, de “Il grande me”? 

Forse il romanzo vuole, mostrando quanto siano laceranti i rimorsi di coscienza di Carla per aver trascurato il proprio padre, essere un monito e un incoraggiamento a conoscere veramente i propri genitori ed amarli profondamente prima che sia troppo tardi?

C’è anche questo, senz’altro, nonostante io non lo abbia scritto con l’intento di inviare un messaggio al lettore o di racchiudere, nel romanzo, una utilità. Certamente vi è compresa la riflessione sulla finitezza del tempo, unico bene che, in maniera del tutto irrazionale, trattiamo come fosse infinito. Noi siamo gli immortali, quelli che vivono per guadagnare denaro che non hanno il tempo di spendere, educati ad accumularlo, portati, poi, ad acquistare oggetti ed esperienze sempre più costosi pur di giustificare a noi stessi – seppure con lo spreco – il tempo che perdiamo nell’accumulo di un tesoro che non ci è sempre utile. Siamo una società che ha perduto il contatto con la potenza delle piccole cose, tra queste la famiglia ricopre uno degli ultimi posti nella scala gerarchica delle priorità. Perchè? Perchè supponiamo di avere a disposizione un tempo infinito, di essere immuni dalla malattia e dalla morte. Non è forse la riflessione collettiva che è stata avviata dalla pandemia da coronavirus? Ridistribuire le priorità serve anche a dare un maggiore rispetto al nostro lavoro: se il nostro tempo ha un valore, i nostri diritti non potranno far altro che trarne giovamento.

Uno degli aspetti principali del romanzo è il rapporto padri-figli, spesso corrotto da un imbarazzo che frena le due parti dal conoscersi e dall’amarsi pienamente.

Nel testo si legge questa esortazione, che La Morte rivolge a Carla: “Non siate tristi, non ce n’è il tempo, accarezzatevi, toccatevi perché non vi siete mai toccati, allontanate la timidezza, l’imbarazzo non c’entra con questi ultimi mesi

Secondo te quel è la ragione di questo imbarazzo – che è un disagio troppo comune per avere un’origine esclusivamente soggettiva?  

Freud ha scritto un libro che si intitola Totem e tabù, dove racconta di come in tutte le civiltà, anche in quelle più primitive, l’inserimento di un tabù tra gli appartenenti a una famiglia rispondesse a una specifica funzione sociale, volta a preservare l’unità, la pace, la specie. Può questo imbarazzo rientrare tra i tabu? In tal caso sarebbe interessante indagarne l’utilità. Vi è anche un’altra lettura, e cioè se l’imbarazzo sia non esso stesso il tabu, ma la reazione ai tabu che ci sono imposti dalla nostra società.

Altro tema è l’ambivalenza dei ruoli: a volte si è figli, a volte si è genitori dei propri padri. Quindi a chi spetta il titolo di grande me?

È Simone, il padre, ad essere il grande me di Carla, in quanto più piena realizzazione di un individuo in cui lei si identifica? oppure sono i figli ad essere il grande me dei genitori in quanto “loro prolungamento nella vita, loro promessa”? 

Simone si è sempre percepito con un grande sé sino a che, con l’esperienza dell’avvicinamento alla morte, ha scoperto la possibilità di ricercare un grande sé anche al di fuori di sé, nei propri figli. Il problema è che non riesce pienamente a compiere questa trasfigurazione e a trovarvi pace, perché nei figli ha riposto aspettative e in loro cerca di riconoscere se stesso, invece di tentare con il processo opposto: riconoscere in se stesso i propri figli. Da qui, la parabola del figlio segreto.

Un grande ego aiuta od ostacola il lavoro di uno scrittore? 

Nel testo si legge, riferito a Simone “il suo ‘me’, già così grande dalla nascita, occupa, in questi ultimi mesi, una posizione abnorme e centrale che non lascia spazio ad altro”. Questo, che potrebbe essere un altro significato del titolo del romanzo, lo voglio usare come occasione per questa domanda fuori contesto.

Credo che un grande ego sia il minimo comun denominatore per ogni scrittore. Grande ego, però, non significa né alta autostima né egoismo. Non può che essere egocentrico chi pretende non soltanto di scrivere, ma persino di essere letto; chi dà un valore così grande alle proprie parole e ha una fiducia così irrazionalmente ferma nelle proprie opinioni. Parlo, prima di tutto, di me stessa (e di chi altri potrebbe parlare una con un grande ego?).

Ciò che rende così vero e toccante questo romanzo è l’intensità e la precisione con cui le emozioni vengono descritte e trasmesse attraverso il testo. Quanto credi siano importanti la sensibilità e l’intelligenza emotiva per la scrittura? 

Penso vi siano romanzi che ruotano intorno alle emozioni e altri che ruotano intorno ad altre componenti. Per i primi, quelli che indichi, sono certamente elementi fondamentali, ma non bastano: il rischio di troppa sensibilità è sempre quello di diventare stucchevoli, dare l’idea di piangersi addosso, dare più valore alla parola che indica il sentimento che non al fatto che lo evidenzia, tutto ciò che, a mio parere, in un romanzo non dovrebbe mai esserci. Quindi sì alla sensibilità, purché sia cruda, impertinente, immorale e non si identifichi a tutti i costi con il giusto.

Anna Giurickovic Dato

“Il grande me”, a cui abbiamo dedicato anche questo articolo, è un romanzo tanto commovente quanto capace di far riflettere; vogliamo quindi ringraziare Anna Giurickovic Dato non solo per averci concesso l’intervista ma anche per averlo scritto.

 

 

Sara Squillaci

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