Due è meglio di Uno. L’evoluzione di The Umbrella Academy

Due è meglio di Uno. L’evoluzione di The Umbrella Academy

Soltanto un anno fa, il sottoscritto si è preso la briga di “smontare” The Umbrella Academy. Di acqua sotto i ponti ne è passata, e siccome chi non muore si rivede, ecco che in piena estate si è palesata in catalogo la seconda stagione di una delle serie più apprezzate, seguite, e positivamente criticate da quando esiste Netflix, tanto da essere ancora in top 10 a più di un mese dall’uscita.

La prima stagione mi sarebbe piaciuta molto di più se fosse stata meno scontata, meno lunga, meno pomposa, meno pesante. Meno tutto, insomma. L’ho finita per inerzia, più per trovare conferma alle mie teorie, nate già dalla metà della prima puntata, e anche per godermi gli effetti speciali, forse l’unica cosa che ho apprezzato in pieno. Inevitabilmente ho dovuto cominciare la seconda stagione, non per masochismo, ma perché avevo un conto in sospeso con questi ragazzi, e volevo regolarlo. Mi sono dunque ripromesso che se avessi capito anche questa volta come sarebbero andate le cose, confermando il mio giudizio su una trama debole e scontata, non sarei andato oltre il primo episodio. Purtroppo questo è uno dei casi in cui gli studi di sceneggiatura, ahimè, mi rovinano la visione di un contenuto portandomi a capire con largo anticipo dinamiche di scrittura standard che alla maggior parte del pubblico sfuggono. Oppure ho dei poteri di preveggenza che non riesco ancora a controllare, vallo a capire.

Tornando agli ombrelli, già dalla prima puntata veniamo sommersi da un’ondata di imprevedibilità [da qui in poi l’articolo è pieno zeppo di Spoiler, #sapevatelo]. Alla fine della prima stagione, Cinque riesce a smaterializzare il gruppo salvandolo da morte certa e sfuggendo all’apocalisse, causata dal potere di Vania, che tramite un’onda energetica fatta fondamentalmente di stress e traumi infantili, distrugge la Luna e conseguentemente la Terra, bombardata dai detriti del suo satellite. I nostri sgangherati eroi vengono dunque trasportati indietro nel tempo. E qui comincia il casino. Il teletrasporto temporale ha funzionato, ma non nello stesso modo per tutti, traslando le epoche e spargendo i 6 fratelli nell’arco di tre anni differenti. Cinque ha la “fortuna” di ritrovarsi di fronte ad una nuova apocalisse, stavolta di tipo nucleare, comparendo nel bel mezzo di quella che sembra essere l’ultima giornata del genere umano, causata da una guerra tutt’altro che fredda tra Russia e Stati Uniti. In mezzo ai carri armati intravede i suoi fratelli uniti impegnati a sferrare un mega attacco ai sovietici in difesa dello zio Sam, ma un fungo atomico scoppiato in lontananza lascia presagire il peggio. L’olocausto nucleare sembra inevitabile, e dalla copertina di un giornale scopriamo che tutto è partito da una dichiarazione di guerra lanciata ai russi nientemeno che da JFK, che sarebbe dovuto morire una settimana prima. Cinque capisce di dover sparire da lì e cercare i suoi fratelli prima che accada tutto ciò, intuendo che questa nuova apocalisse dipende proprio dal fatto che Kennedy non sia stato ucciso. Questo è quello che accade entro i primi 10 minuti.

Un buon incipit, che nello scorrere del pilota continua a comporsi mostrandoci che fine hanno fatto tutti gli altri, sparpagliati a Dallas tra il 1960 a il 1963. In breve, Allison ha trovato marito ed è un’attivista per la lotta del movimento degli afroamericani, Klaus è un santone stile Osho che macina seguaci a colpi di citazioni di canzoni che ovviamente nessuno ancora conosce (dai Backstreet Boys a Britney Spears), Luther lavora come fenomeno da baraccone slash tirapiedi per Jack Ruby (il boss mafioso che uccise Lee Harvey Oswald), Vania viene ritrovata e ospitata da una famiglia di periferia per la quale lavora da governante e babysitter di un bambino presumibilmente autistico, e infine Diego, rinchiuso in manicomio proprio per aver detto in giro di voler impedire che Kennedy venisse assassinato. Quest’ultimo elemento lo rende prioritario nelle ricerche di Cinque, che indaga un po’ in giro e pian piano riesce a mettere insieme tutta la squadra. Questo è più o meno ciò che succede nella prima puntata, ma è un riassunto non rende giustizia ad una trama che si dimostra sin da subito molto più avvincente e interessante rispetto a quella della prima stagione, nonostante l’obiettivo finale sia dichiaratamente identico, ovvero evitare un’altra apocalisse.

Ci sono degli elementi che contribuiscono a farci sentire più vicine le vicende narrate. Su tutti, il fattore storico. L’America di fine anni ‘50 e inizio anni ‘60 è sempre narrativamente affascinante. Da Mad Men a Ritorno al Futuro, è un periodo in cui gli Stati Uniti hanno forgiato il loro modo di essere, inventando praticamente il Mondo per come lo conosciamo adesso. L’assassinio di Kennedy è sicuramente l’evento più rilevante di quegli anni, così come le lotte per i diritti civili degli afroamericani, o il proliferare del movimento pacifista dei figli dei fiori in contrapposizione al capitalismo sfrenato degli uomini d’affari e delle casalinghe senza voce. Tutte cose che si intrecciano benissimo nella trama, e che non stonano mai davvero con l’estrema fantascienza mostrata puntata dopo puntata.

C’è molta azione, tanti complotti, intrighi internazionali, equivoci, organizzazioni segrete, doppi giochi, amori, scelte difficili, fratellanza, stupidità (Madonna santa Diego!!!), riscatto, davvero tanta roba.

Ma ha anche dei difetti. In alcuni momenti della storia, assistiamo a delle cadute difficili da spiegare. Ci sono pochi buchi di sceneggiatura, e quei pochi non sono buoni, se non si notano è solo perché gli effetti speciali distraggono abbastanza. Quello che più mi ha dato fastidio è stata l’ostentazione di un’ingiustificabile mancanza di fiducia tra fratelli in momenti in cui si veniva da situazioni risolte insieme e con coesione. Non ti aspetti che dopo essersi salvati la vita a vicenda, nessuno si fidi l’uno dell’altro e si facciano venire i dubbi esistenziali sul marciare insieme verso il fine ultimo di salvare il Mondo. La cosa non regge. A un certo punto di una trama accade sempre che l’eroe abbia dei dubbi sul suo operato, ma poi succede che qualcosa gli faccia capire la giusta via, il giusto modo per affrontare il super boss finale. Il momento in cui ciò accade viene traslato di un paio di episodi rispetto a quando ci aspetta che avvenga. Tutto in funzione di un finale adrenalinico bello da vedere, ma che avviene in ritardo di almeno due episodi.

La cosa fastidiosa è la ridondanza degli avvenimenti, spezzata da pochi (ma stavolta buoni) slanci di quella imprevedibilità che invece ci era piaciuta tanto all’inizio, come ad esempio il fatto che Cinque abbia imparato a viaggiare correttamente nel tempo riuscendo a salvare l’intera famiglia da morte certa. Purtroppo, però, alla fine sarà (ancora) Vania il personaggio su cui ricadrà tutta la responsabilità del finale. La ragazza, seppur aiutata dai fratelli molto di più rispetto al passato, finirà con l’essere la chiave di una trama che a un certo punto si perde nell’epicità visiva a scapito di colpi di scena che avrebbero meritato più attenzione.

Alla fine, il potere di Vania è quello di saper fare ciò che serve agli sceneggiatori.

Tutto si risolve, succede un casino pazzesco ben raccontato, e tutto va per il meglio. Il cliffhanger di fine stagione è interessante, ma a mio parere meno coinvolgente rispetto all’anno scorso. I ragazzi riescono infatti a tornare indietro (cioè avanti) nella loro epoca, ma qualcosa è andato storto, visto che in casa trovano ad accoglierli il padre, vivo e vegeto, con gli altri sette ragazzi della sua “Sparrow Academy”. C’è puzza di qualcosa già visto e rivisto, speriamo bene.

Tecnicamente il livello si alza (come il budget a disposizione), e la cosa riguarda in parte anche il cast, tranne che per Diego e Luther, anonimi e troppo più carenti rispetto a Cinque e Klaus, che la fanno da padroni in termini di presenza scenica, e a Vania ed Allison, più centrata la prima, meno svampita la seconda. Menzione a parte per Ben, che ha avuto più spazio e a cui viene riservata una più che degna quanto commuovente fine, forse la cosa più bella ed elegante dell’intera serie, finora.

Che dire, aspettiamo la terza stagione per tirare le somme di una serie che sicuramente è tra i fiori all’occhiello di Netflix. Uno show comunque piacevole da guardare, che ha meno pretese di quanto vuole far credere, ma è coerente nel portare avanti la causa, con i pregi da ostentare che coprono i difetti da nascondere.

Riccardo Greco

Videomaker con licenza di scrittura. Ha all'attivo un po' di tutto, cortometraggi, webserie, videoclip, format tv, tutto scritto, diretto e montato. Se la canta e se la suona, insomma, ma sempre con la stessa passione.

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