Esistenza/Resistenza: passato e presente in Vittorio Sereni

Esistenza/Resistenza: passato e presente in Vittorio Sereni

Settembre è il mese dei nuovi inizi per eccellenza. Anche se, a ben vedere, è forse più il mese dei ritorni se ricominciare significa tornare dove le cose sono ancora incomplete o, più semplicemente, dove si è stati bene.
Chi segue Camera Oscura dagli inizi sa quanto io abbia un debole per Vittorio Sereni e quanto questo poeta sia presente sul blog: è per questo che di fronte al giro di boa dell’anno mi piace tornare dove lui è passato per primo e per farlo mi insinuo nuovamente nei suoi versi.
Se un anno fa parlavamo delle Strade sereniane, del ‘privilegio del moto’, del dovere di lasciar andare sullo sfondo del valico di Zenna, oggi ci addentriamo persino più a fondo provando a capire se l’esistenza debba essere sempre e solo una resistenza, se la vita è più di una semplice sopravvivenza.

Tempo, resistenza e memoria: sono questi i cardini delle due poesie che ho scelto oggi, tratte ancora una volta da Gli Strumenti Umani a dimostrazione di come certi libri continuino a parlare anno dopo anno e di come cambiare, anche di pochi gradi, l’inclinazione sui versi permetta un’apertura sulla conoscenza imprevedibile.

ANNI DOPO /

La splendida la delirante pioggia s’è quietata,
con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all’aperto
amore m’è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dall’abbuiato portico brusìo
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.

PassatoQuesto breve componimento fa parte della prima sezione del libro, ‘Uno sguardo di rimando’: è evidente l’idea del rimbalzo o del rispecchiamento tra parti che qui sono il tempo passato e presente, i ricordi dell’io e gli eventi di tutti i giorni.
Quella che qui osserviamo, infatti, è la vita mentre accade, in itinere, sempre valida, sempre presente a sé stessa in un flusso continuo nei suoi mutamenti. Questa è la vita calata nel tempo, non ricordo, non storia raccontata ma ancora vita e, dunque, paradigma.

Nel caso di Sereni il modello della vita che si fa di giorno in giorno è il topos classico di amore e di amicizia, un connubio capace di rendere piena la vita, cioè significarla per approssimarla alla felicità. A questo proposito non sarà superfluo ricordare il bellissimo sonetto di Dante, espressione in versi dell’amicizia maschile e dell’amore verso le donne: ‘Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io | fossimo presi per incantamento | e messi in un vasel […] E monna Vanna e monna Lagia poi | con quella ch’è sul numer de le trenta | con noi ponesse il buono incantatore: || e quivi ragionar sempre d’amore, | e ciascuna di lor fosse contenta, | sì come i’ credo che saremmo noi.’

Siamo all’interno degli Strumenti e la dimensione di una memoria lacerata, di un’elegia vissuta davvero dopo la morte (e non prima o nella sua previsione come accadeva nella raccolta d’esordio Frontiera) avvolge i versi di una sorta di visionarietà, di un tono più ottativo che assertivo, come se questo che è descritto non fosse davvero il mondo dell’io ‘anni dopo’, ma il suo sogno, il mondo come vorrebbe che fosse.
L’ipotesi di irrealtà è rafforzata dall’elemento della quiete improvvisa (con la pioggia-diluvio che infine smette) e, soprattutto, dal ritorno del passato che, per definizione, è irrealizzabile se non sotto condizioni diminuite, deformanti rispetto al ricordo.

Riavere il passato come era nei nostri ricordi è sempre una forma di negromanzia e mai di resurrezione. In questi versi, però, il passato sembra superarsi nel suo incantamento, vincere gli elementi topici del ‘buio’ e del ‘brusio’, rompendo nel presente e dunque in-formandolo col suo contorno.
Tutto viene riportato a casa in questi versi che testimoniano, anche nella costruzione, la fatica del recupero: le inversioni sereniane sono così spinte da rimandare quasi a un modello latino (‘con le rade ci bacia ultime stille’; ‘ E quello, che fino a poco fa quasi implorava | dall’abbuiato portico brusìo), come se le parole non potessero trovare la loro naturale disposizione, come se tutto questo discorso fosse una costrizione iper-razionale di un mondo che se n’è andato senza di noi, con il suo tempo.
In quel vecchio tempo anche la pioggia era splendida e il suo delirio distraeva e ci baciava, conturbandoci, confondendoci. Ma oggi?

Quel passato, quella ‘vita persa per disattenzione’ (come nei versi nel giovane Erba) se torna riporta anche i nostri volti? Li ridisegna secondo lo stile netto e fresco di una volta? La risposta per questo io sembra essere un sì, celato in quel ‘dunque’ che è anche invocazione/implorazione alla vita stessa, aggrappati a quei due appigli che sensificano l’esistenza.
L’amore, subito pregato, come una divinità pagana, perché resti al nostro fianco e non si volti per guardare o andare altrove (tutto al contrario nella poesia di Montale ‘La bufera’ quando si dice ‘Come quando | ti rivolgesti e con la mano, sgombra | la fronte dalla nube dei capelli, || mi salutasti – per entrar nel buio’): amore che è arma pronta a trafiggere il mondo e amicizia che è scudo, difesa, resistenza.
Se la vita è guerra amore e amicizia siano l’armatura, non si sa se indossata davvero ma di certo rincorsa, di certo sperata.

INTERVISTA A UN SUICIDA /

Siamo nella sezione ‘Apparizioni o incontri’, densa di testi capolavoro come questo che esemplifica pienamente l’ubertas sereniana, la capacità di infondere in un discorso avvertito come pienamente poetica l’articolazione di un testo in prosa con i suoi toni, i suoi incisi, i discorsi diretti che pure non nascondono mai la natura del verso (qui il testo integrale).
Se ‘Anni dopo’ ci dà l’affresco di un passato che irrompe in un presente ancora in divenire e lo colora, qui la vita è osservata ex post, nel vero dopo, attraverso la sovrapposizione dell’anima di un suicida con l’io o, almeno, con la sua profezia di sé.

Tutto è pervaso dalla maestosa verticalità onirica di Sereni che rimbalza di continuo, e senza tentennamenti, tra il piano del reale, del possibile e dell’impossibile, mimando in modi più o meno scoperto l’atmosfera di un dialogo della Commedia tra Dante e l’anima di un dannato: è il caso dell’immagine della ‘siepe di fuoco | crepitante lieve’ da cui ‘non svettarono voci lingueggianti in fiamma’ ma anche della citazione diretta dal Paradiso ‘«mia donna venne a me di Val di Pado»’, esibita dalle virgolette e quasi schernita poiché definita “parlare ornato”.
Il tono, infatti, già dall’inizio è tutto giocato sull’ironia che è più spesso autoironia o derisione (‘Ero, come sempre, in ritardo’ a calcare la mano sul ritardo di Sereni rispetto alla Storia, leitmotiv a partire almeno dalla seconda raccolta Diario d’Algeria) nei confronti della natura o della possibilità “fisica” di un’anima.

L’ironia si allarga anche al concetto di eterno (‘In che rapporto con l’eterno? | Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta’), non solo negato ma bollato come illusione, inganno, delusione.
Luoghi acquitrinosi, incolti come nei dintorni di un impianto chimico a fare da correlativo a una vita o a un post-vita miserabile (‘Il posto: quello, non cambiato – con memoria | di grilli e rane, di acquitrino e selva | di campane sfatte – | ora in polvere, in secco fango, ricettacolo | di spettri di treni in manovra’): un altro specchio della miseria nella morte del cane ucciso con dolore in un mattatoio e senza il conforto della pietà (‘ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato, | tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio | il colpo che me lo aveva finito’).

Soprattutto dopo il funerale aleggiano sull’anima i pettegolezzi di truffa, subito ribaltati, nell’intervista, in un ammanco psicologico e cioè spirituale (‘NON NELLE CASSE DEL COMUNE | L’AMMANCO | ERA NEL SUO CUORE’, in maiuscoletto perché sia l’epitaffio sulla lapide). Vita incompresa, sprecata in una sopravvivenza stentata e gravata dalle chiacchiere del popolo che in un paese riempie così il suo tempo vuoto. Anche il tempo della conversazione si esaurisce presto e senza eco, impedendo a chi non è capace di attenzione un pur così breve ascolto.
Nel finale, infatti, ritornano i temi di un tempo che passa senza motivo e quello delle piante che si inclinano per fisica e meccanismo perché la natura, riprendendo i temi di ‘Ancora sulla strada di Zenna’, non si cura di chi cammina il mondo (‘Ma venti trent’anni | fa lo stesso, il tempo di turbarsi | tornare in pace gli steli | se corre un motore la campagna, | si passano la voce dell’evento | ma non se ne curano’).

Dal punto di vista dell’anima suicida però lo smacco è più grande è proprio quello di vivere in un paese, modesto e meschino, a fronte del cuore crudele ma pulsante delle grandi città di cui, per assurdo, i poeti di lamentano (‘voi che fate | lamenti dal cuore delle città | sulle città senza cuore’).
In fondo, però, il punto va oltre la personale amarezza di un uomo piccolo e dignitoso. Il punto qui è la memoria degli uomini comuni (e forse un giorno anche quella degli immortali) per cui nulla basta a tramandarla, a trattenerla, a tenere traccia di un’esistenza che, se ha avuto fortuna, ha forse avuto scopo in amore e amicizia, anno dopo anno.

La memoria degli ultimi è la prima a scomparire e Sereni dicendolo attraverso l’anima suicida e senza nome lo dice a sé, lo dice a tutti. Vite come polvere dentro faldoni che finiranno marci per un’inondazione, in cenere per un incendio e nonostante i geroglifici dello scriba che vorrebbero incidersi nel tempo, basteranno tre o quattro generazioni, nomi perduti tra figli e nipoti, carte lasciate in bianco e senza firma per essere

/ nulla nessuno in nessun luogo mai /.

 

Massimo Del Prete

In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.

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