Accabadora: colei che aiuta la sorte

Accabadora: colei che aiuta la sorte

Accabadora copertina

Ormai da parecchio tempo assistiamo a quel particolare quanto diffuso fenomeno che prende il nome di urbanizzazione o inurbamento: per bisogno o necessità le persone migrano dalle campagne alle città.
Da sempre mi sono chiesta se mai un giorno si verificherà l’apposto. Magari ripartiremo proprio dalle antiche tradizioni, proveremo piacere a sederci accanto a qualcuno con qualche anno di troppo sulle spalle e ameremo ascoltare i loro racconti perché li sentiremo particolarmente vicini. Avete mai sentito parlare di “femina accabadora”? Si tratta di una figura storicamente non comprovata ma risalente alla tradizione sarda. Michela Murgia ha dedicato a questo personaggio particolare un libro intero, breve ma intenso, che porta proprio il titolo di Accabadora.

Tra leggenda e realtà

L’accabadora è una figura instanziata tra mito e realtà, tradizionale potremmo dire, la quale dona la morte a chi la desidera: malati terminali, persone sofferenti. Oggi farebbe sicuramente scalpore immaginare l’esistenza di una donna che si aggira di notte per mettere fine alla vita di un povero essere umano aiutandolo a traghettare verso un nuovo mondo, eppure Michela Murgia descrive questo fenomeno in modo assolutamente naturale, collocandolo in un contesto risalente agli anni Cinquanta.

Accabadora ritrae un modo totalmente distante e differente dal nostro di concepire i concetti di famiglia, vita e morte, tuttavia, attraverso la sua scrittura asciutta e misurata l’autrice mostra ai lettori una tradizione estremamente semplice, naturale e tanto vicina a noi uomini odierni da essere condivisibile.

“In quella prima e amara scuola di fatto, la figlia di Taniei Urrai apprese la legge non scritta per cui sono maledette solo la morte e la nascita consumate in solitudine […] A quindici anni Bonaria era già in grado di capire certe cose, farle o vederle fare è la stessa colpa, e mai da allora le era venuto il dubbio di non essere capace di distinguere fra la pietà e il delitto”

Vita, morte e un’anima sola

Futuro incerto

Accabadora di Michela Murgia vede protagoniste due donne: Tzia Bonaria, una vecchia sarta senza figli e Maria, una bambina nata da una famiglia di semplici contadini troppo poveri per potersi prendere cura di quattro piccoli. Bonaria vedendo Maria appropriarsi indebitamente della merce di un negozio decise di prendersi cura di lei e di farla sua “fillus de anima”, termine con il quale la tradizione sarda chiama i bambini generati due volte: una dalla povertà della madre naturale e poi dalla sterilità dell’altra. Se tutti in paese erano a conoscenza del ruolo di accabadora di Bonaria Maria lo venne a scoprire solo più tardi. Sarà capace di veder vestita la sua salvatrice con i panni di un personaggio così particolare? È possibile credere che una donna mostratasi talmente umana e materna con lei possa togliere agli altri la vita, ovvero ciò che a lei ha ridato?

Ritengo che Maria non sia stata tanto ferita della scoperta del ruolo di Bonaria quanto piuttosto dalla rottura del patto madre-figlia che avevano stretto al suo arrivo. Il ruolo dell’accabadora non penso venga in questo caso additato e giudicato da un punto di vista morale poichè quella che Michela Murgia descrive è un’economia di sussistenza. All’interno di un contesto del genere dunque una figura come quella di Bonaria è utile in quanto necessaria alla comunità che ha bisogno di braccia forti e sane per sopravvivere.

Si fa presto a dire famiglia

Ultimamente, anche in virtù di una sempre maggiore presenza di immigrati, l’idea di famiglia così come quello di genitorialità o parentela è alquanto cambiato. Anche in Europa la famiglia ha assunto molteplici forme in risposta a pressioni di tipo politico, economico e ideologico. Francesco Remotti, antropologo e accademico italiano, invita ad osservare che la varietà di gruppi domestici a cui l’umanità ha dato vita si può far risalire allo stare insieme, al piacere della condivisione e della cooperazione piuttosto che alla naturalità di principi strutturali risalenti a canoni prefissati. “Che cos’è un padre?” “Che cos’è una madre?“. Sicuramente si tratta di una tematica estremamente vasta per poterla affrontare in questa sede ma vorrei evidenziare il fatto che la genitorialità e, più in generale, l’istituzione di relazioni di parentela sono fenomeni che vanno ben oltre i dati biologici. Sahlins, antropologo statunitense, rimanda il concetto di parentela a ciò che egli definisce “reciprocità dell’essere” per il quale queste relazioni sono caratterizzate da pratiche di condivisione, convivenza in cui il sè e l’altro sono fortemente sovrapposti ed interconnessi.

Un’autrice silenziosa

Michela Murgia è un’autrice sarda, nata a Cabras nel 1972. Nel corso delle mie letture mi sono accorta sempre più dell’enorme importanza che la terra di origine ha per uno scrittore o una scrittrice, la capacità di esprimere sé stessi la si ritrova spesso nella capacità di raccontare l’amore per la propria terra. Per Einaudi ha pubblicato nel 2008 Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, nel 2009 il romanzo Accabadora, vincitore del Premio Campiello 2010, nel 2011 Ave Mary, nel 2012 Presente e L’incontro. Altri libri si sono susseguiti e hanno preceduto questi appena citati ma tutti uniti da un unico filo conduttore: la penna delicata, calibrata ed aggraziata di una scrittrice unica. Vi lascio qui un’interessante intervista all’autrice.

Un ulteriore elemento per il quale sento di consigliarvi questo romanzo è la capacità di Michela Murgia di trattare tematiche scottanti e rilevanti senza intervenire attraverso commenti o pareri personali. Nella lettura di tutto il testo mi sono sentita libera di pensare ed esprimere il mio parere personale senza avere l’obbligo di sentenziare alcun giudizio. Siamo in presenza di tematiche attorno alle quali hanno discusso giudici, avvocati; ognuno di noi si è sentito chiamare in causa da temi come la vita, la colpa, la morte e forse proprio per questo penso non sia il caso di aggiungere ulteriori giudizi lapidari ma di prendere al balzo questa bellissima opportunità per ragionare liberamente.

“Non metterti a dare nome alle cose che non conosci, Maria Listru. Farai tante scelte nella vita che non ti piacerà fare, e le farai anche tu perché vanno fatte, come tutti”.

Aver scelto di ambientare il romanzo in una piccola comunità come quella di Soreni ha sicuramente reso più facile l’intento dell’autrice. Nei piccoli paesini le voci rimbombano, corrono, i giudizi rimbalzano reciprocamente da una persona all’altra. Anche l’individuo più riservato sente attorno a sé stringersi l’abbraccio dei propri concittadini. Un’unica, sola e grande famiglia. Bonaria sembrerebbe invece una voce fuori dal coro, un elemento di disturbo ma allo stesso tempo indispensabile. L’accabadora è la vita e la morte, è colei che incurante del giudizio si aggira tra le strade, le case e porta a termine il suo dovere.

“Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell’anima”

Se siete interessati particolarmente alla letteratura che ruota attorno alla meravigliosa terra sarda vi rimando a questo articolo di Francesco Sala, pubblicato per la nostra rubrica di recensioni Viaggi di carta.

Valentina Sprega

Valentina Sprega

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