Sangue di donna: Le nevi dell’esilio di Lian Hearn

Sangue di donna: Le nevi dell’esilio di Lian Hearn

Quando si legge una trilogia e si è avvezzi alle dinamiche delle saghe una cosa è ben chiara: difficilmente il secondo volume tiene testa al primo. Lo stesso vale per “Le nevi dell’esilio”, di Lian Hearn (2003), secondo capitolo della saga degli Otori ripubliccata in Italia da Edizioni E/O tra 2019 e 2020. Alle prese con “Il canto dell’usignolo”, il lettore aveva un’idea ben chiara del tipo di romanzo che stringeva tra le mani: una storia di formazione condita da elmenti magici e da uno sfondo epico, con sottofondo di clangore di spade. Un libro molto bello certo, ma non un libro per tutti. “Le nevi dell’esilio” invece ribalta questa situazione proponendosi a un pubblico più ampio e confermandosi come libro di passaggio, un ponte solido, ma pur sempre un ponte. La promessa di un paesaggio a venire che potrebbe essere splendido.

UN UOMO NUOVO E VENTI DI GUERRA

Uno dei maggiori difetti de “Il canto dell’usignolo” era la prolissità di certe descrizioni che, fatta eccezione per orientalisti e amanti del Giappone, rischiavano di annoiare il lettore comune. All’alba di questo secondo volume tuttavia ci si rende conto della necessità di quelle pause narrative: è solo grazie a quei ricordi che ci è possibile seguire i viaggi di Takeo e Kaede in un Giappone mitico e oscuro. Ora anche noi lettori siamo avvezzi ai territori attraversati dai personaggi nel corso del romanzo e possiamo concentrarci con più attenzione su un aspetto che mancava nel primo volume: l’introspezione.

Personaggi a tratti un po’ piatti e fanciulleschi assumono ne “Le nevi dell’esilio” un corpo solido e credibile. Non solo, riducendosi il numero di attori sulla scena, diviene anche più semplice seguire le evoluzioni (e involuzioni) dei protagonisti che abbiamo lasciato bambini e ritroviamo adulti.

Quel Takeo ingenuo, ancora figlio di contadini e estraneo a sé stesso, lascia il posto a un uomo che compie scelte, spesso sbagliate, ma pur sempre scelte. Un uomo combattuto di fronte all’enigma più insondabile: la scoperta di sè. In parte Occulto, figlio di contadini e dedito alla pace e alla preghiera e in parte Kikuta, erede di poteri straordinari e destinato a entrare nella cerchia dei più temuti assassini del Giappone. E poi Otori, figlio adottivo del nobile Shigeru e da costui massimamente innalzato ai valori della lealtà e della virtù. Un intreccio di ascendenze e oneri che appesantisce le spalle del ragazzino costringendolo a indurirsi le ossa per mostrarci un volto combattuto, segnato dagli errori e dalle perdite, eppure tanto più interessante di quel ragazzo ancora troppo ingenuo che si era fatto trascinare su e giù per il Giappone nel corso del primo libro.

Non è solo il lettore a rendersi conto del cambiamento: l’intero contesto narrativo ora conosce Takeo e lo desidera. Ricercato, è costretto a una condizione di perenne fuga. Odiato, è costretto a mettere in discussione i propri ideali per salvarsi la pelle. Amato, è costretto a tenere le distanze dall’unico affetto rimastogli. Intorno a lui si scatenano venti di una guerra che non irrompe mai sulla scena, ma filtra insieme alle folate di neve nei dialoghi, come l’eco di una lontana partita a scacchi che si appresta a incominciare.

SANGUE DI DONNA: LE NEVI DELL’ESILIO

Provò un’emozione improvvisa, forse paura, forse vergogna o forse un misto dell’una e dell’altra. Che cosa stava diventando? Come mai aveva quella ferma volontà maschile che pareva contro natura? Che fosse stata stregata?

Ma la vera protagonista di questo libro, introdotta in sordina nel primo volume è lei: Kaede. La ragazza smorfiosetta che ho faticato a sopportare nella scorsa puntata della saga letteraria, è il pilastro portante e la salvezza di un romanzo che rischierebbe altrimenti di ricadere in un interessante ma prolisso racconto di viaggio.

Kaede, abbandonata da Takeo, macchiata dal sangue di Iida e anticipata dalla sua nomea di calamità per gli uomini che la desiderano, fa ritorno a casa. Quella stessa casa che era stata costretta ad abbandonare all’età di nove anni e che vive nella sua memoria come ultima baia di pace in un mondo di violenza. Non è così e le pagine di questo romanzo si tingono violentemente delle sue sofferenze, del suo sangue. Un sangue dal quale rinasce stravolta e diversa.

Alle prese con un territorio devastato dalla guerra di cui è responsabile, Kaede molto più di Takeo deve fare i conti con le sfide della vita. La fame del suo popolo, in primis, la follia di un padre disonorato e caduto in disgrazia, la responsabilità di una famiglia da gestire, in sostituzione della madre defunta, la scomoda posizione di giovane donna ereditaria di un grande feudo e di un nobile titolo in un mondo di uomini assetati di potere. Kaede è una femminista ante litteram in un mondo antico e crudele che considera la donna, secondo i dettami di Confucio, inferiore, spregevole e utile solo al matrimonio.

Kaede invece vuole il potere e il denaro e gli eserciti: esige quello che le spetta ed è spietata sulla strada per raggiungerlo. Ma la sua armatura d’acciaio è più volte perforata dagli affondi della vita, così sulla scia delle sue sconfitte e rivincite, il lettore è ammaliato da questa danza incalzante. Mentre Takeo scopre sè stesso, Kaede afferma ciò che già sa di essere. Mentre Takeo fugge dal dolore, Kaede lo affronta a testa alta, conscia che solo così è possibile sfidare quella cosa chiamata destino.

“Potrei non sposarmi” osservò Kaede quasi fra sé. In quel caso, pensò, la protagonista della scena politica sarebbe forse diventata lei…

Takeo pedina sulla scacchiera di questo romanzo e Kaede scacchista sagace: a unire le loro storie il fil rouge di una passione reciproca mai sopita, che incombe sull’arazzo del loro futuro.

UN LIBRO PER RIMETTERE IN DISCUSSIONE I PROPRI GUSTI LETTERARI

Questo secondo romanzo sarà amato da pochi di coloro che hanno divorato il precedente. Inevitabilmente, si troveranno a leggere “Le nevi dell’esilio” perlopiù amanti del fantasy, che nelle pagine de “Il canto dell’usignolo” avevano assaporato con passione la dimensione epica e gli scenari immensi di una terra sulle soglie della rivoluzione.

“Le nevi dell’esilio” invece è un romanzo adatto a un pubblico decisamente più ampio (e decisamente più adulto: anche se meno diffusa, la violenza è in questo caso più acuta e sconsigliabile a ragazzi troppo giovani). Un pubblico che non disdegni l’avventura e l’intrigo, ma che sappia anche apprezzare la riflessione sull’identità personale e i quesiti sulla condotta da tenere per fare della vita la propria storia. Insomma, un libro che potrebbe deludere molti amanti del genere e avvicinare molti profani: tutto sommato, un compromesso non sconveniente.

Purtroppo, pochi di questo potenzialmente ampio bacino di lettori arriveranno alle pagine di questo romanzo, a meno che non abbiano fatto i conti col primo. Il mio invito quindi è a vagliare la possibilità di intraprendere questa lettura che, se non siete amanti del genere, potrebbe essere un po’ fuori dagli schemi, ma tutto sommato non in maniera esagerata dal momento che la magia resta sempre ai margini di una narrazione che è, prima di tutto, estremamente umana.

 

Martina Toppi

 

 

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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