Keith Moon, l’anima folle e autodistruttiva degli Who

Keith Moon, l’anima folle e autodistruttiva degli Who

«Solo il 30% delle cose che avete sentito su di me o Ozzy Osbourne o Marilyn Manson sono vere, tutto quello che avete sentito su Keith Moon è vero». Parole di Alice Cooper, uno che qualche casino l’ha combinato, nella sua vita. Tra cui, quello di fondare nel 1972 The Hollywood Vampires, un club per rockstar sulla Sunset Strip, a Los Angeles. Requisiti per entrare a far parte del club? Bere più degli altri. Keith spesso ci andava vestito da cameriera, da Papa o da generale nazista. Travestimento che una volta usò per andare in giro per le strade di Londra assieme al suo amico artista Viv Stanshall. I due uscirono a bere suscitando qualche reazione non proprio entusiasta da parte dei londinesi, così pensarono bene di allargare il “giro” nel quartiere ebraico di Londra. Perché Keith Moon era veramente pazzo.

La corsa verso l’autodistruzione

Nato a Wembley, da una famiglia piccolo-borghese, non aveva nessun disagio giovanile da esorcizzare o problematiche di altro tipo, Sin da piccolo si era dimostrato irrequieto, iperattivo: e l’ingresso negli Who, a 17 anni, fece il resto. Alcool e droga sarebbero infatti risultati un mix letale per lui. Al punto che nel periodo tra il 1975 ed il 1978, tutti i suoi amici iniziarono a preoccuparsi seriamente per lui. Tra questi, Ringo Starr, il quale gli disse esplicitamente che andando avanti così avrebbe finito per ammazzarsi. “Lo so”, fu la risposta.

Banditi a vita

Ognuno manifesta la propria eccentricità in un modo. Moon lo faceva devastando gli alberghi e inventandosi modi sempre più pericolosi per distruggere gli strumenti a fine concerto. Risultato? La band venne bandita per sempre da tutti gli alberghi delle catene Holiday Inn, Sheraton, Hilton Hotels, e Waldorf Astoria. Si stima che i danni provocati dal solo Keith si aggirassero intorno ai 500mila dollari, ma la cifra è calcolata per difetto. Una volta inserì della dinamite in una grancassa, che fece esplodere lanciandola lontano con il piede. Risultato: un pezzo di batteria nel suo braccio, i capelli di Roger Daltrey quasi incendiati. “Keith sembrava avere nove vite – ha raccontato lo stesso Daltrey – ha rischiato di morire talmente tante di quelle volte che ormai pensavamo sarebbe riuscito a scampare a qualsiasi cosa, ma un giorno non l’ha fatto”.

Il collasso sul palco

Nel 1973, durante un concerto al Cow Palace di Daly City in California, Keith Moon svenne mentre la band stava suonando Won’t Get Fooled Again (ascolta qui). Prima del concerto aveva ingerito una forte dose di tranquillanti mischiati a brandy. Venne portato nel backstage, e nonostante il cortisone ed una doccia fredda, non era in grado di continuare il concerto. “Tranquilli, ora lo svegliamo con qualche cazzotto nello stomaco”, aveva detto al pubblico Pete Townshend. In effetti Keith tornò al suo posto, e riprese a suonare. Ma nemmeno mezz’ora dopo, durante l’esecuzione di Magic Bus (ascolta qui), crollò di nuovo. A quel punto Townshend chiese al pubblico: «Qualcuno sa suonare la batteria? Voglio dire “per davvero”». Un batterista locale, il 19enne Scott Halpin, rispose alla chiamata, salì sul palco, e suonò la batteria per il resto del concerto. Per ringraziamento, ricevette una giacca del tour degli Who, che dopo qualche ora gli venne rubata. Cose che capitavano, negli anni ’70.

Le bombe a mano

Keith Moon è stato un grandissimo batterista, morto a soli 32 anni per una quantità eccessiva di pastiglie di clometiazolo, prescritte nella sua terapia contro la tossicodipendenza. Ed era totalmente fuori di testa. Una volta Pete chiese a Keith di usare il bagno: solo che mancava il water, al suo posto un enorme buco nel pavimento. Alla richiesta di spiegazioni, arrivò la risposta. «Niente, volevo solo provare le mie piccole bombe a mano. Sono fantastiche». «Fantastiche?». «Si non distruggono tutto, ma solo quello che vuoi distruggere. Sono molto potenti. Mi sa che le userò tutte». «Come tutte? Quante ne hai?». «Cinquecento».

Gennaro Acunzo

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