LESSICO FAMIGLIARE DI NATALIA GINZBURG

LESSICO FAMIGLIARE DI NATALIA GINZBURG

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. […] Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra.

Lessico famigliare è il romanzo autobiografico di Natalia Ginzburg, pubblicato da Einaudi nel 1963, anno in cui vince il premio strega. 

La Ginzburg racconta la vita quotidiana della famiglia Levi, farcita da un linguaggio ironico ed affettuoso, privo di drammaticità e patetismo. 

Una famiglia piccolo borghese ebrea di fronte alla storia dell’ascesa e della venuta del fascismo. 

Famiglia di cultura che ha allacciato amicizie e legami famigliari facoltosi, privi di arrivismo. 

Mi chiedo se per scrivere della propria vita è necessario un vissuto colmo di glorie così come di catastrofi. 

A leggere l’opera della Ginzburg pare di no. Avendo sì lei una storia gonfia di rilevanza storica ed avvenimenti tragici, ma svuota di tali elementi il suo racconto, rendendo la sua, una famiglia comune tendente al noioso. 

La resistenza dei fratelli e della madre al fascismo è accennata tra i brontolii di Giuseppe, il padre, alla notizia di un imminente matrimonio e il confezionamento di abiti mediamente costosi. 

La morte di Leone Ginzburg, dileguata in tre parole, marito di Natalia, per quanto eroica non scaturisce sconquassamento né in lei né negli avvenimenti quotidiani. Ciò non determina la sua non sofferenza, ma un racconto talvolta privato delle emozioni. 

Così come il suicidio dell’amico Cesare Pavese, che passa via come l’odio che il padre aveva per le mostre. 

La Ginzburg dà importanza ai piccoli gesti, ai piccoli avvenimenti. 

È un racconto di una storia consumata a lume di candela, con gentilezza e senza fronzoli, sfuriate, drammaticità; ma ciò non toglie la sua veridicità. 

A le prime pagine dicevo tra me: questo romanzo manca di cuore, ma poi ho inteso la breve avvertenza dell’autrice.

ho scritto soltanto quello che ricordavo […] benché tratto dalla realtà, penso che si debba leggerlo come se fosse un romanzo: e cioè senza chiedergli nulla di più, né di meno, di quello che un romanzo può dare.

E vi sono anche molte cose che pure ricordavo, e che ho tralasciato di scrivere […] non avevo molta voglia di parlare di me. Questa difatti non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia.

Lo scrittore e la scrittrice che attinge dai propri ricordi per dare struttura e parole ad un racconto, incappa nel naturale rischio d’essere poco sincero. Ma se sei un grande scrittore e una grande scrittrice, come ha dimostrato di essere la Ginzburg, svuoti il ricordo, fino a lasciarne solo il nocciolo, gettando via tutto ciò che non può corrispondere alla verità. 

Poiché si scrivere con lucidità, sapendo cosa poi quell’azione passata ha comportato e dunque ridarne l’emozione reale è difficile se non impossibile.

Concludendo, ritengo perfettamente normale se ad un’opera autobiografica manchi un po’ di cuore, il tempo e lo spazio lontano hanno reso poco afferrabile l’emozione originale, e se la si rievoca c’è il rischio che questa sia contaminata. 

Dunque meglio togliere piuttosto che caricare, risultando infine non autentico.   

Questo breve romanzo ha messo in discussione anche la mia volontà di scrivere della mia famiglia, da sempre salda in me, ma ancora poco pronta per affrontare mostri e fantasmi. Ho sempre pensato di caricare di emozioni, spesso negative, l’opera (solo nella mia testa) così dà dotarla di drammatico carisma, di sensuale tragicità. 

Ma la Ginzburg mi ha insegnato che se hai una storia, la sua semplicità e onestà sono l’inchiostro perfetto.

Francesca Sala

Quasi laureata in lettere. Lettrice per tutti, scrittrice per gli amici. Teatrante e musicista dilettante.

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