‘Certo il sogno di un altro sogno’: Epigrammi dell’inconsistenza di Remo Pagnanelli

‘Certo il sogno di un altro sogno’: Epigrammi dell’inconsistenza di Remo Pagnanelli

“La poesia non deve consolare, la bellezza non deve consolare”, scriveva Remo Pagnanelli in una sua lettera del 1984. E allora, per questo, noi dovremmo fare il fulcro della nostra esperienza di questo poeta proprio su queste parole.
Pagnanelli nasce a Macerata nel 1955 e nello stesso luogo muore suicida nel 1987. Come sempre, e ancora di più di fronte a un intellettuale che ha compiuto il gesto estremo, dobbiamo fare lo sforzo di separare biografia da bibliografia ed evitare troppo facili retrospettive a scopi di interpretazione.

Lungi da me ricorrere ai metodi puramente intrinseci di un certo, ormai datato, strutturalismo eppure, di fronte ai versi di Pagnanelli il mondo, pur entrando con dolorosa prepotenza, è guardato con un distacco e con una distanza necessari per mettere tutto a fuoco.
È così che i versi riescono davvero a parlare da sé e la sentenza che ho posto in apertura si invera sulla carta che, tolte tutte le chiacchiere e la vanità, è il luogo in cui la poesia parla.
Versi fatti di un’onestà dolorosa e senza alcun incanto che talvolta, nell’impostazione, potrebbero ricordare i testi di Larkin visti nello scorso appuntamento, ma qui dotati di un guizzo più fresco, di una gioventù solare e che pure rende necessaria l’ironia per poter resistere ai contraccolpi dell’esistenza.

Sogno

La raccolta di cui ci occupiamo questo mese è intitolata ‘Epigrammi dell’inconsistenza’ (disponibile oggi nella splendida opera omnia pubblicata da Donzelli Poesia), la prima ad essere realizzata in senso cronologico ma non la prima ad essere data alle stampe. Le poesie che la compongono sono state elaborate nel triennio 1975-1977, un periodo quindi in cui Pagnanelli era poco più che ventenne e, nonostante questo, già totalmente addentro al discorso della morte come elemento strutturante e ordinatore dell’esistenza.
A questo proposito il mio pensiero vola al filosofo Cioran che nel suo “Al culmine della disperazione”, aggiunge una postilla a un suo testo che fa così: ‘righe scritte oggi, 8 aprile 1933, giorno in cui compio ventidue anni. Provo una strana sensazione al pensiero di essere diventato, alla mia età, uno specialista nel problema della morte’. E certo una tale, inusuale competenza, si attagliava anche a Pagnanelli all’alba dei suoi vent’anni.

Gli ‘Epigrammi’ si aprono subito su una visione latamente (o ironicamente fatalistica) della vita, con l’idea della chiusura in un meccanismo superiore: ‘Non ci lascia mai incolumi la divinità felpata. | Noi la subiamo come l’eccessivo caldo | o il troppo freddo’. La ‘divinità felpata’ sembra soprattutto un riferimento simbolico non alla fede ma alla religione in senso etimologico, come di dominio dall’alto e di indifferenza alle sorti. In questo senso un dio, se pure si pensa possibile, viene depotenziato nel suo rapporto con l’uomo e riposto in una visione epicurea di divinità totale e imparagonabile.
La vita così, può solo subirsi, come le più banali delle sensazioni: la vita può soltanto passarci attraverso e non viceversa.
Da questi presupposti, chiari sin dal primo testo, è quasi naturale che il discorso scivoli e lambisca la morte, così che tra questa e l’amore si svolga il percorso poetico di questo primo Pagnanelli.
D’altronde amore e morte (basti pensare all’abusatissimo eros kai thanatos) sono necessariamente intrecciati: sono le forze maggiori della vita è il motore della volontà. Per tacere della stessa sostanza che li compone.

La vita allora, velata o svelata nel suo componente fondante di morte viene osservata con un’ironia che non rinuncia a servirsi anche di giochi di suono (‘Exit Remus. Oremus pro eo.’), o facendo collidere alto e basso (‘Tramontano le Pleiadi. Presto | ci raggiungeranno sotto mentite spoglie | nei canali uretrali […]’), come a sancire la qualità oscena o basso-corporale di una natura meramente biologica, di un’esistenza guardata dall’alto (se guardata) con distacco e senso della miseria (‘colti dalla cenere di un mondo visto | dall’alto, nello spolio e nell’inumazione…’).
È la vita cioè a non consistere e allora gli Epigrammi non possono che parlare di essa che non possiede la sostanza per essere qualcosa se il suo fondamento è la morte e, dunque, una negazione ab origine.

Si scrive ‘Cadere o decadere? Si tratta di un trascolorare | a vari livelli senza che il giorno della comparizione | possa dirsi arrivato’, perché si muore ogni giorno, per legge naturale, per una costante cosmica a cui non serve il giorno finale.
Vita che viene osservata come dentro un gioco, sempre con questa ironia macchiata di stanchezza, come in fuga, come se si sognasse di poter vivere un’extra-esistenza fuori dal corpo (‘Vorrei fare una lunga vacanza nella terra | […] in più sciolto da ogni esperimento di corporeità’).

L’io ondeggia, quindi, tra un desiderio di abbandono in uno stato liminare che non assomiglia a nulla (‘Forse l’eterno è in questo dormiveglia’) e uno di riscatto, come in questo incipit: ‘Sù, smetti infine di darti pace, | sai fare il morto da troppo tempo’ in cui l’io frusta la sua propria rassegnazione in versi immaginosi, trasvolanti dal pieno sapore montaliano ‘[…] nella pioggia s’infolta | della sciabica in un lume come d’arcipelago’.

Estremo per precisione e compattezza anche il dittico ‘Alla Musa’, specie nel suo primo testo, in grado di confondere sapientemente poesia e femminino in un gioco di rimandi che è stupendo decidere di non districare: ‘Come fu difficile ricacciarti nell’ombra. | […] mi rifacevo nel verso di te che eri memoria’. Inseguire nella memoria un passato e, dunque, poesia e amore come verso, come lato secondo del recto della vita, come paradigma di dolore e inconsistenza. E allora proprio questo stare in bilico tra volontà e rinuncia, tra un vecchio verso e un vecchio amore, conduce l’io a una vana rincorsa e all’ennesima, frustrante vanità: ‘Del resto anche questo inseguirti è essere vani | e inconsolabili’.

Il testo che segue il dittico fa da ideale richiamo, per cui a un inseguimento segue il tonfo della sconfitta, superiore ai gesti, al tentativo dei versi, al desiderio di ritrovarsi in un ‘impeto non discorde’. Alla fine, però, l’io capisce che ‘nell’aspettare dimentico’ e ogni attesa porta con sé miseria e spreco mentre la vita si risolve nel suo rituale più oscuro e fondativo: la dimenticanza che nemmeno ‘un volto che scuce sorriso di donna’ può riportare a casa.

Il residuo è una stanchezza, quella di ‘animali non più ferini ma come intristiti’ in un mondo che ha visto la ragione involarsi e perdersi. Lo stesso si legge a chiare lettere quando l’io dice di sé: ‘L’hidalgo è stanco’ e questo, banale e lapidario, sarebbe dire tutto, quando manca la forza di gettarsi oltre, la forza di sperare e di credere, quando manca ‘anche la sua bianca allegria | che pure gli sembrava prodigio inattaccato’.

Della vita allora resta l’affresco impietoso di ‘Notte di Natale’, quando la morte passa non vista nelle spoglie di un ‘animale braccato’, quando si vuole che le cose durino ancora un po’ (‘Tu vuoi che le piante grasse | si trasferiscano al Natale da questo autunno’) ma alla fine è solo un altro momento di menzogna, tra ‘bambini adulterati’ da troppo inconsistente realtà e dall’incapacità di muoversi per andare (‘noi non riusciremo | a scrollarci dai radiatori […] | così dormiremo’). Questo sarà lasciarsi morire di una vita innominata, mentre i veri morti ‘parlano forte’ come a vaticinare per noi dall’esterno in una lingua di cui non possiamo conoscere il codice. I ‘vegliardi’ che fingono di esistere non sentono che un crepitio di rami, ‘un termine | che non ammette repliche’.

Al fondo della sala, delle strade battute o semivuote del 31 dicembre, l’io si pone come ombra tra le ombre e tutto riesce a riassumere in sé, di un passato svanito, di un futuro sconosciuto, inconoscibile: ‘Prima di partire | io mi chiedo come sarà il dopomezzanotte | – starò, è certo, fra amici ma non | volevo dire questo […]’.

Levità posatasi dal cielo
in pura schiera di pulviscolo,
svenata dalla spiovente morte,
la migliore a chiedersi perché è un addensarsi
di care memorie nel crepuscolo
a tratti invisibile –
forse è il sogno ad accomunarci nel suo profilo
di cristallo, un sogno improbabile della tua fattezza
meravigliosa, di una vita non più a brani,
certo il sogno di un altro sogno.

Nella sezione ‘Canti privati’ l’amore si mescola al pensiero della morte e nel suo scatto lo sovrasta. L’amore occupa i pensieri, le cose cioè che hanno peso, che hanno importanza. L’aggettivo privato, inoltre, rimanda quasi come un topos a una dimensione interna tra l’io e un tu che dal lato del lettore non può essere conosciuto completamente, ma osservato solo di scorcio, come nell’indistinzione di un sogno (un simile espediente linguistico era quello di Elio Pagliarani e del suo ‘Inventario Privato’).

L’amore, però, pure capace di occupare i pensieri e cioè ponderoso, giunge come la levità che apre la sezione, come una cosa scesa da un’altra altezza e plana sulla terra. Quanto è difficile prendere al volo una piuma che discende dalle nuvole?
L’amore allora avvolge la vita come in un sogno, parola ricorrente e quasi monologante nel primo testo e nel resto della sezione. Amore leggero e lontano, portato da un vento che ‘s’intiepidisce | e smotta un altro ciuffo verderame di fiato e di calore’.
Ancora, amore vicino e lontano, potenza e assenza se la vanità di tutte le vanità è proprio la scomparsa di un amore avuto. Amore che è ‘una gioia così distante e incastonata | in un fondo dorato’ per cui, quando l’io lo stringe forte a sé, può dire ‘Io posseggo stasera | ogni ricchezza […] | perché amo, amo fino all’estenuazione’.

Val bene per l’io perdere le forze per questo amore, val bene lottare per esso anche contro il suo ostinato silenzio, anche quando confonde e non sa più ‘se ridere | con trasporto o separarmi | tramite una cortina di pianto’.
Amore e morte coincidono perché la vita, che è il loro fenomeno superficiale, si trasforma in loro di continuo: da che è morte (o decadenza) si fa amore che è potenza, sogno, volontà, tensione e valicare l’invalicabile. Un amore a cui si crede e che ci viene strappato equivale a una morte, non del corpo ma di una certa sfera di bellezza, di uno schema di felicità che non si può riutilizzare ma dev’essere necessariamente sprecato, riconsegnato alla misera della vita-morte.

L’amore rischiara tutto: negare l’amore è accogliere la morte, dover dimenticare ‘lo scarto dello sguardo | incline alla vita che verrà, come sogno ed avventura, chi lo sa | nemmeno tu conosci […]’, ignorare lo spiraglio, ritornare a perdersi come si faceva prima nel ‘fondo discosto | che confonde’.

Nel finale della raccolta il carattere privato dei testi impedisce di conoscere, se non con ambiguità, le sorti di questo amore e della morte dalla quale scampa. Nella serie di testi ‘Tre principi in fuga’ non mancano segnali negativi come in questi versi: ‘La mia iterazione possessiva – il tu – | od ossessiva – tu ancora – scopro che è | monologante, e questo malgrado tu esista | ed insista a carpire la mia voce’; o positivi come in questi che riporto sospesi: ‘Mentre sto per inoltrarmi a partire | con te nel folto della sera, | l’orizzonte si muove impercettibilmente’.

Ma è solo in ‘Continuum’ che il discorso si chiude, su questa vita come meccanica necessità di un circolo incapace di evolvere, di fluire, di aprire un passaggio: ‘Quando il cerchio si stringerà | canticchiando la solita solfa ne varietur | il continuum inammissibile dell’opacità’.
Circondato da vanità, stanchezza o tentato dalle fughe nella levità dell’amore, la vita è ‘certo il sogno di un altro sogno’ e alla morte l’io può dire solo ‘accelera’.

Massimo Del Prete

In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.

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