Muddy Waters, Re e profeta del blues elettrico

Muddy Waters, Re e profeta del blues elettrico

Faceva molto caldo in quell’estate del 1941. Hitler aveva appena sconfessato il patto Ribbentrop-Molotov aggredendo l’Urss, gli Stati Uniti avevano lanciato ai giapponesi l’esca di Pearl Harbour, poi erano entrati in guerra. Nello stesso periodo, due giovani musicologi, antropologi e studiosi di folklore americano, partivano per un viaggio che avrebbe letteralmente sconvolto la storia della musica moderna. Avevano rimediato una grossa automobile nera, ci avevano piazzato all’interno cibo in scatola, riviste, e un grosso registratore chiuso nel baule. Lavoravano per la sezione musicale della Biblioteca del Congresso: si chiamavano Alan Lomax e John Wesley Work.

Il primo era stato già indagato dall’Fbi perché ritenuto “un individuo molto strano: si interessa soltanto di musica folk, è davvero poco affidabile e scontroso. Non dà alcun valore ai soldi, usa la sua proprietà e quella del governo con negligenza, praticamente non si cura del suo aspetto. E’ impiegato alla Sezione Musicale della Biblioteca del Congresso, e sulla base del resoconto è un simpatizzante del Partito Comunista”. Il secondo stava portando avanti un progetto con la Fisk University: risalire alle influenze africane nella cultura della popolazione del Delta del Mississipi. In particolare, il loro obiettivo fu l’area di Coahoma County, il cui centro più importante all’epoca era Clarksdale.

ACQUE FANGOSE

Prima del boom industriale, Clarksdale era poco più di una baraccopoli. E in alcune zone, lo era davvero. Ollie Morganfield era un contadino e un musicista di Rolling Fork, nel Mississipi. Sua moglie, Berta Jones, morì nel 1916 quando il piccolo McKinley aveva tre anni e altri nove fratelli. Fu allora che la nonna prese con sé alcuni di loro, trasferendosi proprio a Clarksdale, dove si viveva raccogliendo cotone nei campi per 50 cents al giorno, prima che l’industria pesante trasformasse i contadini da ex schiavi a schiavi moderni. Il piccolo McKinley nel tempo libero amava sguazzare in un piccolo stagno fangoso dietro casa, mentre la nonna lo osservava dalla finestra della cucina. Di qui il soprannome, o il nome, che nel 1987 sarebbe entrato nella Rock’n’Roll Hall of Fame: Muddy Waters, letteralmente acque fangose. E questo sua nonna non avrebbe mai potuto immaginarlo.

DAI BIDONI ALLA CHITARRA

All’età di nove anni, Muddy iniziò a suonare l’armonica, a cantare accompagnandosi coi bidoni di cherosene nelle festicciole improvvisate del fine settimana. A sedici anni imbracciò la chitarra, e non l’avrebbe più posata. Aveva uno stile artigianale, cupo e profondo: non virtuoso come Earl Hooker o Fred McDowell, ma originale, essenziale e diretto. “Per avere lo slide perfetto immergevo un collo di bottiglia nel cherosene, poi lo accendevo, lo lasciavo bruciare, e lo picchiettavo per romperlo nel punto in cui calzava come un guanto nelle mie dita. Ognuno deve farsi lo slide a sua misura…”. Questo era Muddy Waters. Uno che per arrotondare i guadagni da musicista alle prime armi guidava il trattore alla Stovall Plantation e distillava whisky clandestino. Suonò anche nei bordelli di St.Louis e Memphis, tornò a Clarksdale dove aprì una bisca in cui si esibiva con gente del calibro di Elmore James e Sonny Boy Williamson.

I RACE RECORDS, IL DOWNHOME E IL PRIMO 78 GIRI

Poi, nel 1941, l’incontro che avrebbe cambiato la sua vita, e non solo. I contadini del posto misero Lomax e Work sulle tracce di Muddy Waters, definito come “l’unico che suonasse la musica down home da quelle parti”. Muddy aveva imparato a suonare la chitarra grazie ai Race Records di Leroy Carr, Son House e Robert Johnson. Tra il 24 ed il 31 agosto passò molte ore seduto a registrare canzoni ed a raccontare aneddoti al registratore che Lomax e Work avevano tirato fuori dal baule. Molti mesi dopo, arrivò a Muddy un assegno di venti dollari ed un 78 giri (che non sarebbe mai stato pubblicato) con su incise Country Blues e I Be’s Troubled (ascolta qui). La celebrità locale era arrivata, e dopo un anno la scena si ripetè. Muddy e i suoi amici, i Son Simms (un gruppo celebre all’epoca da quelle parti) incisero moltissimi brani, che insieme alle registrazioni dell’anno precedente avrebbero fatto parte di una raccolta pubblicata dalla Chess Records nel ’97.

DA CLARKSDALE A CHICAGO

I tempi erano maturi per il grande salto. Nella primavera del ’43 Muddy decise di mettersi in gioco, e andò a Chicago in cerca del successo. Dopo pochi giorni, lavorava come facchino e scaricatore di camion alle cartiere Western Mills, ma la svolta era dietro l’angolo. Sulla via che era stata tracciata da Howlin’Wolf (leggi anche qui) e Little Walter, Muddy Waters diventerà il terzo e forse più influente “gigante” dell’elettrificazione del blues, al quale generazioni intere di musicisti si sarebbero ispirate. Nel settembre del ’53 infatti la Chess Records concederà a Muddy di registrare con quella che nel frattempo era diventata la sua band. Una band dal suono vigoroso e potente, dotata di un’energia pulsante che avrebbe sbancato la scena di Chicago. Little Walter all’armonica, Jimmie Rogers alla chitarra, Elga Edmonds (noto anche come Elgin Evans) alla batteria e Otis Spann al piano. Quella band, durante tutti gli anni cinquanta, avrebbe registrato una serie di classici passati alla storia del genere, con l’aiuto del bassista/cantautore Willie Dixon, che per loro compose classici come Hoochie Coochie Man (ascolta qui), I Just Want to Make Love to You, e I’m Ready.

THE MASTER HAS WON

Sull’enorme l’influenza che Muddy Waters ha avuto sui successivi musicisti rock e pop, si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Quando morì, il 30 aprile del 1983, Bb King disse che «dovranno passare anni e anni prima che la maggior parte della gente comprenda quanto è stato grandioso per la storia della musica americana». Uno dei suoi maggiori successi fu Got my mojo workin (ascolta qui): e sulla sua lapide c’è incisa la scritta “The Mojo Is Gone. The Master has Won”. E pensare che in quella calda estate del 1941 Lomax e Work erano partiti alla ricerca di Robert Johnson, senza sapere che era morto tre anni prima a Greenwood, probabilmente avvelenato da un oste geloso. Ma questa è un’altra storia.

Gennaro Acunzo

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