Distruzione dell’ottimismo e inno alla semplicità: il Candido di Voltaire e Sciascia

Distruzione dell’ottimismo e inno alla semplicità: il Candido di Voltaire e Sciascia

Due ragazzi, stesso nome, duecento anni di distanza.
Stiamo parlando del Candido di Voltaire e del Candido di Sciascia. Il primo scritto nel 1759, il secondo nel 1977.
Veloce, scattante, ritmata, assurda è la trama in cui si muovono i due Candidi: due epoche diverse ma un solo universo caleidoscopico dove la moltitudine di colori è pari alla quantità di ingiustizie, contraddizioni e colpi di scena.

Partiamo con Voltaire: “Candido, ovvero l’ottimismo

Candido, nato nel castello di un barone della Vestfalia, cresce al fianco del suo precettore Pangloss, insegnate di metafisico-teologo-cosmoscemologia, dal quale assorbe la filosofia ottimistica secondo cui “siccome tutto è stato creato per un fine, tutto è necessariamente per il migliore dei fini”.

Candido, che ascoltava attentamente e innocentemente credeva, cresce convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili; anche dopo essere stato rapito dai bulgari e costretto a farsi soldato, anche dopo essere riuscito a scappare dall’esercito e ridotto a mendicante, Candido è ancora pronto a sostenere che “tutto va nel migliore dei modi”.
Ma dopo tempeste, naufragi, terremoti, duelli, fustigazioni a Candido nasce spontaneo un dubbio:

“Ebbene! caro Pangloss, quando siete stato impiccato, caricato di botte e avete remato sulle galere, pensavate sempre che ogni cosa andava benissimo?”
“Mantengo sempre la mia primitiva opinione -rispose Pangloss- perché insomma son filosofo; e sarebbe sconveniente disdirmi”.

Forse è meglio, conclude Candido, smettere di porsi troppi interrogativi metafisici ed affrontare i problemi in modo pratico. Candido abbandonerà così le speculazioni filosofiche per mettersi a coltivare un piccolo terreno.

“Ben detto – rispose Candido – ma dobbiamo anche coltivare il nostro orto”

(Fun fact: Voltaire ultra settantenne si dilettava davvero a zappare il suo orto a Ferney).

Sciascia: non una riscrittura, ma una continuazione

Ed ora è il turno del Candido di Sciascia: “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia”.
Siamo nel 1943, quando in Sicilia guerreggiavano armate americane, britanniche e tedesche. E durante uno dei tanti bombardamenti, in una grotta, nacque il figlio dell’avvocato Munafò a cui venne dato il nome Candido. Candido fin da subito rivela di avere un carattere mansueto e estremamente distaccato: indifferente sia al padre che alla madre non risentirà della fuga di quest’ultima con un capitano americano né tantomeno soffrirà per la morte del padre.
Considerato da tutti “un mostro” verrà affidato alla tutela del nonno, il generale Arturo Cressi, ex fascista ora deputato della Democrazia Cristiana. Come nel Candido volterriano, anche il Candido siciliano viene affiancato nella sua formazione da un precettore, questa volta Don Antonio, un arciprete comunista che tenta in tutti i modi -fallendo- di psicanalizzare il giovane Candido.

“Così per anni di fronte, un tavolo in mezzo su cui stavano un crocifisso di bronzo, un calamaio di peltro, gli Atti degli Apostoli e le opere di Freud e di Jung, stettero a scrutarsi, a spiarsi. Parlavano di tante cose, ma sempre, entrambi, con quel pensiero. E arrivarono così a volersi bene”

Ed eccoci arrivati all’età della giovinezza, che per il Candido di Sciascia comincia come per il Candido di Voltaire si era conclusa: coltivando il proprio orto. A Candido infatti era nata questa voglia di lavorare le terre di sua proprietà e ogni giorno, nonostante l’odio che i contadini avevano verso di lui, che era il padrone, si faceva regolarmente le sue ore di zappata per poi godersi un po’ di sana stanchezza.
Il Candido di Sciascia, pur non essendo vittima delle stesse sventure volterriane, sarà però sempre al centro di scandali e di contraddizioni infinite (“infinite” nel senso che perdurano e perdureranno in qualsiasi società). Ma Candido, con la sua semplice visione della realtà, difficilmente ne verrà urtato. La sua innata indifferenza e il suo savio menefreghismo riescono a trasmettere al lettore un incredibile senso di leggerezza.

“Siamo al melodramma – disse Candido. Poi, dopo un lungo silenzio, stancamente disse – Ma le cose sono sempre semplici”

Due motti: “tutto è bene”, “tutto è semplice”

Sia nel Candido di Voltaire che in quello di Sciascia troneggiano due massime.
Nel primo caso il motto è “tutto è bene”. Sì, perché effettivamente il fulcro di questo romanzo (che per la precisione è una favola filosofica) non sono le mille avventure di Candido sballottato dagli eventi da una parte all’altra del globo: il nocciolo di questo testo è l’ottimismo, o meglio, la riduzione all’assurdo dello stesso.

“Che cosa è l’ottimismo?” diceva Cacambò.
“Ahimè! – disse Candido – è la mania di sostenere che tutto va bene quando si sta male”

Quello di Voltaire è un attacco diretto all’ottimismo metafisico di Leibniz. Quest’ultimo, filosofo tedesco, nella sua Monadologia (1720) scriveva che il mondo in cui viviamo è sicuramente al suo “più perfetto stato possibile e sotto il suo più perfetto monarca”. Teoria, questa, che Voltaire intende screditare mostrandone la concreta inapplicabilità alla vita.
Chi a parte Pangloss, personaggio-pupazzo rappresentante dell’ottimismo leibniziano, avrebbe il coraggio di dire ad un sifilitico che l’essere affetti da questo morbo è un male “indispensabile …

perché se Colombo non avesse pigliato in un’isola americana questo male, non avremmo né cioccolata né cocciniglia” ?

Colta l’ironia con cui Voltaire parla dell’ottimismo bisogna dunque concludere che per antitesi, forse, il vero motto di questa favola è: non interpretare la realtà attraverso teorie che tentano di spiegarla ma piuttosto guarda e vivi la realtà senza alzare problemi che la superino, perché anche se ci fosse un piano divino non ci sarebbe dato saperlo.

Se il “Candido” di Voltaire è una favola filosofica, quello di Sciascia può essere definito un’ apologia politica dello scrittore stesso che, entrato nel PCI come indipendente, si era poi dimesso dalla carica di consigliere per via della sua contrarietà al compromesso storico.
Il motto del Candido di Sciascia è “tutto è semplice”. Del resto il personaggio di questo sogno siciliano rappresenta un punto di vista privo di pregiudizi, non corrotto dall’interesse e dalla malizia; un punto di vista così inusualmente puro da essere trattato con sospetto.
Candido, come aggettivo, d’altronde sta per “d’animo semplice”, franco e schietto.

“Ché a vederle, le cose si semplificano; e noi abbiamo invece bisogno di complicarle, di trovare cause, ragioni, giustificazioni. Ed ecco che a vederle non ne hanno più; e a soffrirle, ancora di meno”

Candor Candidorum

Ma in cosa consiste questo candore che entrambi i protagonisti portano nel nome?
Il candore dei due Candidi è dato dal loro sguardo sulla realtà; uno sguardo che esula dalla visione morale comune. Quello del Candido di Voltaire è lo sguardo di un giovane utopista che, con piena fiducia nelle parole del proprio precettore, vorrebbe sinceramente credere in un mondo dove i mali della vita non sono altro che le ombre di un bel quadro – anche quando l’evidenza è più che contraria.
In modo diametralmente opposto, lo sguardo del Candido di Sciascia è uno sguardo totalmente impermeabile a qualsiasi norma o tradizione. Proprio questa assenza di sovrastrutture rende la prospettiva di Candido pura, semplice, e per questo direttamente proiettata verso la verità.

In conclusione, i due Candidi hanno poco in comune a parte il nome e un percorso di vita che, a ben guardare, potrebbe avere qualcosa di simile.
Non a caso Sciascia, elevando lo sguardo del suo Candido ad un piano metaletterario, fa smentire al personaggio stesso il proprio debito verso Voltaire.

“Davanti alla statua di Voltaire Don Antonio si fermò – Questo è il nostro padre – gridò poi – questo è il nostro vero padre. Candido lo staccò dal palo, lo sorresse, lo trascinò. – Non ricominciamo coi padri – disse. Si sentiva figlio della fortuna; e felice”

 

Vorrei infine consigliare la serie di illustrazioni realizzata da Paul Klee per il “Candido di Voltaire che potete trovare qui. Le figure allungate ed elastiche ben si sposano con le parole di Calvino, che aveva definito i personaggi del “Candido” come “fatti di gomma”.

Insomma, io ho voluto giostrarmi tra due grandi classici della letteratura ma se invece siete in cerca di novità ecco qui l’articolo di Valentina Sprega sull’ultimo romanzo di Daniele Rielli, Odio. 

Sara Squillaci

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