CREATURA DI SABBIA: ELOGIO DELLA CRUDELTÀ E DELLA DISPERAZIONE

CREATURA DI SABBIA: ELOGIO DELLA CRUDELTÀ E DELLA DISPERAZIONE

L’impronta di mio padre è ancora sul mio corpo. Forse è morto ma so che tornerà. Una sera scenderà dalla collina e aprirà le porte della città una ad una. Questa impronta è il mio sangue, il cammino che devo percorrere senza distrarmi. Non provo pena. Il dolore se ne va.

Mohamed Ahmed è la Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun, nasce femmina, ma il padre la costringe ad essere maschio, a dispetto del suo corpo e dei suoi sentimenti. 

Da tutti è considerato il nuovo capofamiglia. 

In un Marocco favolistico, senza età, si sviluppano i tormenti, le ossessioni, le violenze e i paradossi di un mondo arabo, tra tradizioni e tabù. 

Ahmed è l’ultimo di otto figlie, tutte femmine. E secondo la tradizione musulmana rappresenta la morte.

La linea sulla quale il padre agisce è labile, un miscuglio tra crudeltà e disperazione. 

Ahmed, Zahra da donna ribelle o semplice donna che si ricongiunge col suo essere, confessa al suo diario: «essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è una illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa». 

E ancora confuso: il ragazzo «che aveva seni da donna», la ragazza «con la barba mal rasata».

L’autore fa dire al padre di Ahmed-Zahra: «prima dell’Islam, i padri arabi gettavano i neonati di sesso femminile in una buca e li ricoprivano di terra per farli morire. Avevano ragione: si sbarazzavano di una sventura.»

Jelloun costruisce il testo come uno spettacolo, denso di collage e incastri, i registri linguistici si adattano ai diversi narratori, ora grezzi ora sofisticati. 

La storia si crea e sviluppa in altre storie, il diario intimo del protagonista si intreccia con le epistole, la voce del cantastorie, in possesso dei manoscritti originali, e di altri legittimi e illegittimi signori conoscitori della verità. 

La magia del mondo arabo e la magia del testo scritto e orale, si trovano completamente fusi e riverberati uno nell’altro. [Tondelli, 1987]

La scrittura di Jelloun è definita dal curatore E. Volterrani «eclettica in modo imprevedibile, ellittica e fantasmagorica».

Tutto balla abilmente su di una musica onirica che mai scema.

In occasione di una conferenza all’università di Torino, come riporta la giornalista N. Aspesi, con un certo snobismo, a chi apprezza del suo libro il mistero profumato, onirico, dei racconti orientali, dice di non aver mai letto Le mille e una notte. Eppure è in un clima di fiaba che lo scrittore ricorda la sua fanciullezza: «Sono stato molto malato da bambino sempre a letto dai quattro ai sette anni: ero circondato solo da donne che mi raccontavano storie meravigliose, io osservavo la loro esistenza così piccola, servile, il loro universo domestico consunto e misero. Non mi è piaciuto fin da allora: ne ho provato pietà e rabbia, la certezza di una ingiustizia supinamente accettata. Ad amare e a rispettare le donne mi ha insegnato mia madre, senza la quale non sarei mai diventato uno scrittore. Ho una moglie che, per fortuna, in casa non sa fare niente, mentre io sono un cuoco eccellente e mi occupo della cucina per tutta la famiglia».

Creature di sabbia non è solo un romanzo, è un’opera di psicologia, sociologia e magica filosofia. 

È il grande classico dell’autore francese più tradotto all’estero; dell’autore magrebino più francese di un francese, che confessa: «non ho mai scritto in altra lingua che in francese perché è la sola che conosco veramente bene. A scuola era la lingua ufficiale; solo in casa si parlava arabo e io non sono in grado di scrivere, quelli per me sono ormai solo i suoni dell’infanzia familiare».

Francesca Sala

Quasi laureata in lettere. Lettrice per tutti, scrittrice per gli amici. Teatrante e musicista dilettante.

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