Un’Odissea di padri e figli

Un’Odissea di padri e figli

Quando hai 6 anni e ti chiami Penelope tra i banchi di scuola non trovi tanto facilmente una bambina tua omonima. All’inizio ti fa sentire un po’ sola, poi un po’ speciale. Allora cerchi di capire perché i tuoi genitori hanno deciso di darti proprio questo nome, così lungo, altisonante, diverso da tutti gli altri. Scopri che deriva da un personaggio letterario. Penelope è la saggia e fedele moglie di Odisseo, il protagonista di uno dei due poemi omerici. C’è chi ti prende in giro perché non lo sa. Ma tu con un certo imbarazzo misto a orgoglio te ne vai in giro annaspando nel tentativo di essere all’altezza del nome che porti. E tenti di conoscerne le radici.
Credo sia anche per questo che ho deciso di studiare Lettere classiche all’università. Credo sia per questo che ho iniziato a leggere Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea di Daniel Mendelsohn.

L’Odissea, insieme all’Iliade, è il fondamento della letteratura greca antica e di quella occidentale in genere. Non è un caso che il primo autore della letteratura latina, Livio Andronico, componga nell’arcaico verso saturnio l’Odusia, una traduzione artistica del poema di Omero. D’altronde l’opera che prende il nome dall’eroe greco Odisseo ha ispirato non solo i latini, ma anche Dante e gli scrittori della letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento. Infine il capolavoro omerico influenza anche l’irlandese Joyce, che scrive l’Ulysses.

Il magico potere dei poemi omerici sta nel loro essere un’enciclopedia tribale secondo la definizione di Eric A. Havelock esposta in Cultura orale e civiltà della scrittura. Da Omero a Platone (1963). Secondo il classicista britannico, le due opere falsamente attribuite a Omero sarebbero state tramandate oralmente per secoli. Si sarebbero in seguito ampliate ed arricchite a ogni recitazione con nuove conoscenze con lo scopo di perpetuare l’immenso patrimonio della tradizione culturale greca. Proprio per questo motivo, l’Odissea è sempre attuale: essa espone minuziosamente le usanze, gli schemi comportamentali, i culti e i riti alle origini della nostra stessa civiltà. E sempre per questa ragione tale poema si presta a numerose riletture e interpretazioni. Anche a quella autobiografica di Mendelsohn che è ironica, sagace, profonda e senza dubbio tra le meglio riuscite degli ultimi anni.

ODISSEO È UN EROE?

Daniel Mendelsohn, professore di Letteratura greca al Bard College, a poche ore da New York, nel 2011 decide di tenere un seminario sull’Odissea destinato alle sue matricole. Suo padre, Jay, un matematico ormai ottantunenne, è da sempre pentito di non aver proseguito gli studi classici che pure lo avevano tanto affascinato in gioventù. Taciturno e solitario, durante tutta la sua vita, egli si dedica maldestramente e con scarso successo alla lettura di alcuni manuali per rispolverare le basi della grammatica latina. Ma quando viene a conoscenza dell’argomento del corso che suo figlio è prossimo a tenere in Università senza esitazione gli chiede di partecipare. Dopo aver promesso di seguire le lezioni in religioso silenzio, ottiene il consenso del figlio e scarica il poema sul suo iPad. Appena iniziato il corso, Jay si rivela uno spettatore tutt’altro che invisibile. Egli non perde mai l’occasione per dire la sua: critica frequentemente le interpretazioni e le spiegazioni del figlio, ma soprattutto sottolinea fino allo sfinimento che Odisseo non è affatto un grande erooooe, come invece si è soliti credere. Pragmatico e amante delle scienze esatte (egli tiene sempre a precisare che x è x), non prova alcuna ammirazione nei confronti del famigerato ingannatore che invece spesso confonde realtà e fantasia.

Non capisco perché dovremmo considerarlo un grande eroe. Tradisce la moglie, va a letto con Calipso. Perde tutti i suoi uomini, quindi come comandante fa schifo. È depresso, piagnucola. Se ne sta con le mani in mano a dire che vuole morire.

L’anziano burbero e brontolone crea inaspettatamente un fertile clima di dibattito in classe. Sono le sue idee anticonformiste e affermate a gran voce che fanno ridere e riflettere gli studenti, a volte più di quelle del professore stesso.

A quel punto Jack sbottò, Mi scusi, professore, non vorrei offenderla, assolutamente, ma a volte, ora ad esempio, mi sembra che lei abbia in testa un’interpretazione che ritiene giusta e voglia per forza portarci a vedere le cose a modo suo, liquidando tutto quel che non combacia con la sua interpretazione. A me questa idea sembra una figata.

In effetti, dopo la conclusione del semestre, i ragazzi stessi mandano alcune mail di ringraziamento al professore, dimostrando il loro apprezzamento riguardo alla presenza di suo padre in classe. Quei diciottenni con ancora tutta la vita davanti non possono che rimanere a bocca aperta davanti all’umiltà e alla saggezza socratica di un uomo che, ormai raggrinzito dagli anni, ritorna studente, e per di più studente di suo figlio.

UN’ODISSEA DI PADRI E FIGLI

È questo il motivo per cui sento di non aver mai davvero conosciuto mio padre finché non ho cominciato a leggere seriamente i classici.

Mendelsohn stesso si rende conto che non è mai troppo tardi per imparare. Inaspettatamente, quando suo padre è ormai anziano, scopre di non aver mai avuto modo di conoscere alcuni aspetti di lui. È sempre stato fossilizzato su un unico punto di vista, quello del figlio con un padre troppo freddo, distante, duro per i suoi gusti. Anche dopo la fine del corso, l’autore teme che i suoi studenti non abbiano gradito gli interventi acidi del padre a lezione. Ma è proprio attraverso gli occhi compiaciuti degli studenti che ben presto scopre che non è affatto così. Il narratore è un novello Adamo che apre per la prima volta gli occhi su quel mondo che è Jay Mendelsohn, non solo suo padre, ma un aner polytropos, ovvero un uomo dalle molte svolte, proprio come Odisseo.

La visione che Mendelsohn ha del padre si fa poi caleidoscopica nel corso dei mesi successivi. Su suggerimento di Froma, l’insegnante universitaria dell’autore, il professore prenota per sé e suo padre una crociera che ripercorre i luoghi identificati dagli studiosi come tappe delle avventure odissiache. Anche in questo contesto frivolo e piacevole, diverso da quello serioso dell’Università, il padre dimostra di aver ancora molto da rivelare di sé al figlio. E forse la parola più adatta a identificare questo processo di riscoperta dell’altro è proprio anagnorisis, “riconoscimento”. Si tratta di un tema fondamentale nella seconda parte del poema omerico in questione: il riconoscimento caratterizza l’incontro di vari personaggi, tra i quali, in particolare, prima Odisseo e Telemaco e poi Laerte e Odisseo. Il protagonista dell’opera è un uomo di mezz’età, lontano dalla sua Itaca da ormai vent’anni, che si rivela al figlio che ha lasciato neonato, ma è anche quel figlio che si svela al padre che ha abbandonato nel momento più fragile dell’esistenza. Nel primo caso, Odisseo dimostra un certo autocontrollo nel non affrettare il riconoscimento e nel frenare le emozioni dopo aver convinto Telemaco incredulo della propria identità. L’eroe non riesce a mantenere la stessa freddezza però quando parla con il debole Laerte.

L’Odissea dunque non è solo una storia di mariti e mogli, è anche, forse ancor più, una storia di padri e figli.

Anche il cuore di Daniel si scioglie davanti ad un Jay sempre più fragile del quale egli impara ad apprezzare la compagnia, avvicinandosi a lui proprio grazie all’Odissea. Il padre, infatti, risulta inaspettatamente gioviale ed espansivo quando di sera i due si trovano con gli altri passeggeri della nave da crociera a sorseggiare cocktail e a cantare a squarciagola. Ma soprattuto Jay si comporta in maniera sorprendentemente tenera con il suo figlioletto ormai cresciuto quando lui, che pure fatica a camminare per l’età avanzata, lo prende per mano e con amore lo conduce attraverso il claustrofobico sentiero che porta all’appartata e meravigliosa grotta di Calipso. Daniel ha paura degli spazi angusti e suo padre, solo per lui, ritorna ad essere il devoto genitore che solo raramente leggeva Winnie the Pooh ai suoi bambini prima della nanna.

Ma proprio il ricongiungimento finale e il riscoprirsi in maniera inattesa renderà l’inevitabile separazione ancora più dolorosa, soprattutto per Mendelsohn che sa che pochi figli risultano uguali al padre, i più sono peggiori e solo pochi migliori.

Cliccate qui per vedere la recensione della casa editrice Einaudi!

Se volete affrontare con noi di Mentisommerse un viaggio un po’ differente, leggete A ciascuno la (propria) strada, secondo McCarthy.

Penelope Volpi

Penelope Volpi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *