Chiamatemi Camilleri, non Maestro!

Chiamatemi Camilleri, non Maestro!

Oggi, 17 luglio 2020, ricorre l’anniversario della scomparsa del Maestro, o meglio di Andrea Camilleri, perché così preferiva essere chiamato: la parola “Maestro” lo irritava.

Se io riesco a fare qualche cosa, è riuscire a far sì che i miei allievi, le persone che ho conosciuto e che hanno riposto fiducia in me fossero come erano. La verità è la cosa più bella che ci sia, ed è in nome di questa verità io posso essere chiamato Maestro. (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

Regista teatrale, sceneggiatore, funzionario Rai e soprattutto scrittore –con ben 30 milioni di libri venduti tradotti in cinque lingue– Andrea Camilleri, suo malgrado, oggi rientra tra i letterati italiani che hanno pieno diritto di portare quest’appellativo.

Camilleri fu Maestro non solo nella sua attività teatrale e letteraria, fu anche e soprattutto maestro di vita. Ebbe il coraggio di condurre un’esistenza da uomo libero, sia in ambito privato sia lavorativo, affermando sempre le proprie idee.

Nonostante il successo, per 93 anni visse una vita priva di ostentazione, non ledendo in alcun modo la sua umiltà, nella straordinaria convinzione che nelle piccole cose risieda la felicità più grande. Ne è prova indelebile l’assenza di ogni sfarzo nei luoghi in cui visse: la casa di Porto Empedocle, luogo natio, e quella di Roma, dove trascorse quasi l’intera esistenza, sono semplici e parsimoniose, per lo più inondate di libri; per non parlare del minuscolo studiolo dove si rifugiava a scrivere.

 A me piacciono gli studi piccoli, perché è tutto concentrato e quando ti concentri sei coccolato dai libri e dalle cose che hai attorno. (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

Unico lusso: le decine e decine di sigarette che fumava ininterrottamente e che con il tempo gli resero la voce roca, di quella ruvidità propria solo degli antichi cantastorie che raccontano cose vere ed eterne.

Divenuto ormai cieco a 90 anni, decise di non smettere di scrivere, perché era la sua salvezza: continuò a farlo attraverso dettatura, seppur con numerose difficoltà.

Nella mia vita io non sono mai stato un uomo superbo, mai. È una colpa che non potrà mai essermi imputata. Da quando sono cieco sto imparando l’umiltà della dipendenza dagli altri. (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

Tutti sanno che Camilleri è il padre della serie di romanzi polizieschi de Il Commissario Montalbano, ma questa fu solo una delle tantissime attività che lo coinvolsero.

Chi fu dunque Andrea Camilleri?

Andrea Camilleri nacque a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, il 6 settembre 1925. Dopo aver frequentato il liceo classico di Agrigento, nel 1944 si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo, pur non conseguendo mai la laurea. Nel frattempo aveva pubblicato racconti e poesie che ebbero un discreto successo.

Nel 1946 scrisse la sua prima e ultima commedia: “Giudizio a mezzanotte”. Dopo aver letto sul giornale di un concorso a Firenze presieduto da Silvio D’Amico, decise di inviare questa commedia e straordinariamente vinse il concorso; ma, una volta ritirato il premio, durante il viaggio di ritorno in Sicilia, rilesse quanto aveva scritto e gli parve tanto brutto che lo gettò fuori dal finestrino.

Tuttavia, qualche mese dopo ricevette una lettera da D’Amico che lo invitava a partecipare alle selezioni dell’Accademia nazionale d’arte drammatica a Roma: quest’occasione fu per lui un’ancora di salvezza, dal momento che da ragazzo voleva fare tutto fuorché il professore di italiano in un liceo siciliano. Preparò una tesi di 180 pagine sul testo di “Così è (se vi pare)” di Pirandello e andò a sostenere l’esame con il regista Orazio Costa. Il colloquio durò due ore e mezza, dopodiché Orazio gli disse di non condividere nulla di quanto stava dicendo e lo congedò. Camilleri pochi giorni dopo scoprì inaspettatamente di essere stato l’unico ammesso di trenta esaminati, con la massima borsa di studio: si trasferì a Roma  e per un anno intero i professori insegnarono solo per lui.

A Roma Camilleri visse gran parte della sua esistenza, ma colse ogni pretesto per ritornare nella sua Sicilia, anche solo mentalmente, con i suoi romanzi. La cosa che più gli mancava di più era u’ scrosciu du mare, lo sciabordio dell’acqua.

Sappiamo che non si diplomò mai all’Accademia: venne espulso per mancata condotta morale, dopo essere stato sorpreso con la ragazza una mattina in una camera del convento adiacente. Costa decise comunque di tenerlo con sé come aiuto-regista e poi come assistente in Accademia. Ereditò così il metodo di insegnamento di Orazio Costa, molto innovativo per i tempi: contemplava che alle lezioni degli attori fossero presenti anche i registi. Questo perché si era accorto che durante l’allestimento dello spettacolo, i registi erano soliti avere molte difficoltà nello spiegare agli attori cosa volessero.

Rimase in Accademia per due periodi della sua vita. Dal 1958 al 1965, dopo aver ottenuto la cattedra autonoma prima come assistente e poi sostituto di Costa, insegnò la materia da lui fondata , “direzione dell’attore”, facendo da intermediario tra attori e registi.

L’esperienza teatrale mi portava ad una conclusione: non si può parlare allo stesso modo a tutti gli attori. È prima di tutto un lavoro di conoscenza dell’attore con il quale si deve lavorare. L’attore è una personalità complessa e tu non devi giocare con l’imposizione, con la quale al massimo ottieni una brutta copia di te stesso, devi giocare di sponda, come nel gioco del biliardo, dire A perché si faccia B. (Intervista “Camilleri secondo Camilleri” di Felice Laudadio. 2018, YouTube.)

Nel 1965 dovette lasciare il teatro perché non aveva più tempo. Aveva vinto il concorso in Rai, ma ottenne un contratto solo tre anni dopo (inizialmente fu rifiutato in quanto comunista). Qui lavorò come regista radiofonico, dove realizzò ben 1300 regie e radiodrammi: fu il primo a raccontare un’opera in prosa in stereofonia, che allora serviva solo per la ripresa di concerti e opere liriche. Fu poi trasferito come “delegato alla produzione” al secondo canale, dove si occupò di un’ottantina di regie.

Nel 1968, durante gli anni della contestazione, il Centro venne interamente occupato dagli allievi, i quali avevano rinnegato gli altri professori e richiesto che proprio Camilleri tornasse ad insegnare: lui accettò e vi rimase per due anni fino al 1970. Lui si giustificava così:

Io non facevo lezioni, parlavo con loro: loro mi facevano domande e io rispondevo: parlavo dei film che mi piacevano e che piacevano a loro. (Intervista “Camilleri secondo Camilleri” di Felice Laudadio. 2018, YouTube.)

Gli allievi dell’Accademia che lo ebbero come insegnante, tra cui lo stesso Luca Zingaretti (il futuro Commissario Montalbano nella serie televisiva), lo ricordano come un giudice severo e selettivo, ma che allo stesso tempo era in grado di incantare tutti con le sue idee.

Io credo di non essere mai stato un maestro, casomai un consigliere; venivo da una scuola molto severa, che è quella di Orazio Costa. Il mio è un modo di intendere la didattica completamente diverso, ma ero molto severo e molto accurato nella selezione.

Durante la carriera, condusse la regia di più di cento opere teatrali. In particolare fu orgoglioso di avere girato tutto Pirandello in dialetto. D’altronde Pirandello era anche suo parente: lui e la nonna erano primi cugini.

Il sogno di Camilleri era sempre stato quello di scrivere. Iniziò giovanissimo, ma il primo vero romanzo lo scrisse grazie al padre. Quando seppe che lo stato del suo tumore era ad uno stadio avanzato e di lì a poco sarebbe morto, decise di parlare con lui tutte le sere per chiarire ciò che fosse rimasto in sospeso. Il padre gli chiedeva di raccontare alcune storie; così un giorno Camilleri confessò che da un po’ di tempo pensava di scrivere un romanzo e raccontò la trama che intendeva scrivere. Il padre gli fece promettere di scriverla “come l’hai raccontata a me”, cioè in un misto di italiano e siciliano. Quel giuramento fu profetico.

Il suo primo romanzo “Il corso delle cose”, del 1968, non ebbe successo: quando lo mandò agli editori, risposero tutti che era impubblicabile per come era scritto. Venne comunque edito nel 1978 grazie alla televisione: un amico ne volle fare uno sceneggiato RAI, intitolandolo “La mano sugli occhi”, Sorrisi e Canzoni scrisse si stava allestendo un nuovo sceneggiato basato su un suo romanzo inedito, così l’editore a pagamento Valli volle pubblicarlo, a patto che comparisse il suo nome nei titoli di coda.

Fu come stappare il tappo di uno champagne! L’anno dopo avevo già scritto il secondo romanzo. (Intervista “Camilleri secondo Camilleri” di Felice Laudadio. 2018, YouTube.)

Iniziò in seguito la sua lunga e profonda relazione d’amicizia con Elvira Sellerio, che comprese il suo talento: è grazie a lei che Camilleri divenne un caso editoriale. Con la casa editrice Sellerio pubblicò tutti gran parte dei suoi scritti a partire dal il primo saggio “La strage dimenticata”, poi un romanzo intitolato “La stagione della caccia”. Dopodiché si fermò per sei anni perché voleva dare un ultimo addio al teatro e dedicarsi completamente alla scrittura: fu un addio più lungo del previsto.

Il Commissario Montalbano: il personaggio di Camilleri

E’ nel 1994 che Camilleri diede alle stampe “La forma dell’acqua”, primo romanzo poliziesco con protagonista il Commissario Montalbano, ambientato nell’immaginaria Vigata. l nome di Montalbano fu scelto in omaggio allo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, ideatore di un altro famoso investigatore: i due personaggi hanno in comune l’amore per la buona cucina e le buone letture, i modi piuttosto sbrigativi e non convenzionali nel risolvere i casi e la passione per le fimmine. Di lì a pochi anni i romanzi si susseguirono e si affermò la serie, affiancata poi alla fiction televisiva RAI con protagonista Luca Zingaretti. Camilleri  era ormai divenuto un autore cult.

Il filone narrativo del Commissario Montalbano è destinato a una conclusione. Nel 2006 Camilleri ha consegnato all’editore Sellerio l’ultimo libro con il finale della storia, chiedendo che questo venisse pubblicato dopo la sua morte; dichiarò a tal proposito:

Ho scritto la fine dieci anni fa… ho trovato la soluzione che mi piaceva e l’ho scritta di getto, non si sa mai se poi arriva l’Alzheimer. Ecco, temendo l’Alzheimer ho preferito scrivere subito il finale. La cosa che mi fa più sorridere è quando sento che il manoscritto è custodito nella cassaforte dell’editore… È semplicemente conservato in un cassetto. (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

Il “vigatese”

Nella serie del Commissario Montalbano si serve di un linguaggio inventato da lui, un misto di Italiano e i diversi dialetti siciliani: il cosiddetto “vigatese”. Questo non solo per un gioco linguistico, ma anche per codificare un linguaggio unico con termini ricorrenti che entrassero nella memoria dei lettori, in modo tale che tutti potessero introiettarlo e comprenderlo.

Alcune espressioni sono ormai diventati modi di dire quali nun mi scassare i cabasisi, Montalbano sono, camurria (scocciatura, grossa noia), di persona personalmente (frase iperbolica dell’agente Cantarella),

Non si tratta di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi strutturalmente italiane, quanto piuttosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane.

L’amore per la scrittura di Camilleri

Per Camilleri la scrittura era un rituale quotidiano necessario, non un lavoro. Non riusciva proprio a comprendere il senso delle “sudate carte” di leopardiana memoria, oppure quella “fatica di scrivere” ostentata da tanti autori.

Il mio ideale è la trapezista del circo equestre: tu la vedi bella, sorridente, che fa il triplo salto mortale col sorriso sulle labbra e la leggerezza, e non ti fa vedere la fatica bestiale dell’allenamento, se te lo facesse vedere rovinerebbe il godimento che tu stai provando. Così è per me. (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

Leggere e ascoltare Camilleri è la stessa cosa: la cadenza ritmata delle sue parole e il modo in cui racconta le esperienze più banali, catturano facilmente l’attenzione, tanto che si starebbe ad ascoltarlo per ore. Era un cantastorie nato. Fu nonna Elvira ad avergli trasmesso il piacere di raccontare le storie, alla quale deve moltissimo.

Si inventava le parole e tu dovevi capire il significato del suo discorso dentro al quale c’erano tre o quattro parole inventate da lei, dopo un po’ ti abituavi e le indovinavi; oppure per esempio era capace di fermarsi e di aprirmi la fantasia alla vista di un grillo, poi mi invitava. “ora presentami tu quella lucertola! (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

La moglie di Camilleri

È la moglie Rossetta il vero fulcro della famiglia Camilleri: una donna forte, che seppe stargli a fianco non solo emotivamente, ma anche lavorativamente: fu la prima a leggere le sue cose ed era anche molto critica, sempre a ragione.

Mi arrabbio anche… ogni tanto mi fa una smorfia e mi dice che qui non funziona, mi arrabbio perché lei ha colto immediatamente dove io avevo barato. (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

Rimasero fedeli per più di 60 anni, fino alla morte: hanno saputo accettarsi e vivere una vita insieme. Da lei ebbe tre figlie, che lo resero nonno e poi bisnonno: a tal proposito ricordava spesso di non essere stato un buon padre, ma un bravissimo nonno. La loro è una storia d’amore bellissima: entrambi assolutamente liberi, privi di pregiudizi e molto moderni.

A testimonianza dell’incorruttibilità del loro rapporto, Camilleri ricordava un aneddoto commuovente:

L’anno scorso, il 6 settembre, il giorno del mio compleanno, lei mi regala un libro, dicendo che mi piacerà perché è di un poeta che le è sempre piaciuto, Dylan Thomas, Il ritratto dell’artista come cucciolo, allora io ho preso questo libro e l’ho messo accanto a quest’altro libro, che è il primo libro che che lei mi ha regalato quando eravamo fidanzati sessant’anni fa ed è …Il ritratto dell’artista come cucciolo di Dylan Thomas. (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

 

La cecità: Conversazione su Tiresia

Camilleri fu Maestro di vita fino agli ultimi anni della sua esistenza, quando a novant’anni, ormai cieco, decise di non smettere di scrivere:  la scrittura era la sua ragione di vita e la sua salvezza nel buio della vecchiaia.

Non solo, recitò anche come unico protagonista nella sua ultima opera “Conversazione su Tiresia“, ponendo un punto conclusivo alla sua carriera di regista.

Come fa un cieco a scrivere? Avrei potuto dettare, ma l’avrei dovuto fare in una lingua che non è esattamente la mia, cioè l’italiano. E non avrei più potuto scrivere i miei bei Montalbano in vigatese. Fortunatamente è intervenuta Valentina Alferj (l’assistente). I sedici anni vissuti accanto a me hanno fatto sì che potesse aiutarmi. Negli ultimi tempi, padroneggiando perfettamente la mia lingua, Valentina era in grado di correggere le bozze per conto mio e dunque al momento cruciale è stata la mia ancora di salvezza. (Articolo e intervista su L’Espresso “Camilleri: «La cecità mi ha reso libero. Non devo più vedere la mia faccia da imbecille»”.)

Con queste scelte ci ha insegnato che l’arte serve a trovare la bellezza anche nel dolore e che la vecchiaia non è un limite. La cultura dimostra come da tutte le occasioni, ancor più da quelle tragiche, si possano trarre nuove opportunità.

Da quando io non ci vedo più vedo le cose assai più chiaramente.

Inizia così lo spettacolo messo in scena l’11 giugno 2018 in una notte magica al Teatro Greco Siracusa, dove il Maestro ha interpretato l’indovino cieco Tiresia. E’ riuscito ad ideare un viaggio tra mito e letteratura sulle orme dell’indovino Tiresia, alla ricerca dell’eternità.

L’idea di raccontare e impersonare Tiresia, a parte la recente parentela di cecità, nasce proprio dalla voglia di pronunziare certe parole nel buio, la voglia di far risuonare il suono delle parole di Tiresia, e anche i versi di Eliot, nel buio della cecità. Nel mio testo c’è un momento in cui cito Borges e dico che le parole di Sofocle ascoltate nel buio della cecità acquistano il suono della verità assoluta. (Docu-film “Andrea Camilleri. Il Maestro senza regole” con Teresa Mannino. 2014, Rai Uno.)

Da solo, indossando un paio di occhiali da sole e la coppola siciliana, stava comodamente seduto su di una poltrona, nell’immenso silenzio del pubblico commosso: l’esordio definitivo zittì gli spettatori in ascolto.

–Non vi vedo, ma vi sento–

–Chiamatemi Tiresia, per dirla come quel signore che ha scritto un romanzo sulla balena bianca (Call me Ishmael, incipit in Moby Dick). Oppure Tiresia sono, per dirla con qualcun altro che fosse conoscente–.

Ho smesso di fumare, Maestro!

E’ grazie a tutto questo che gli ammiratori di Andrea Camilleri sono ancora oggi numerosissimi. Ogni giorno sulla sua lapide, ubicata nello storico Cimitero acattolico di Roma, vengono lasciate in un apposito contenitore decine di sigarette fumate, intere o a metà, insieme a centinaia di biglietti, o meglio pizzini recanti messaggi di ringraziamento:

Ho smesso di fumare, Maestro, ma non di leggere. Mai. Grazie per l’immenso piacere che ci hai dato con i tuoi romanzi.

 

Nene Camilleri, come lo chiamavano gli affetti, non c’è più, ma lo si può ritrovare ancora nei suoi libri e nelle numerose interviste rilasciate, dove, una sigaretta dopo l’altra, ricorda e racconta il suo passato come se fosse una bella fiaba: vien voglia di sedersi in cerchio attorno a lui e di ascoltarlo per ore.

–Se potessi, vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e, alla fine del mio cunto, passare tra il pubblico con la coppola in mano–

Cliccando qui potrete trovare il nostro ultimo saluto al Maestro: La forma dello scrittore: arrivederci Andrea Camilleri.

Ginevra Braga

 

 

Ginevra Braga

Osservo, leggo, studio, scrivo e mi appassiono per necessità di trovare un senso

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