‘Non la pace, ma altre cose’: Finestre alte di Philip Larkin

‘Non la pace, ma altre cose’: Finestre alte di Philip Larkin

La vita e la letteratura (se si resiste alla tentazione, a volte, di mettere un segno di uguale tra i due membri) sono costellate di personaggi cinici, quelli che considerano l’esistenza “una cosa da cani”: sono sprezzanti, mancano di empatia con gli eventi e con il prossimo, non cedono all’emozione, umiliano.
Ma il cinismo, in questa accezione, non è un atteggiamento primario, è sempre la risposta involontaria al grande dolore dell’infelicità. Un dolore che colpisce sempre il singolo e che si porta addosso da soli, sempre, nell’impossibilità di condividerlo, nell’impossibilità di dirlo con la parola, di farlo esistere oltre la soglia della nostra pelle.
In un processo reiterato, continuo negli anni, il dolore si incista, diventa insensibile alle modificazioni, si trasforma in una parte di noi, banale come un braccio o un piede: disprezzo e cinismo sono soltanto la voce che gli diamo.

vitaPhilip Larkin è stato uno dei maggiori poeti inglesi del Novecento: ha pubblicato quattro raccolte di poesia e ‘Finestre alte’ (disponibile qui nella bianca di Einaudi) è il suo ultimo lavoro, uscito nel 1974.
Per noi lettori italiani è anche l’unico libro tradotto integralmente, mentre un’antologia delle tre raccolte precedenti è nel catalogo Einaudi col titolo ‘Le nozze di Pentecoste e altre poesie’.
Larkin è noto per il suo cinismo, o forse dovremmo dire meglio, per il suo estremo disincanto verso la vita. Leggendo un libro lancinante come Finestre alte ci si rende conto davvero delle ragioni profonde dell’io che parla e, in questo senso, oltre al testamento letterario, è anche l’occasione per una voce di parlare in luogo del dolore, di esprimerlo, pur senza poterlo risolvere.

[…] La luce del sole
s’è fatta lattiginosa come un vetro che s’appanna.
Se il peggio del tempo perfetto è per noi la sua mancanza […]

Il dolore di Larkin è qualcosa che supera la semplice intelligenza delle cose: una visione crudamente razionale sulla vita non impedisce la possibilità della felicità, parola al contempo vaga e forte eppure capace di significare bene per noi in questo contesto. Ma questa infelicità, questo miscuglio ancestrale, abissale di rabbia, rimpianto e cieco dolore a cosa conduce?
Forse alla vita come mera incombenza, come lavoretto da sbrigare, dovere da compiere bestemmiando a denti stretti contro il caso e il destino.

Nel testo ‘Al mare’ alcuni genitori sono definiti ‘pagliacci che ammaestrano i figli con le loro buffe vitamaniere | e che aiutano però anche i vecchi, secondo il loro dovere’. Su questo sfondo si vede l’infanzia dell’io, a sua volta ammaestrato da genitori diversi e uguali, in una ciclicità che non implica il tramandare una conoscenza, ma il ripetere ottusamente un meccanismo fine a sé stesso.

Niente di questo tempo circolare si può davvero recuperare: il cerchio che si chiude non permette di tornare indietro ma solo di rivedere il film della propria vita un centinaio di volte e disperarsi per ciò che è mutato (‘[…] più lontano, | un bianco bastimento immobile nel meriggio’ e poco dopo, nella visione sovrapposta del presente ‘il bianco bastimento se n’è andato’).
La vita adesso si può vivere solo in disparte, come una cosa avviata tempo fa che continua il suo moto per inerzia, priva della coscienza di sé: se qualcosa fa grandi le vite altrui non può riguardarci più: nel testo ‘Condoglianze in bianco maggiore’ l’autore scrive ‘brindo all’uomo più bianco che conosco – | anche se il bianco non è il mio colore preferito’, giocando sull’idea del bianco che sta all’onestà di un uomo ricordato ed elogiato nel momento della morte, mentre l’io impiega ben sei versi, all’avvio, per raccontarci come preparare un buon gin tonic.

La vita allora, che non si può (più) vivere nella sua interezza, viene lentamente smontata: eccellente, in questo senso, il testo tripartito ‘Livings’, in cui si descrivono i viaggi di un io che si sposta per lavoro e trova un po’ di svago in compagnia di altri viaggiatori solitari, capaci insieme di lieve e reciproco conforto. Ma poi?

[…] Qui attorno i campi sono freddo e fango
e silenzio il selciato delle strade,
nel suo studio un borsista trema,
il gatto di cucina ha scovato la sua preda;
le campane dibattono sul passare delle ore […]

Resta una vita disassemblata (‘Nascite, morti. In vendita. Stazioni di polizia. Pezzi di ricambio’), i cui frammenti, gettati tutti insieme non si sommano e il totale non torna più. In questi tre piccoli racconti ci sono quadretti fatti di giochi di parole oscene, momenti in osteria o in albergo che mimano una sorta di straniata quotidianità ma quello che più risalta è invece una continua accensione onirica, allucinatoria o forse profetica in momenti come ‘[…] un cielo enorme | prosciuga l’estuario come il letto | di un fiume dorato’ o ‘Protetto dal bagliore | dispongo piatto e cucchiaio | e, poi, le carte della fortuna. | Come mondi impazziti | navi dai ponti illuminati | arrancano verso occidente’ e ancora ‘sopra il brulichio dei tetti, lassù in alto, | brillano costellazioni caldee.

Immagini di struggente bellezza, trascendenti rispetto a una realtà abbruttita dalla routine di un meccanismo biologico, capaci di attivare un movimento lirico all’interno di una scrittura poetica iper-media che lascia quasi tutto lo spazio alla narrazione. Immagini ‘alte’ che appaiono come una fuga, un riscatto o una ribellione rispetto a un modo incomponibile col sé e dunque rifiutato.

Quando vedo una coppia di ragazzi
e penso che lui se la scopa e che lei
prende la pillola o si mette il diaframma
so che questo è il paradiso […]

Qualcosa di simile si avverte nel finale del testo eponimo: è un inno alla gioventù e alla sua libertà che è purezza, capacità di esistere in una totalità, qui declinata in una totalità sessuale, nella completezza dell’unione fisica che supera i due per essere uno. Di contro, per l’io, una remissione di tipo religioso forse dovuto a un’educazione costrittiva: guardando i giovani che vanno ‘giù per lo scivolo | di una felicità senza fine’ l’io immagina che quella dovrebbe sempre essere la vita, ‘non più Dio, non più sudore e paura la notte || per l’inferno e tutto il resto’. Nel finale, nella prospettiva di un vecchio ‘non una parola viene’ come se felicità e dolore estremi non si potessero dire e la verità restasse in un luogo prima e fuori della parola, abbagliante: ‘al di là, l’aria azzurra e profonda, che non mostra | niente, che non è da nessuna parte, che non ha fine’.

Vecchi scemi’ è un testo centrale che prosegue sull’onda del confronto/contrasto tra gioventù e vecchiaia, intorno al quale ruota il resto della raccolta. C’è qui l’idea che la vecchiaia corrisponda al ‘potere di scegliere | svanito’, l’incapacità di incidere nel tempo, di aprire nuove porte e nuove strade che, se battute, cambiano il singolo e cambiano il mondo. Vecchiaia come stasi, come fuoriuscita dal mondo ma sembra che solo ‘chi sta fuori’ ne avverta l’incombenza su di sé. Non i vecchi che pensano la morte ancora lontana e che si rifugiano in fantasie, auto-allucinazioni in cui si salvano (‘seduti per giorni tra esili sogni incessanti’; ‘[…] è là che vivono: | non qui e adesso, ma là dove tutto è successo un tempo’), in cui tutto è ancora possibile. Sapere e non sapere sembra il destino di tutti: le ultime parole del finale (‘lo scopriremo’) lasciano aperta una possibilità.

[…] Lo sanno tutti che stanno per morire.
Non ancora, forse non qui, ma alla fine,
e in qualche luogo come questo. Ecco il senso
della rupe che così netta si staglia; una lotta per trascendere
il pensiero della morte […]

Il testo ‘L’edificio’ varia il punto di osservazione, ma il tema della vecchiaia resta in primo piano: è l’edificio dell’uomo, dell’età della vita in un affresco immenso e a tratti squallido (‘nella hall, | insieme ai rampicanti, indugia un terribile fetore’): è una casa di riposo non solo per gli anziani ma per l’intera umanità, ‘di quella età indistinta che dichiara | la fine delle scelte, il termine della speranza’, osservata dall’esterno con ironia, come di chi ha una consapevolezza che altri non possono vedere. Unico comune destino qui è la morte, come se si fosse da sempre in preparazione di essa (‘lo sanno tutti che stanno per morire’), come se la sua minaccia continua facesse della vita ‘un irreale, | commovente sogno dal quale, cullati dolcemente insieme, ci si risveglia poi ognuno per conto proprio’.

Nessuno sfugge e in questi ultimi versi si traduce crudamente il meccanismo della nostra esistenza: tutti accomunati da una meta, tutti soli nell’affrontarla. Ma se c’è una forza nell’uomo è la resistenza nonostante tutto, la speranza contro la ragione, contro i fatti: è per questo che i vecchi sotto sotto lo sanno ‘eppure ogni sera continuano a provarci in tanti | con fiori deboli, propiziatori, devastanti’, in una chiusa eccezionale che forse nasconde una sconfitta personale.

È nella poesia ‘Sia questo il verso’ che il dolore fin qui serpeggiante viene fuori con una violenza sconosciuta: attraverso una costruzione metrica perfetta (quartine di novenari tronchi in originale), un testo autoevidente mette a nudo la fibra più sconcertante e terribile della vita umana: ‘mamma e papà ti fottono . | Magari non lo fanno apposta ma lo fanno’, perpetuando una certa forma di egoismo nel mettere al mondo nuova vita in cui si raccolgono i dolori delle passate generazioni e quelli delle nuove. In un ciclo che accresce soltanto la pena (‘man hands on misery to man’) l’unica ribellione è spezzare la cieca necessità del ciclo. Il consiglio è semplice, devastante: ‘togliti dai piedi, dunque, prima che puoi, | e non avere bambini tuoi’.

Com’è distante la partenza dei ragazzi
giù per le vallate, o guardare
il verde litorale che, oltre la barriera bianco-sale,
s’innalza e poi ricade […]

Giunti a questo fondo, a questa essenza, la perfetta infelicità dell’io sembra trovare ragione e scioglimento nelle due poesie successive: il cinismo così duramente manifestato proviene dal sapere cosa siano gioventù e vecchiaia facendo parte della seconda, senza appello, come tutto ciò che riguarda il tempo. La gioventù ha il coraggio di affrontare il buio a mani nude, senza armi, di compiere qualsiasi scelta, di inventare un cammino che prima di loro non esisteva: ‘questo è esser giovani, | mettersi addosso il secolo allarmato | come un vestito nuovo da grande magazzino, | le enormi decisioni impresse da piedi | che s’inventano il cammino, | le finestre irregolari che evocano una strada’.

È la finestra, ancora una volta, il luogo immaginario o meno da cui guardare un mondo possibile, dove avere una visione di passato e di futuro.
È da lì che guarda l’io svegliandosi a notte tarda, senza sapere se il sonno o è la veglia, se è il sogno o la realtà: dalla finestra penzola una certa luna, spira un certo vento che correlano ‘la durezza, lo splendore e la semplice | e vasta unicità dello sguardo’ che ‘sono un ricordo della forza e del dolore | della gioventù; non potrà tornare, | ma in qualche parte resta, per gli altri, intatta’.

Gioventù come estremo, unico valore dell’esistenza, perno intorno a cui ruota ogni giorno, ogni palpito. Forse non è tanto il perderla che rende così misera vita e vecchiaia quanto piuttosto non averla mai avuta: la negazione cioè del tempo dovuto. Una volta perso è per sempre perso, un tempo per definizione incolmabile, irreperibile nonostante la migliore volontà e i migliori scavi, la cui ombra si estende indelebile su tutti gli anni successivi.

In età adulta ogni gesto è pesato dalla stanchezza, persino le gioie discrete della mondanità sono insostenibili ma necessarie (‘la virtù è sociale’ mentre ‘ogni solitudine è egoista’). La solitudine non può più essere cercata perché ‘soltanto i giovani posso essere liberi e soli’: una specie di gigantismo, di eroismo della giovinezza che tempra e costruisce l’uomo adulto. A nulla vale ormai rinchiudersi, riflettere persino sul male: la solitudine nella vecchiaia porta ‘non la pace, ma altre cose’.

Il giorno dell’esplosione
le ombre puntavano verso la bocca del pozzo:
il cumulo delle scorie dormiva nel sole.
[…] A mezzogiorno arrivò una scossa; le mucche
smisero per un attimo di masticare; il sole,
come avvolto nella foschia, s’affievolì.

È nel testo finale però che tutto l’affresco trova composizione, in un amalgama preciso e spietato. È la storia di alcuni lavoratori, forse minatori che si prendono un momento di pausa (‘uno si mise a rincorrere dei conigli; gli sfuggirono; | ritornò con un nido di uova d’allodola’). All’improvviso una scossa e poi l’esplosione del titolo a stroncare ‘padri e fratelli, soprannomi e risate’: solo la morte sembra rendere gli uomini ‘più grandi di quanto non riuscissero in vita’, trasfigurati dall’amore e dalla fame di memoria. Siamo tutti noi gli uomini dell’esplosione: dimentichiamo che ‘i morti ci precedono, | siedono consolati nella casa del Signore, | e faccia a faccia li rivedremo tutti’ e per riuscirci ci affanniamo, lavoriamo senza sosta provando a guadagnarci dignità dell’esistenza.
Poi siamo stroncati. Senza avvisaglie, senza un perché, senza aver raggiunto nemmeno la più vicina delle mete, nel bel mezzo di un sogno, mostrando in mano ‘le uova intatte’.

 

Vita, scelte, sogni: tutto questo anche nei versi di Giovanni Giudici, nel nostro racconto qui.

Massimo Del Prete

In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.

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