Storie di anime umane nell’Infernum dantesco

Storie di anime umane nell’Infernum dantesco

Ci sono voci destinate a riecheggiare in eterno, a persistere come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona. Quella di Dante è una di queste. Noi tutti sappiamo che la Commedia è un viaggio attraverso storie, vizi e virtù degli uomini e dovremmo sapere anche che gli uomini, infondo, non cambiano mai. L’umanità rimane il nostro tallone d’Achille. Nonostante progrediscano i secoli e si fortifichi la coscienza della storia noi uomini restiamo – direbbe Dante – peccatori: invidiosi, fragili, innamorati, codardi… umani. Ecco perché la Divina Commedia anche nel ventunesimo secolo è un’opera più attuale che mai, al punto da aver ispirato un intero album musicale che dalla sua prima cantica prende nome: con Infernum Murubutu e Claver Gold hanno dimostrato che attraverso le fiamme dantesche si intravede anche il nostro inferno e che – come Calvino ci ricordase ce n’è uno, di inferno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Dannati si, ma umani

Quando Lucifero si ribellò a Dio fu scagliato al centro della Terra. Sotto la città di Gerusalemme nell’emisfero Boreale si squarciò una profonda voragine a forma di cono rovesciato. Nove gironi infernali scavati nella roccia sotterranea conducono al cuore del globo dove Lucifero vive tutt’ora confitto nel ghiaccio del Cocito.

L’inferno di Dante si squarcia però, oltre che sulle profondità terrestri, anche sugli abissi dell’anima umana che viene esplorata dal poeta fin nei meandri più oscuri, facendosi di girone in girone più gravi i peccati puniti.

Tuttavia, malgrado venga ritratta un’umanità sempre più degradata, non è esatto credere che l’atteggiamento di Dante si faccia via via più sprezzante e distaccato. Non c’è differenza tra le zone infernali, così come anche nella più alta c’è disprezzo, anche nella più bassa c’è comprensione o addirittura ammirazione, malgrado i peccati. Murubutu e Claver Gold in Infernum raccolgono questo sostrato di umanità e ne fanno la perla dei loro testi: i protagonisti delle loro storie sono tratteggiati all’insegna delle debolezze e delle contraddizioni, delle luci e delle ombre che caratterizzano la natura umana.

Se umanità è la prima parola chiave dell’album, attualità è la seconda. Infernum è da considerarsi un capolavoro poiché rileggere i classici non è mai un’impresa facile, se poi si parla della Divina Commedia scadere nella banalità e nel “detto e ridetto” è estremamente probabile. Ma i due artisti ci propongono una lettura dell’opera svecchiante e originale, attualizzando tematiche antropologiche e patologie umane che si riflettono in problemi sociali tipici del nostro tempo.

Abnegazione, fra storie di suicidio e bullismo

E’ il caso della traccia dedicata a Pier delle Vigne in cui la storia del segretario di corte di Federico II diventa il pretesto per rileggere il tema dell’abnegazione che, in questo caso, sfocia nel bullismo proiettando noi ascoltatori del ventunesimo secolo in un universo immediatamente più prossimo.

La vita a volte corre forte mentre tu cammini

Tra il fumo dei camini, le rose nei giardini

Nel cielo nuvole di seta come dei cuscini

Tu che non parli ormai da tempo con gli altri bambini

Tu ti sei chiuso dentro un guscio di paure

E stanco non hai la forza di lottare e tornare nel branco

Non hai più voglia di sedere solo su quel banco

Quando nessuno, sì, nessuno, vuole starti accanto

Sono scomparsi quei commenti sotto la tua foto

Ma alcune frasi son rimaste, fan parte di me

Tu mi dicevi questa vita qui è soltanto un gioco

Ma a me sembrava che eran gli altri a giocare con te

 

Ammetto che il parallelismo suicidio-bullismo non sia immediato e che forse molti di voi potranno storcere il naso e chiedersi quali esattamente siano gli agganci tra il Pier di Murubutu e Claver Gold e il raffinatissimo uomo politico di Dante. In realtà le consonanze sono molte ed estremamente interessanti. Per coglierle ci occorre rammentare alcuni aspetti del XIII canto dell’Inferno.

Non era ancor di là da Nesso arrivato,

quando noi ci mettemmo per un bosco

che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e ‘novolti;

non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.

[…]

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.

 

L’incipit del canto si apre su una spettrale boscaglia in cui grava un teso silenzio, reso ancor più inquietante dai lamenti delle Arpie. Nell’aria si nasconde una misteriosa forma di morte. Ma gli stridi delle Arpie non sono gli unici lamenti che giungono alle orecchie di Dante e Virgilio, ad essi si sovrappongono voi umane. Eppure nessuno è visibile: per l’unica volta in tutto l’Inferno Dante non è fra uomini, se pur mortiE’ in mezzo ai fantasmi. Le anime dei suicidi infatti, dopo essere state gettate nel bosco, germogliano a caso tramutandosi in arbusti abbandonando la propria forma corporea. Si mimetizzano, scompaiono. Eppure, esistono e, se ferite, sanguinano. In questo scenario di desolazione possiamo cogliere i primi elementi di abnegazione. Innanzitutto, credo si debba notare un fatto strutturale: vi è un’anafora molto forte che segna l’inizio della prime tre terzine. L’elemento ripetuto, e che dunque assume maggior rilevanza, è il non, la negazione, così come negativo è neun: la descrizione della selva è tutta in negativo poiché i dannati di questo canto hanno negato la loro essenza più alta rinunciando alla vita. E la volontà di rendersi invisibile, di fondersi con l’ambiente circostante pur di cancellarsi e proteggersi non è forse tipico anche delle vittime del bullismo?

In secondo luogo vorrei richiamare l’attenzione sulle grida delle arpie che tormentano estenuanti le anime del bosco dei suicidi: questi imperterriti lamenti vengono trasposti nel testo di Murubutu e Claver Gold nelle “frasi rimaste” e calcificate nell’animo di Pier, nei continui bisbigli “fra i maligni”.

E infine, ascoltando le parole della canzone, emerge un senso di profonda compassione, la stessa compassione che Dante si trova a provare di fronte al personaggio di Pier delle Vigne, un esempio tipico di quella compresenza nell’Inferno di condanna religiosa e comprensione per gli errori e la fragilità umana. I suicidi sono colpevoli di un peccato tragico e religiosamente orrendo, ma al quale sono stati trascinati da motivi degni di pietà e rispetto: nel caso di Pier a causa di altezza morale ferita o, nel caso di Catone Uticense, per amor di libertà.

Amor ch’a nullo amato amar perdona

 

Là era sera, lui leggeva, lei guardava in basso

Lei temeva quei suoi occhi, vetri di un acquario

Quei pensieri che nuotavano in cerca del caldo

Non sapevano negli occhi costudisse un raggio

Poi come in un lampo apparso dentro allo sguardo

Cauto, un bacio tremando fugge su di lei

E tutto lo spazio attratto dento un abbraccio

Che sfidava mille leggi e almeno cento dei

[…]

Rei di peccato tremendo, adulterio

E lei senza fiato accendendosi dentro

Silenzio nel castello ed un tamburo in petto

[…]

E lei sarebbe andata ovunque, basta stare insieme

Anche un cerchio dell’inferno dentro un vento eterno

 

Credo che a tutti sia capitato, di innamorarsi. Di essere travolti da quella passione bruciante, che si fa spilli, buca ed ossessiona. Per lo meno a Dante è successo e la figura di Beatrice fa da perno al suo intero progetto letterario. Proprio per questo il viaggio intrapreso dall’uomo che scrive il “poema dell’uomo”, non può che sostare alla tappa obbligatoria che, prima o poi, intercetta ogni destino umano: l’amore. Il V canto dell’Inferno è dedicato al sentimento più universale che l’umanità conosca e che, in quanto tale, merita la piena comprensione di Dante che nell’ascoltare la storia di Paolo e Francesca “di pietade venne men così com’ei morisse”.

La pietà è il sentimento guida dell’episodio: si presenta all’inizio del canto con la pietà affettuosa che Francesca e Paolo percepiscono nel grido con cui Dante li chiama e a cui obbediscono concordi; riappare poi nella meditazione dolente del poeta dopo la prima confessione della donna: le sue pene fanno piangere Dante per tristezza e pietà – a lagrimar mi fanno tristo e pio – ed infine viene posta in conclusione. Ma di quale pietà si tratta? Non certo di compassione, che comporterebbe indulgenza al peccato e che dunque sarebbe inammissibile nel pensiero di Dante, quanto piuttosto di comprensione: non sono i casi personali di Paolo e Francesca a muovere la pietà del poeta. In essi Dante vede riflesso sé stesso e tutti. La fragilità di Francesca è quella di ogni essere umano. Possiamo noi tutti specchiare la nostra umanità nella sua. Ed è quello che attraverso il loro brano ci invitano a fare Murubutu e Claver Gold che nelle loro vicende di anime annoverano anche questa storia d’amore raccontandoci di come i due amanti, perfino all’Inferno, non sappiano rinnegare il proprio amore.

Come in tutte le altre tracce dell’album sono presenti delle rivisitazioni. Innanzitutto, se nel poema dantesco la narratrice è Francesca, in Infernum lo scettro della narrazione passa a Paolo e, ancora più interessante, il testo musicale si conclude proprio sul punto focale del V canto, ovvero quando l’amore si tramuta in peccato:

Quando leggemmo il disiato riso

Esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

 

Un peccato che però, nelle parole di Claver Gold, si scioglie nel perdono:

 

Ed ora scusa se ti ho amato

In un rapporto complicato dove non esiste il fato

Per cui un amore vero non può esser giudicato

Come il nostro primo bacio, tentazione e poi peccato

Cantastorie di uomini

Dante ha attraversato il regno dei morti, con tutto il peso del corpo. E’ un reduce. E un testimone. La sua memoria “che non erra” ha scritto ciò che ha visto e registrato ciò che ha udito. La presenza di un vivo fra i morti ha risvegliato voci, racconti, biografie. Dante ha sentito il dovere, davanti al mondo e alla storia, di ricordare e scrivere. E’ stato un cantastorie. Per questo il cantastorie per eccellenza del nostro panorama musicale, il colto professore di storia e filosofia emiliano, non poteva che veicolare attraverso le sue canzoni la più grande testimonianza d’umanità di tutti i tempi. Murubutu con Infernum – e in generale con ogni sua canzone – sembra voler ricordare ai giovani che la cultura non è mai inattuale o da sfigati… ma che al contrario, in ogni contesto, è capace di lanciare il suo messaggio universale – considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

Rachele Oggionni

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